martedì 24 febbraio 2026
Da stamattina sono in vigore i nuovi dazi. Dopo l’annullamento da parte della Corte Suprema degli Stati Uniti delle tariffe maggiorate volute da Donald Trump a inizio anno, il commander-in-chief ha deciso di promulgare un’aliquota del 10 per cento generica, per tutti i Paesi. In realtà, nei giorni scorsi il tycoon aveva dichiarato di voler alzare il dazio al 15 per cento, ma i funzionari della Casa Bianca non sono arrivati in tempo per formalizzare la richiesta entro oggi. Quindi, scoccata la mezzanotte (le 6 di mattina italiane) le nuove tariffe hanno preso il posto delle vecchie. Ma solo per 150 giorni, il limite di tempo consentito dalla legge Usa per alzare le tasse senza l’approvazione del Congresso (ai sensi della sezione 122 del Trade Act del 1974). L’ordinanza mantiene alcune esenzioni strategiche: restano esclusi i beni conformi all’accordo nordamericano tra Stati Uniti, Canada e Messico, oltre ad alcuni prodotti agricoli già coperti da deroghe nell’impianto tariffario poi invalidato. Secondo un’analisi di Bloomberg economics, l’aliquota effettiva media si attesterebbe intorno al 10,2 per cento, includendo le esenzioni, in calo rispetto al 13,6 per cento precedente alla pronuncia della Corte. In caso di dazio globale al 15 per cento, la media effettiva si collocherebbe attorno al 12 per cento.
Sul fronte europeo, il dialogo resta aperto ma improntato alla cautela. “Siamo in stretto contatto con il Parlamento europeo e gli Stati membri ma anche con la controparte americana” sull’intesa con gli Usa sui dazi: il commissario al commercio Maroš Šefčovič “da venerdì è in trattative con il rappresentante per il Commercio degli Usa, Jamieson Greer, e con il segretario al Commercio Howard Lutnick al fine di ottenere chiarezza”. Lo ha dichiarato una portavoce della Commissione europea durante il briefing con la stampa. L’esecutivo comunitario ha inoltre proposto la sospensione per un anno dei dazi standard su diverse categorie di fertilizzanti azotati e sui fattori produttivi necessari alla loro fabbricazione, tra cui ammoniaca e urea. La misura non si applicherebbe a Russia e Bielorussia e, secondo le stime di Bruxelles, consentirebbe un risparmio di circa 60 milioni di euro in dazi all’importazione, contribuendo al contempo a ridurre la dipendenza dell’Unione da Mosca e Minsk. “Il nostro obiettivo è lo stesso che è stato fin dall’inizio, ovvero che ci sia prevedibilità e stabilità per le nostre attività commerciali”, ha aggiunto la portavoce. “Sembra esserci un accordo tra le diverse istituzioni Ue sull’approccio e sulle aspettative, ovvero chiediamo chiarezza da parte del nostro partner commerciale per conoscere la durata di applicazione e la portata di queste nuove tariffe”.
PARLA TREMONTI: INCERTEZZA USA PESA SULLE INDUSTRIE
Sul piano politico interno, interviene l’ex ministro dell’Economia Giulio Tremonti, oggi senatore di Fratelli d’Italia. In un’intervista a Il Sole 24 Ore, afferma: “Dopo la decisione della Corte Suprema è prevedibile, anzi è già in atto, una valanga di ricorsi per chiedere la restituzione dei dazi pagati negli scorsi mesi, ed è evidente che i termini dell’accordo firmato dalla Ue con Trump in Scozia a fine luglio ora possano essere ridiscussi. Ma per l’Europa – ha spiegato Tremonti al quotidiano – può essere un momento di rinascita, in questa nuova tappa della crisi della globalizzazione di cui l’Unione non è stata parte attiva”.
L’ex ministro richiama la natura politica dell’intesa siglata il 27 luglio dalla presidente della Commissione Ursula von der Leyen, sottolineando come l’accordo fosse articolato su due pilastri: dazi al 15 per cento e un impegno europeo a investire ingenti risorse negli Stati Uniti. “Va ricordato prima di tutto che l’accordo aveva due componenti – prosegue Tremonti – l’intesa sui dazi al 15 per cento e l’impegno europeo a investire cifre enormi negli Stati Uniti. È chiaro che questo impegno aveva una configurazione, per così dire, politica, perché la Commissione ha potere in materia commerciale ma non in quella industriale; a meno di non immaginare, ma l’ipotesi è inverosimile, che fosse l’Unione in prima persona a investire negli Stati Uniti risorse del bilancio europeo. Si trattava insomma di un accordo politico, dominato dalla forza negoziale della controparte Usa. Ed è evidente, quindi, che entrambi i termini sono ormai oggetto di una possibile ridiscussione. Tanto più che l’ipotesi di nuovi dazi è a 150 giorni; e vista la situazione è abbastanza improbabile che in questo arco di tempo si riesca a definire un nuovo accordo”, ha spiegato Tremonti. L’onda dei contenziosi “è destinata a crescere, anche se il loro esito non è prevedibile. Tutto questo indebolisce dunque anche la parte industriale dell’intesa scozzese, perché è difficile immaginare che un sistema impegnato nella richiesta di restituzione dei dazi si metta a investire di più nel Paese che quei dazi li ha chiesti”.
TOKYO CHIEDE A WASHINGTON UN “TRATTAMENTO EQUO”
Anche il Giappone segue con attenzione l’evoluzione normativa americana. Il ministro del Commercio Ryosei Akazawa ha sollecitato Washington a non riservare a Tokyo condizioni meno favorevoli rispetto all’accordo commerciale siglato lo scorso anno, alla luce della nuova tariffa globale al 10 per cento. Secondo quanto riferito dal Ministero, nel corso di un colloquio telefonico con Howard Lutnick, le parti hanno concordato sulla necessità di un’attuazione rapida ed equa dell’intesa, che prevede investimenti giapponesi per 550 miliardi di dollari in cambio di una riduzione dei dazi americani. L’accordo raggiunto a luglio fissava al 15 per cento la tariffa reciproca Usa sui beni giapponesi e i dazi settoriali sulle automobili.
Dopo la decisione della Corte Suprema che ha invalidato le precedenti tariffe, Trump ha però annunciato un nuovo dazio uniforme al 10 per cento, fondato su un diverso impianto giuridico. In conferenza stampa a Tokyo, Akazawa ha avvertito che se la tariffa al 10 per cento dovesse sostituire unilateralmente i dazi reciproci, il Giappone “potrebbe registrare oneri tariffari aggiuntivi su alcuni prodotti”. La telefonata tra Akazawa e Lutnick è seguita all’annuncio, da parte di Trump, del primo pacchetto di progetti di investimento giapponesi negli Stati Uniti, per un valore di circa 36 miliardi di dollari: una centrale a gas, un polo produttivo di diamanti sintetici per semiconduttori e un terminal per l’export di greggio.
di Eugenio Vittorio