Iran: analisi di primo tempo

martedì 3 marzo 2026


Cerchiamo di chiarire un paio di punti strettamente militari circa il conflitto in Iran.

La campagna aerea americana e israeliana è un’operazione che ha richiesto una lunga pianificazione tecnica, e che essenzialmente consiste in una gigantesca azione di Targeting. Indipendentemente da quelle che possono essere (o non essere) le motivazioni politiche che hanno condotto alla decisione di passare all’azione, lo studio dei bersagli ha comportato un’azione di intelligence durata sicuramente diversi mesi e probabilmente avviata alla conclusione dei bombardamenti di giugno. Con quell’azione era stata praticamente neutralizzata la difesa contraerea iraniana, e la capacità missilistica era stata fortemente degradata, non tanto nel numero dei missili quanto in quello dei lanciatori e dei sistemi di controllo del tiro ad essi associati. Come però si è visto in seguito, la capacità repressiva interna del Regime non era stata minimamente intaccata e ha potuto facilmente avere ragione delle proteste popolari esplose in seguito.

La repressione delle proteste ha messo in luce l’assoluta mancanza di coordinamento fra i movimenti civili iraniani e le forze militari della Coalizione, l’assenza di coordinamento interno fra i contestatori, e la permanenza di un efficace sistema di comando e controllo delle forze di sicurezza.

Ora è evidente che la pianificazione israelo-americana ha preso di mira proprio la struttura di comando e controllo interna del Regime, mentre non è ancora chiaro se siano state prese misure per assicurare il coordinamento con i gruppi dell’opposizione iraniana e fra questi all’interno del Paese.

Sul fronte opposto, il Regime ha chiaramente preso le sue misure per rispondere ad un nuovo assalto, e fra queste è stata presa quella di emanare e distribuire alle unità missilistiche una serie di ordini precompilati da aprire alla bisogna in caso di nuovo attacco e di perdita di contatto fra i reparti di lancio e la catena di comando. Questi ordini evidentemente prevedevano un vasto spettro di bersagli distribuiti su tutta la regione, in modo da colpire tutti e non dimenticare nessuno. Ma naturalmente non potevano prevedere con esattezza chi avrebbe partecipato all’attacco e chi no. Così è successo che a decapitazione avvenuta e avendo perso i contatti, i reparti di lancio hanno fatto fuoco in base agli ordini in busta chiusa, sparando anche su chi non c’entrava niente, come l’Oman o le basi sovrane britanniche sull’isola di Cipro (che a differenza di quanto detto da molti non sono “territorio Eu). E adesso l’Iran è passato dalla parte del torto nei confronti di molti attori regionali che in partenza disapprovavano la nuova azione americana. Molto probabile che il Mossad, oltre a conoscere i movimenti esatti delle massime autorità iraniane da decapitare, fosse a conoscenza anche di questo dettaglio e che questo fosse parte della strategia complessiva.

Il fatto che la campagna aerea dipendesse dalla pianificazione del Targeting di precisione spiega anche la mancanza di “trasparenza” nei confronti degli alleati europei, e anche arabi: probabilmente l’autorizzazione all’apertura del fuoco è giunta all’ultimo momento per colpire i vertici del regime nel momento in cui questi sono comparsi “nel mirino” del Targeting. Noi ci siamo ritrovati con il Ministro della Difesa a Dubai nel momento sbagliato, ma altri hanno avuto problemi maggiori, a partire da chi si è visto bombardare dalla rappresaglia iraniana con le difese ancora non attivate, e gli stesi americani hanno perso tre aerei (e nessun pilota) a causa del fuoco amico delle difese aeree kuwaitiane chiaramente non coordinate con il Comando Centrale americano.

Quanto agli iraniani, la loro reazione predisposta ha comportato da un lato una capacità di fuoco di risposta probabilmente superiore alle attese, ma dall’altro ha impedito la concentrazione del tiro sui bersagli più paganti, impedendo la saturazione delle difese e quindi portando a danni contenuti per americani e israeliani. In una campagna di questo tipo il “primo round” di fuoco è quello maggiormente intenso ed efficace, in quanto i bersagli hanno potuto essere studiati e pianificati con calma in tempo di “pace” ed è possibile colpirli con un fuoco più intenso che non in seguito, quando durante i rounds successivi i vettori devono essere ricaricati e i missili cominciano a scarseggiare almeno quanto i bersagli.

Con l’aumento della “nebbia di guerra”, il movimento delle forze sul campo e la progressiva diminuzione dei bersagli (e delle unità di fuoco disponibili) l’intensità del fuoco tende a diminuire insieme alla precisione del tiro.

Passando dall’analisi della situazione a quella predittiva, e rimanendo in campo strettamente militare, cosa possiamo aspettarci?

Direi che la risposta dipende moltissimo – oltre che dagli obiettivi strategici di Trump – dal grado di precisione della pianificazione americana e israeliana.

Se questo livello è elevato e le ambizioni della Coalizione includono veramente il “Regime change”, bisognerà che oltre ad un’accurata pianificazione del Targeting per decapitare il Regime, disarmare la sua capacità di risposta e tagliare le comunicazioni interne e la capacità di comando e controllo, siano anche stabiliti efficaci collegamenti con l’opposizione interna, questa sia stata fornita di strumenti di coordinamento propri, ci sia un piano per fornire supporto aereo per proteggere i manifestanti e colpire le forze di sicurezza che cercassero di reprimere le dimostrazioni, e soprattutto esista una classe dirigente alternativa capace di prendere il potere in caso di collasso del regime. Per fare un parallelo con una situazione nota, si tratterebbe di fare come in Afghanistan nel 2001, quando gli americani sostanzialmente fornirono l’aviazione all’Alleanza del Nord che rovesciò i talebani e liberò Kabul.

Se invece le ambizioni sono più limitate e/o la pianificazione non ha sufficientemente incluso l’opposizione iraniana, è più probabile che si crei uno scenario “venezuelano”, dove la leadership più radicale viene eliminata attraverso il targeting mirato, e all’interno del regime assumono il potere elementi relativamente più “moderati” con cui tanto Israele che l’America (ma anche i Sauditi) potrebbero stabilire un “modus vivendi” che non stravolgerebbe gli attuali equilibri mediorientali ma lascerebbe gli iraniani sotto un regime clericale assolutista.

Infine, esiste la possibilità che – come spesso accade – non esista alcuna seria pianificazione per il “dopo”, e che tutto si risolva in una campagna di soppressione del Regime, colpendone sia la leadership che le capacità militari e industriali, ma senza veramente risolvere alcun aspetto del problema. Sarebbe la realizzazione della “vendetta” di Netanyahu per il 7 ottobre, che però lascerebbe la minaccia iraniana a Israele e darebbe spazio alla politica di chiusura dell’attuale governo israeliano in vista delle elezioni dello stato Ebraico, e anche alle speranze di Trump per le elezioni di Mid Term.

(*) Colonnello Orio Giorgio Stirpe, Ufficiale dell'Esercito Italiano in congedo


di Orio Giorgio Stirpe (*)