La strategia del polpo per vincere la pace

giovedì 26 febbraio 2026


C’è un modo semplicistico di raccontare le guerre che le riduce a una domanda binaria: chi sta vincendo? Chi sta perdendo? Ma l’esito delle guerre, soprattutto quelle lunghe e logoranti, non si lascia descrivere da formule così semplici. Si sente dire, con una certa frequenza, forse pensando che una simile convinzione giochi in qualche modo a favore dell’Ucraina, che la Russia starebbe perdendo la guerra. L’argomento, in genere, si fonda sull’incapacità di Mosca di raggiungere gli obiettivi iniziali: la caduta rapida di Kiev, la sostituzione del governo, il controllo politico dell’intero Paese. È vero: quell’obiettivo è fallito. Ma è altrettanto vero che, a distanza di quattro anni dall’inizio del conflitto, un quinto circa del territorio ucraino resta sotto controllo russo, e in casi come questo parlare di sconfitta dell’occupante contrasta con l’uso che abitualmente si fa di tale termine nei manuali di storia.

La guerra, però, non è solo una questione di conquiste territoriali. È anche logoramento economico, isolamento diplomatico, perdite umane, trasformazioni interne. Da questo punto di vista, la Russia paga un prezzo elevato: sanzioni, ridefinizione forzata dei rapporti commerciali, dipendenza crescente da nuovi partner, in particolare dalla Cina, militarizzazione dell’economia. Se l’obiettivo strategico era riaffermare la propria centralità nello spazio post-sovietico e intimidire definitivamente l’Ucraina, allora l’obiettivo non è stato raggiunto: Kiev non è crollata, l’identità nazionale ucraina si è rafforzata e l’Occidente − pur tra molte esitazioni e ritardi, che certo non hanno fatto del bene né al popolo ucraino né al suo esercito − ha consolidato la propria coesione e il proprio sostegno alle vittime di un’occupazione che, per ferocia e disumanità, ha poco da invidiare a quelle di stampo nazista.

E qui entra in gioco una distinzione decisiva e spesso trascurata: si può perdere una guerra sotto il profilo territoriale, ma alla fine la si può vincere sotto il profilo politico, semplicemente perché si può perdere una guerra ma vincere la pace. La posta in palio, per l’Ucraina, non è mai stata, nonostante le numerose dichiarazioni in senso contrario, solo l’integrità territoriale. Certo, in ogni guerra il saper conservare i propri territori e l’acquisirne altri è sempre stato un segno inconfondibile di vittoria, così come il suo contrario di una sconfitta, ma in questo caso esiste una posta in gioco ancora più alta, e questa consiste nell’affrancarsi in modo definitivo dalla dominazione russa, che per oltre un secolo ha vessato e sottoposto a massacri e stermini il popolo ucraino.

Poter essere un paese pienamente indipendente, capace di scegliere le proprie alleanze e il proprio modello politico, poter vivere come una democrazia moderna in comunità con le altre democrazie europee: questa è oggi la posta in gioco per l’Ucraina, e l’obiettivo potrebbe essere raggiunto se Kiev ottenesse garanzie di sicurezza solide, riconoscimenti internazionali chiari e una collocazione irreversibile nello spazio euro-atlantico.

In questo senso, la relativa disponibilità dell’Ucraina a un accordo di pace che preveda delle concessioni territoriali potrebbe essere paragonata alla strategia del polpo, che per salvarsi è disposto a sacrificare un tentacolo. La condizione per accettare la cessione di territori è tuttavia molto chiara: il poter avere precise garanzie circa la sua sicurezza futura da Mosca. Non è una richiesta poco realistica: la storia è piena di Stati che hanno ceduto territori pur di conservare la propria indipendenza. La sovranità, in ultima analisi, non coincide sempre con la totalità geografica; coincide ancora prima con la capacità di continuare a esistere come soggetto politico autonomo.

Naturalmente, questa prospettiva comporta notevoli costi simbolici, umani e politici. Nessuna nazione cede parti del proprio territorio senza subire una ferita profonda nella memoria collettiva, e nessun governo può farlo senza qualche tensione interna, specialmente alla luce di come sono trattati gli ucraini, e in particolare i bambini, che sono finiti nelle mani dei russi. E tuttavia la “strategia del polpo” è in grado di sopportare tutto questo perché è consapevole che potrebbe costituire una condizione necessaria per arrivare a una svolta di portata epocale: il potersi sottrarre in modo definitivo al giogo totalitario russo.

Dall’altra parte, la Russia si trova oggi di fronte a un bilancio ancora peggiore. Aver conquistato territori non equivale automaticamente ad aver raggiunto gli obiettivi strategici di lungo periodo. Se l’Ucraina rimanesse saldamente indipendente, se fosse rafforzata militarmente e integrata in un sistema di alleanze transatlantiche, allora il guadagno territoriale potrebbe rivelarsi un successo tattico, ma costituirebbe un grave limite strategico per il futuro della dittatura al potere al Cremlino.

Le guerre moderne raramente producono vittorie nette come quelle dei manuali ottocenteschi, più spesso generano equilibri instabili, compromessi dolorosi, paci armate. Se la guerra si concludesse oggi, con i confini in atto, dal punto di vista strettamente militare, perdendo circa un quinto del proprio territori, l’Ucraina potrebbe considerarsi sconfitta, ma se riuscisse a ottenere garanzie per la sua futura sicurezza potrebbe ritenere di aver compiuto un passo decisivo verso la sua piena libertà da Mosca. Ci sono tuttavia almeno due condizioni affinché questo scenario si possa realizzare: in primo luogo una ritrovata unità della Nato che garantisca il suo impegno a offrire all’Ucraina garanzie sufficienti a preservarne la sua sicurezza; in secondo luogo, che venga fissato un termine, come Zelensky chiede da tempo, per l’ingresso dell’Ucraina nell’Unione Europea, con l’auspicio che quest’ultima sia finalmente in grado di dotarsi di una politica estera e di una difesa comuni.

Senza un’Europa politicamente unita e senza un rafforzamento dell’alleanza transatlantica sarà infatti molto difficile fronteggiare in modo efficace la politica aggressiva del blocco russo-cinese, che almeno per qualche anno è destinato a costituire una minaccia geopolitica globale, tanto in Europa quanto nel Pacifico. In questo senso, la messa in sicurezza dell’Ucraina costituisce un obiettivo imprescindibile non solo per la stessa Ucraina, ma anche per la Nato e soprattutto per l’Europa, che da una sconfitta su quel fronte potrebbe ricavare solo ulteriori motivi di divisione ed incertezza, motivi che metterebbero ulteriormente a rischio la possibilità di arrivare in tempi brevi ad comune politica estera e ad una comune difesa in un quadro di alleanze transatlantiche, ad oggi l’unico che costituisce un’effettiva garanzia per la sopravvivenza della civiltà democratica occidentale.

In pratica, a questo punto, la vera domanda non è tanto chi vincerà la guerra sotto il profilo militare, perché sotto diversi profili l’hanno persa tutti, ma chi vincerà la pace, e soprattutto se la pace, quando arriverà, consacrerà solo una mutilazione territoriale o sancirà finalmente anche l’indipendenza non precaria dell’Ucraina dalla dominazione russa. Perché nella storia degli Stati continuare a esistere da paese libero può essere già una grande vittoria, specialmente dopo anni in cui il proprio popolo viene massacrato in modo cinico e sistematico da un regime totalitario che ha sostituito, con l’avvento al potere di Putin, al vecchio modello comunista sovietico un tipo di potere molto più affine a quello nazista.


di Gustavo Micheletti