martedì 24 febbraio 2026
Per fermare l’era delle barbarie e la geopolitica predatoria, l’Europa deve tornare a parlare con il lessico dell’ordine internazionale basato sul Rule of Law
Nel quarto anno della guerra contro l’Ucraina, diventata inesorabile nelle morti e nelle distruzioni, la diplomazia internazionale dovrebbe orientarsi con maggiore convinzione ad assumere, senza sosta, compiute iniziative per una exit strategy risolutiva. La rivista Foreign Affairs ha pubblicato un saggio dal titolo eloquente: Il prezzo della pace in Ucraina: perché riconoscere un nuovo confine potrebbe servire agli interessi di Kiev. Gli analisti Peter Slezkine e Joshua Shifrinson, nel solco della “scuola realista” delle relazioni internazionali, suggeriscono che Kiev dovrebbe accettare un cessate il fuoco lungo l’attuale linea del fronte, persino riconoscendo i nuovi confini de iure come richiede Vladimir Putin, confidando che il tempo possa un giorno restituire ciò che oggi appare perduto. È davvero questa la pace che si può offrire a un popolo aggredito? È giusto chiedere a chi ha resistito all’invasione, pagando un prezzo altissimo in vite umane, distruzioni e sofferenze, di accettare la cristallizzazione della forza come diritto?

Il realismo politico invita a misurarsi con i rapporti di potenza, ma esiste anche un realismo più profondo: il sacrificio concreto degli ucraini fatto di morti e distruzioni, subite con dignità e con la forza di combattere per la libertà, nonostante tutto. Lo scrittore Paolo Giordano ha colto con lucidità il rischio diffuso delle società occidentali assuefatte alla loro comfort zone: “Talvolta l’ambizione acritica alla pace favorisce la violenza peggiore, dai luoghi sicuri si capisce quasi nulla della verità”. È un monito severo. Esiste infatti un pacifismo che, nel tentativo di porre fine immediata alle ostilità, accetta una coercizione che non è pace: è tregua armata, sospensione del conflitto, ma anche incubazione di genocidi, persecuzioni, “russificazioni”, e nuove guerre. Le violazioni del diritto internazionale documentate in questi anni – dalle stragi di civili alle deportazioni, dalle campagne di “russificazione” nei territori occupati al nuovo sterminio del kholomodor, la “morte per freddo” imposta con i bombardamenti contro infrastrutture energetiche – non sono incidenti collaterali. Dimostrano la volontà di annichilire un popolo e quell’ordine giuridico internazionale nato dopo il 1945 proprio per impedire l’abuso del più forte. Legittimare oggi l’occupazione significherebbe quindi inviare un messaggio pericoloso al mondo intero: che un popolo si può annientare e che l’aggressione può pagare.
Certo, l’Ucraina ha subito perdite dolorose, ma non è stata sconfitta. L’offensiva su Kiev è stata respinta; il controllo russo del Mar Nero è stato profondamente ridimensionato, praticamente annullando con i droni la potenza della Marina russa, e l’ipotesi di una rapida capitolazione è stata illusoria. Il prezzo umano è stato drammatico, ma per entrambi i popoli, e la libertà e l’integrità dell’Ucraina sono ancora lontane dall’essere annientate. Resta allora la domanda decisiva: chi può garantire che un cessate il fuoco senza solide “garanzie di sicurezza” non diventi solo l’anticamera di una nuova offensiva? Il presidente ucraino ha ragione nell’insistere su questo punto, soprattutto dopo la torsione del presidente Donald Trump che vuole disimpegnarsi dall’Europa e spinge l’Ucraina alla resa comunque, per meri interessi elettorali interni e guadagnarsi il placet di Putin per estendere l’egemonia americana su altri fronti: nel golfo del Messico, sull’Artico e nell’Indo-pacifico. L’Europa dunque entra in gioco perché non può più contare sull’automatismo dell’alleanza transatlantica. La cosiddetta “coalizione dei volenterosi”, promossa in particolare da Francia e Regno Unito, è disposta a schierare una forza multinazionale di pace in una “fascia di cuscinetto” a sostegno della pace e della ricostruzione ucraina. Altri governi, tra cui quello italiano, esprimono riserve, temendo un’escalation legata al superamento delle linee rosse tracciate da Vladimir Putin, contrario a forze straniere ai propri confini. Il risultato è un’Europa che discute mentre altri decidono, esitante proprio quando in gioco vi sono la sorte del popolo ucraino e la sicurezza degli stessi europei.
Il tema centrale è dunque come mettere in campo alternative credibili di exit strategy su cui l’Europa non può essere ambigua: è un dovere morale verso il sacrificio del popolo ucraino, ma anche per la propria sicurezza, già minacciata dalla ‘“guerra ibrida” di Putin. Occorre perciò che gli europei siano uniti e concreti, partendo dall’imprimere una svolta ai negoziati, cui è necessario partecipare senza rimanere ai margini. Spetta all’Europa assumere una forte iniziativa diplomatica, con gli strumenti di cui dispone: può fare pressione con le sanzioni estese anche alle triangolazioni, un ultimo avvertimento sull’impiego degli asset russi congelati, un’iniziativa sui repubblicani statunitensi che possono convincere Trump a non abbandonare gli ucraini e gli europei, e soprattutto coinvolgere il Global South, riavvicinando anche la Cina e l’India e quindi la stragrande maggioranza dei 193 Stati della comunità internazionale che non avallano la guerra e di certo non gradiscono di finire vassalli di nuovi imperi.
La via maestra resta dunque quella del diritto internazionale e delle Nazioni unite. L’ Onu avrà i suoi limiti nel modello organizzativo e decisionale, che va riformato, ma non valgono i suoi principi universali: l’autodeterminazione dei popoli, il divieto dell’uso della forza nelle controversie fra Stati, la cooperazione e il multilateralismo. Riportare la questione ucraina nel quadro dell’Onu significa assicurare che qualsiasi accordo risulti pienamente legittimo in base alla Convenzione di Vienna sul diritto dei trattati. Proprio l’Europa può così dimostrare che l’abuso della forza non crea diritto, e se mantiene unità politica e visione etica – l’Italia del presidente Sergio Mattarella ha l’autorevolezza per promuoverle entrambe – saprà offrire sicurezza concreta all’Ucraina, ma anche rilanciare una leadership morale di fronte al “resto del mondo”. Il suo ruolo è farsi ancora interprete dell’ordine internazionale basato sul Rule of Law: è un diritto insopprimibile dell’umanità una idea di “giustizia” non negoziabile nelle relazioni internazionali, la sola condizione per fermare le barbarie e l’era dei nuovi predatori.
(*) Membro dell’International Law Association
(**) Maurizio Delli Santi, La guerra in Ucraina e le sfide per il nuovo ordine internazionale. Rappresentazioni tra diritto internazionale e geopolitica, @racne editrice, 304 pagine, 20 euro
di Maurizio Delli Santi (*)