L’arrivo della libertà danneggerà sia la repubblica islamica che la Cina

mercoledì 11 marzo 2026


Dopo aver già dimostrato lo scorso anno la disponibilità a impiegare la potenza militare americana nell’attacco compiuto con bombardieri B-2 per colpire le strutture nucleari iraniane che pose fine alla guerra dei 12 giorni, il presidente Donald Trump ha espresso un fermo sostegno al coraggioso popolo iraniano, impegnato a protestare contro il regime teocratico che lo ha a lungo oppresso. La risposta del presidente Trump alle proteste in Iran non avrebbe potuto essere più diversa da quella del presidente Barack Obama durante la Rivoluzione verde del 2009. Pochi giorni dopo il discorso di Obama al Cairo intitolato “un nuovo inizio”, in cui tendeva la mano ai mullah nella speranza di un dialogo diplomatico, il popolo iraniano invase le strade per protestare contro elezioni palesemente truccate. Il regime impiegò giorni per elaborare una risposta efficace.

Anche dopo che i manifestanti disarmati venivano uccisi per le strade, Obama scelse il silenzio strategico, nonostante la Repubblica islamica fosse un nemico implacabile dell’America da circa 30 anni. Come affermò con entusiasmo il suo futuro segretario di Stato John Kerry sul New York Times, la reticenza di Obama avrebbe impedito ai mullah di attribuire le proteste agli Stati Uniti, lasciando aperta la porta al cosiddetto Joint comprehensive plan of action (Jcpa) che Kerry avrebbe poi negoziato. Il silenzio di Obama si rivelò un grande vantaggio per il regime iraniano, che negli anni successivi riuscì a ingannare la sua amministrazione convincendola a firmare quel disastroso accordo nucleare, che significava centinaia di miliardi di dollari per Teheran, ma una catastrofe per il popolo iraniano. Dimenticate mentre il regime le attaccava impunemente, le proteste si esaurirono fino a scomparire.

Diciotto anni dopo, il presidente Trump sembra determinato a non ripetere quel fallimento. Pur avendo offerto a Teheran l’opportunità di avviare un dialogo diplomatico sul proprio programma nucleare, quando il regime si rifiutò di negoziare in buona fede, ordinò il raid con i bombardieri B2. Dopo che la forza combinata di Israele e degli Stati Uniti nella guerra dei 12 giorni rivelò che il regime era una “tigre di carta”, il popolo iraniano ha iniziato a tornare a vivere. Poiché Teheran non è riuscita a fornire servizi di base come cibo, acqua e carburante, per non parlare di una valuta stabile o di un’economia funzionante, i cittadini si sono sentiti incoraggiati a scendere in piazza e a restarci con numeri e tenacia ben superiori a quelli del 2009. Inoltre, cosa importante, il popolo iraniano sa che la Cina, il principale sostenitore del regime, non ha fatto nulla per aiutarlo durante la guerra e non ha mosso un dito neanche dopo.

Ma quando Israele e gli Stati Uniti hanno attaccato, quelle difese si sono rivelate inutili e la Cina non ha preso alcuna iniziativa, un dettaglio che anche l’amministrazione Trump ha notato, indicando l’esistenza di un’opportunità per ridurre l’influenza di Pechino in Medio Oriente e il suo accesso alle importazioni di energia iraniana a basso costo. Un’esportazione cinese più inquietante verso l’Iran è la cosiddetta National information network, (Nin), soprannominata in modo dispregiativo dagli iraniani “Internet halal”. Rafforzato dopo le proteste del 2019, questo strumento di controllo delle informazioni progettato dalla Repubblica popolare cinese è il meccanismo attraverso il quale il regime è riuscito a bloccare Internet in tutto l’Iran per quasi una settimana. Dato il costo per la loro economia già in difficoltà, non possono continuare così all’infinito, ma per il momento si è rivelato un modo efficace per soffocare le comunicazioni dentro e fuori il Paese. Se i sistemi di comunicazione di emergenza potessero essere preservati o sostituiti con un sistema satellitare, gli attacchi cinetici e informatici mirati alle infrastrutture Nin potrebbero rappresentare un modo efficace per sostenere concretamente i manifestanti, nonché per sferrare un duro colpo all’apparato progettato dai cinesi e utilizzato per opprimerli.

Le ferme dichiarazioni del presidente Trump sulle proteste e l’allarme per possibili rappresaglie in caso di attacchi contro i manifestanti sono stati criticati come un’opportunità per il regime di attribuire la colpa delle proteste allAmerica, creando al contempo un effetto di raduno attorno alla bandiera che rafforzerà il sostegno ai mullah. Ma proprio come alcuni membri dello staff di Ronald Reagan temevano che l’espressione “abbatti questo muro” fosse troppo provocatoria, questi critici sono semplicemente troppo timidi o codardi per intraprendere le azioni necessarie a dare seguito alla retorica. La realtà è che la Repubblica islamica accusa l’America di tutti i suoi problemi dal 1979, indipendentemente da ciò che abbiamo fatto o meno. Il presidente Trump ha smesso di concedere ai mullah un potere di veto sulle nostre azioni e, grazie a lui, il popolo iraniano potrebbe presto essere in grado di abbattere i muri che lo circondano da così tanto tempo.

(*) Tratto da The Heritage Foundation

(**) Traduzione a cura di Angelita La Spada


di Victoria Coates (*)