mercoledì 25 febbraio 2026
Nel suo discorso sullo Stato dell’Unione, Donald Trump deve a tutti i costi fare riferimenti all’estero. Un anno fa, il tycoon è tornato alla Casa Bianca con l’unica, generica quanto importante promessa di rendere l’America di nuovo grande. E oggi, 12 mesi dopo, ha spiegato alla sua amministrazione quali sono stati e quali saranno i passi per mantenere questo patto così serio con i suoi – e sono stati tanti – elettori. Il commander-in-chief è al lavoro per risolvere la guerra fra la Russia e l’Ucraina, ma prima il presidente Usa si sofferma sull’Iran. Sul palco, di fronte alle Camere riunite ha affermato che Teheran “sta sviluppando missili in grado di colpire l’Europa e gli Stati Uniti. Non permetterò mai che abbia il nucleare”, ha promesso Trump, scaldando i motori per i colloqui indiretti di domani a Ginevra.
Aprendo il suo discorso con toni trionfalistici, Trump ha dichiarato: “Dopo appena un anno, posso dire con dignità e orgoglio che ci siamo trasformati e non torneremo dove eravamo prima. Abbiamo avuto una svolta epocale. Il nostro Paese è tornato e non tornerà indietro”, descrivendo la sua leadership come fautrice di “un’età dell’oro” degli Stati Uniti, forgiata a colpi di lotta all’immigrazione illegale e rilanciando l’America First. Anche se una parte significativa dell’intervento è stata dedicata alla politica commerciale, che tiene banco anche nelle cronache odierne. Con tono critico nei confronti della Corte Suprema, che ha annullato alcune delle sue misure protezionistiche, Trump ha definito quella sentenza una “decisione infelice” e ha insistito sulla volontà di procedere comunque con dazi più complessi, potenzialmente senza l’approvazione del Congresso. Dopo aver ripercorso i “successi economici” – in riferimento ai tagli fiscali e al mercato del lavoro – il presidente ha affrontato il tema dell’immigrazione, attaccando i Democratici e, in particolare, le cosiddette città santuario. “Nessun migrante illegale è entrato negli Stati Uniti nell’ultimo anno” è stata la sua affermazione, accolta con applausi dai Repubblicani e respinta con fischi e accuse di falsità da parte di deputati dell’opposizione.
Nonostante l’ampio resoconto dei traguardi nazionali, il riferimento alla guerra fra la Russia e l’Ucraina è arrivato solo a circa un’ora e mezza dall’inizio dell’intervento, con Trump che ha dichiarato: “Ho risolto otto guerre. Stiamo lavorando per risolvere la nona fra Russia e Ucraina”, elogiando i suoi inviati e la diplomazia statunitense. Il presidente ha poi ribadito la sua strategia verso l’Iran: “preferisco risolvere la questione con la diplomazia ma una cosa è certa: non permetterò mai all’Iran di avere l’arma nucleare”, ripetendo l’impegno a contrastare il programma missilistico di Teheran. In una breve escursione sull’America Latina, Trump ha menzionato il Venezuela come un “amico e un partner” da quando “non c’è Nicolás Maduro”, legando la stabilizzazione regionale alla sua politica estera.
Nel complesso, la performance è stata letta come un messaggio volto a rassicurare la base repubblicana – soprattutto chi lo vorrebbe meno impegnato in politica estera – e rinvigorire l’agenda politica in vista delle elezioni di metà mandato. Tuttavia, l’opposizione democratica non si è limitata a criticare i contenuti ma ha sfidato la narrazione presidenziale. La risposta ufficiale dei Democratici è stata affidata alla nuova governatrice della Virginia, Abigail Spanberger, che ha invitato gli americani a non dare credito alla versione trionfante del presidente e si è perfino sbilanciata: “A novembre vinceremo noi”. Gli Stati Uniti sono già in campagna elettorale?
di Eugenio Vittorio