lunedì 9 marzo 2026
Nelle guerre moderne non serve essere sul campo per combattere. A volte basta sapere dove colpire. È per questo che le indiscrezioni provenienti dall’intelligence americana sul possibile ruolo della Russia nel conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran meritano molta più attenzione di quella che hanno ricevuto finora. Secondo diverse fonti citate dalla stampa statunitense e da agenzie internazionali, Mosca avrebbe fornito a Teheran informazioni sensibili sulla posizione di asset militari americani nella regione: navi da guerra, velivoli, sistemi dispiegati tra il Golfo Persico e il Medio Oriente. Se queste informazioni dovessero essere confermate, non significherebbe che la Russia è entrata formalmente nella guerra. Ma significherebbe qualcosa di quasi altrettanto rilevante: che il Cremlino ha deciso di aiutare l’Iran a colpire gli Stati Uniti senza esporsi direttamente. In una guerra contemporanea l’intelligence è spesso il più potente moltiplicatore di forza. Sapere dove si trovano le forze avversarie significa ridurre drasticamente i tempi di reazione, aumentare la precisione degli attacchi e cambiare gli equilibri sul campo. Non servono soldati russi nel Golfo perché Mosca possa incidere sull’andamento del conflitto.
In realtà, per chi osserva da tempo le dinamiche geopolitiche, la notizia non dovrebbe sorprendere. Negli ultimi anni Russia e Iran hanno costruito una cooperazione militare sempre più stretta. Dopo l’invasione dell’Ucraina, Teheran ha fornito a Mosca droni e tecnologie utilizzate negli attacchi contro le città ucraine. In cambio il Cremlino ha intensificato il sostegno tecnologico e diplomatico alla Repubblica islamica. Quella che un tempo era una relazione pragmatica si è trasformata in un’intesa strategica. Non fondata su affinità ideologiche, ma su un obiettivo molto concreto: logorare l’influenza occidentale. Ufficialmente la Russia continua a mantenere una posizione prudente. Il Cremlino condanna i bombardamenti americani e israeliani contro obiettivi iraniani e invita alla de-escalation diplomatica. Ma nella pratica la distanza formale e la realtà geopolitica spesso non coincidono. Aiutare indirettamente gli avversari degli Stati Uniti è uno strumento tradizionale della politica estera russa. Permette di mettere sotto pressione Washington senza correre il rischio di uno scontro diretto con la prima potenza militare del mondo.
La reazione della Casa Bianca, almeno pubblicamente, è stata sorprendentemente cauta. Il presidente Donald Trump ha minimizzato la portata della presunta cooperazione tra Mosca e Teheran, sostenendo che anche qualora queste informazioni fossero state condivise non avrebbero avuto un impatto significativo sulle operazioni militari americane. È una risposta prevedibile. In questo momento Washington non ha alcun interesse ad aprire un ulteriore fronte politico con la Russia mentre è impegnata militarmente contro l’Iran. Ma dietro la prudenza delle dichiarazioni pubbliche, al Pentagono la questione viene osservata con molta più attenzione. Eventuali trasferimenti di intelligence vengono inevitabilmente presi in considerazione nella pianificazione delle operazioni militari.
C’è poi un altro elemento che rende questa vicenda particolarmente significativa: il suo impatto sul quadro strategico globale. Ogni nuova crisi che coinvolge direttamente gli Stati Uniti tende a disperdere risorse, attenzione politica e capacità militari. E questo, per la Russia, rappresenta un vantaggio evidente. Più Washington deve dividere il proprio impegno tra Medio Oriente, Indo-Pacifico ed Europa orientale, più diventa difficile mantenere la stessa pressione sulla Russia nel conflitto ucraino. In questo senso la crisi tra Stati Uniti, Israele e Iran potrebbe trasformarsi, almeno indirettamente, in un’opportunità strategica per il Cremlino. Se le informazioni diffuse dall’intelligence occidentale dovessero trovare ulteriori conferme, il conflitto mediorientale assumerebbe una dimensione ancora più ampia. Non sarebbe più soltanto uno scontro regionale, ma un altro capitolo della competizione globale tra Russia e Stati Uniti. Del resto la storia recente della politica estera russa racconta sempre lo stesso schema: prudenza diplomatica in pubblico, competizione strategica nella realtà. Il Cremlino non ha bisogno di entrare ufficialmente in guerra per influenzarne gli esiti. Gli basta restare nell’ombra, aspettare il momento giusto e colpire dove l’Occidente è più vulnerabile. Ed è esattamente ciò che Mosca sembra fare ancora una volta.
(*) Docente universitario di Diritto internazionale e normative per la sicurezza
di Renato Caputo (*)