giovedì 26 febbraio 2026
Sta facendo il giro del web un video piuttosto inquietante: in Francia, un musulmano si avvicina a un cittadino intento a mangiare proprio sulla porta della sua casa. Il tono dell’accusatore, cioè del musulmano, è subito inquisitoriale: “Ti ho chiesto perché non fai il Ramadan?”. La risposta dell’uomo francese è schietta: “Perché sono cattolico. C’è qualche problema?”. Già una conversazione del genere non dovrebbe esistere in nessun Paese (apparentemente) avanzato – anche sul piano della libertà religiosa e della laicità – come la Francia. Inizia poi quella che potrebbe sicuramente essere interpretata come un’imposizione, vagamente minatoria: “Normalmente quando mangi dovresti stare dentro, perché noi che facciamo il Ramadan non possiamo vedere la gente mangiare. Andrai a mangiare dentro, vero?”. Il cittadino francese, anziano, che tra l’altro si muove con una stampella, fa un passo indietro ed entra. Il musulmano ringrazia.
A leggere i commenti sembra che un buon 80 per cento delle persone siano assolutamente contrarie all’atteggiamento e all’azione imposta dall’uomo musulmano, mentre una piccola parte ritiene che tutti debbano rispettare il Ramadan e di conseguenza andare incontro ad alcuni precetti del digiuno islamico, che appunto impedisce di mangiare fuori casa, pubblicamente. E qui si genera il tanto diffuso problema di comprensione. Rispettare è un conto, essere obbligati a “partecipare” (seppur in modo passivo) è un altro. Le persone tra l’altro sono troppo attaccate al nozionismo e ormai parlare di laicità non ha più senso. Uno Stato laico esiste, o può esistere davvero? È così complesso generare nella società l’equilibrio che la laicità ha come base? Oppure siano così tanto impauriti, indifferenti, oltre che superficiali, da non capire che quanto accaduto in Francia non fa che disprezzare ancora di più un gruppo religioso visto sempre più in negativo? Per quale motivo la laicità di Stato dovrebbe impedirmi di mangiare in pubblico?
Non sto ostentando una croce o una kippah. Sto compiendo un atto – mangiare fuori casa – che ha un significato religioso non evidente a tutti, e perciò l’azione compiuta non è lesiva della libertà religiosa di nessuno. Le persone sono in fibrillazione con eventi del genere: sale la rabbia, si parla di quante concessioni e potere abbiano ormai le religione non autoctone, e aumenta la paura. Sono francese, sono cattolico, faccio parte del tessuto religioso che rappresenta un valore intrinseco per la società europea da più di mille anni, e non posso mangiare fuori casa perché devo tenere un comportamento laico verso il digiunatore? Il commento che va per la maggiore è facilmente intuibile: “Vorrei vedere se andassi in uno dei loro Paesi e indossassi un piccolo rosario”. Qui c’è l’origine dello smarrimento. Per carità, esiste qualche nazione che garantisce una sorta di laicità simile alla nostra, come la Turchia, ma l’elenco non va oltre. Per i musulmani la laicità, cioè la separazione tra sfera politica e sfera religiosa, non esiste.
La loro vita politica, la loro ideologia, la loro condotta pubblica e privata, talvolta il loro sistema giudiziario, è tutto basato su precetti religiosi. Altro che Bibbia e Costituzione. Soltanto il Corano. Che non è certamente il “libro di pace” che tanti “fratelli” musulmani descrivono per declassare e minimizzare la violenza del terrorismo. Tornando all’episodio francese, la regola è semplice. In uno spazio pubblico, come la strada (ma non in questo caso, dato che l’uomo stava a ridosso di un ambiente chiuso, privato), ognuno è libero di seguire la propria fede e di osservarne i precetti. Non c’è altro da dire. L’uomo musulmano ha agito in modo intimidatorio. Anche se ha una voce giovanile, e parla un buon francese, alla fine ha ottenuto quello che voleva e il cittadino francese ha continuato a mangiare all’interno. Purtroppo è difficile andare oltre la passività, perché nessun cittadino cattolico, o buddista, tenterebbe mai di chiedere qualcosa a un musulmano nel pieno della sua vita religiosa. Il venerdì in tante città (in Italia e altre nazioni europee) i musulmani si mettono a pregare, con i loro bei tappetini, in piazza.
“Probabilmente non hanno una moschea abbastanza capiente e la loro presenza sul suolo è autorizzata, ma a questo punto per quale motivo un cittadino cattolico deve assistere alla preghiera islamica? Anche i cattolici fanno processioni pubbliche, ovviamente autorizzate, ma certamente una Via Crucis per le strade di un quartiere è interpretata generalmente come una pratica tradizionale della religione più diffusa a livello nazionale. Non devono esserci religioni di serie A e di serie B. Ben vengano le processioni con la Madonna, le preghiere buddiste o la al-Juma’a (la preghiera islamica del venerdì), a costo però che nessuno si permetta di agire in modo minatorio sull’altro. Torno sempre alla solita questione: l’Islam non è in crisi, il Cristianesimo sì. Le parti si rovesciano sempre a favore del più forte. Quella musulmana è una comunità compatta, forte, quasi monolitica, e in crescita; la comunità cristiana (cattolica) è frammentata, stanca, sempre più passiva. Qualche gruppo di resistenza c’è, ma non basta. Non serve, come fa qualcuno, invocare lo spettro della guerra di religione, combattuta con spada e mitra. Siamo già dentro a una lotta culturale, sempre con Dio al centro. C’è solo da capire, tra qualche decennio, quale sarà il Dio più forte.
di Enrico Laurito