giovedì 5 marzo 2026
La figura della Guida Suprema o Ayatollah, si è conclamata acquisendo autorità anche politica, oltreché religiosa, con la nascita dell’aberrante “istituzione” della Repubblica islamica dell’Iran, forgiata dieci mesi dopo il colpo di Stato che ha deposto lo Scià Reza Pahlavi (febbraio 1979). Questo ruolo di spicco del mondo sciita è l’unica figura religiosa ad avere l’esclusiva di rispondere al suo Dio delle proprie azioni; un potere che ha reso insindacabile ogni decisone presa in questi ultimi quarantasette anni.
L’Ayatollah, Rhualla Khomeini, appena giunto al potere, ha decretato lo Stato di Israele come “il cancro occidentale sulla terra musulmana”; quindi da eliminare. Non indugiando sulla articolata realtà storica che lega il popolo israeliano al suo territorio, e che è agli antipodi della propaganda oscurantista islamica, non sembra che questa figura abbia molte prospettive di longevità. Infatti considerando la durata temporale delle religioni, questo ruolo della confessione sciita sta vacillando inesorabilmente, anche se una frettolosa successione è stata data, in via non spirituale ma nepotistica, al figlio di Khamenei, Mojtaba Hosseini.
Così sorgono elucubrazioni in ambito teologico sulla questione del “martire”, riferito sia alla morte di Khamenei che degli altri leader religiosi, politici e militari. Le pseudo strategie militari iraniane spinte verso la creazione del caos, e le pressioni religioso-politiche si intersecano obbligando a rimandare il funerale di Ali Khamenei, un quadro dove si rievocano le interpretazioni, al momento tracciate celermente a scopo agiografico, che richiamano i versetti coranici II, 154, Sura Al-Baqarah e III, 169, Sura Āli ʿImrān.
Tuttavia per le macerie del Governo iraniano non è il momento storico per poter aprire dibattiti che avrebbero coinvolto per mesi sia elementi delle tradizioni del kalām, che della falsafa o del pensiero sufi, evocanti i piaceri del paradiso per i martiri, “senza dolore e senza sofferenza”.
Tanto è che la questione della fede cede necessariamente il passo alla più pragmatica e incombente problematica legata alla guerra e che aggrava le tensioni tra i residui sub-leader dei Pasdaran, in quanto, secondo l’emittente saudita Al Arabiya, in Iran si è già svolta un'operazione di terra condotta dal Mossad e da unità delle forze speciali israeliane tuttora operative sul territorio iraniano. Sempre secondo lo stesso canale televisivo il comandante della forza navale del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica è stato ucciso in un attacco aereo statunitense. Inoltre mercoledì il quartier generale dei Basij, la milizia del regime, è saltato in aria a Teheran; in questa circostanza decine di Basij sono stati uccisi. Da fonti israeliane risulta quindi una esplosione da attacco dinamitardo e non un bombardamento aereo, a conferma della presenza sul campo di agenti dei servizi speciali quantomeno dello Stato di Israele.
Il percorso scientifico di Israele di decapitare le due principali minacce per il Paese sta procedendo con regolarità. Sia l’asse della resistenza capeggiato dall’Iran e composto dagli Houthi yemeniti, sciiti, dalle milizie sciite irachene e siriane, da Hezbollah libanesi, sciiti, e da Hamas, sunniti, sta crollando e comunque ha ridotto drasticamente le capacità offensive verso Israele; come la Mezza luna sciita, altra organizzazione terroristica costruita da Teheran, e composta dagli stessi attori meno Hamas perché sunnita, è ormai ridotta ai limiti esistenziali, avendo perso la Siria grazie ai jihadisti dell’attuale presidente Aḥmad Ḥusayn al-Shara, sunnita.
Quindi al momento le due grandi organizzazioni volute dall’Ayatollah per estirpare il “cancro occidentale in terra musulmana”, sono in fase terminale. In realtà Israele sta riorganizzando il Medio e Vicino Oriente. Tanto è che oltre avere quasi demolito le capacità balistiche degli Houthi, di Hezbollah, e semi annichilito Hamas, ha aperto strategici canali negoziali con il nuovo leader siriano. Ahmad al-Sharaa conscio della “vitale” cooperazione tra Tel Aviv e Damasco ha infatti dimostrato la sua predisposizione verso Israele rimuovendo le alture del Golan dalla nuova cartina geografica siriana. Israele sta spingendo ora sulla Siria in funzione della sua attuale debolezza, in quanto gli aiuti per risollevarsi provengono dagli Stati Uniti.
Certamente lo Stato israeliano non restituirà mai questo territorio alla Siria e, se al-Sharaa volesse provare a rivedere tali confini potrebbe subire la stessa sorte di Ali Khamenei e successori.
Israele ha ormai una generazione ancora più militarista e più di destra di prima del 7 ottobre 2023, con Benjamin Netanyahu che afferma che il popolo israeliano dovrà vivere di spada. Una considerazione che fa percepire che anche se Israele sta eliminando i suoi nemici, forse per “sopravvivere” ha bisogno di altri.
di Fabio Marco Fabbri