lunedì 23 febbraio 2026
Che cosa succede in Giappone? Se fossimo in Francia, si potrebbe parlare del risveglio giapponese della “Grande Muette”, che in francese significa l’Armée, ovvero l’Esercito, in cui i militari tradizionalmente non si esprimono mai in pubblico su questioni politiche. Qui però la cosa è da intendersi in senso figurato perché i fatti di per se rivoluzionari già accaduti hanno riguardato la nomina per la prima volta di un primo ministro donna, Sanae Takaichi, presidente da ottobre 2025 del Partito liberal democratico (Pld), che aspira a diventare una Margaret Thatcher del Giappone e sostiene a spada tratta la ferrea alleanza con gli Stati Uniti di Donald Trump. Takaichi, avendo ottenuto la straordinaria maggioranza dei due terzi alla Camera bassa, è ora in grado di mantenere le sue promesse elettorali di modificare l’articolo 9 della Costituzione (dettata letteralmente dagli Stati Uniti alla nazione sconfitta) che proibisce al Giappone di riarmarsi e di dotarsi di un potenziale di guerra. Il risultato ottenuto da Takaichi (che è una colomba in materia fiscale, e un falco per quanto riguarda la sicurezza) è in grado di rimodellare radicalmente la politica giapponese di qui ai prossimi cinque, dieci anni. Lo straordinario recupero di un Pld in piena crisi lo si deve a lei e alla sua postura decisionista, in questo aiutata dalla Cina che prima dello scioglimento anticipato del Parlamento da parte della premier aveva definito Takaichi, schierata senza mezzi termini per la difesa incondizionata di Taiwan, una “strega malvagia”, minacciando gravi conseguenze a un Giappone che “si scava da solo la fossa”. Una vera manna elettorale per la premier, in un Giappone in cui l’orgoglio nazionale non è mai stato così forte, visto che da oggi in poi, il suo partito avrà il pieno controllo dei processi legislativi.
Un po’ come accaduto con lo straordinario successo del Movimento 5 stelle nel 2018, che ottenne più del 32 per cento dei consensi, molti dei nuovi parlamentari sono praticamente dei perfetti sconosciuti, dato che il partito è stato votato da un po’ tutte le classi di età e avrebbe potuto ottenere ulteriori 14 seggi oltre i 316 attuali, se avesse presentato un maggior numero di candidati nelle liste. Risultato davvero sorprendente, considerando che il Giappone adotta il sistema elettorale britannico di first-past-the-post (o uninominale secca: chi vince anche con un solo voto in più nel collegio conquista il seggio), in cui gli sconfitti nei collegi uninominali partecipano alla ripartizione della quota proporzionale a livello nazionale. Come si spiega il successo travolgente di Takaichi? Sostanzialmente, hanno contato la popolarità personale della leader in grado di suscitare l’entusiasmo del suo pubblico, trascinando le folle in migliaia di raduni organizzati come tanti concerti rock (Takaichi è stata batterista in un gruppo di heavy metal per mantenersi agli studi universitari). In secondo luogo, è stata lei a svecchiare il Pld aprendogli le porte dell’era digitale, divenendo una star dei social media. Contrariamente ai suoi predecessori, la prima donna premier del Giappone viene dalla classe media (il padre impiegato in una fabbrica di automobili e la madre agente di polizia) e ha uno stile semplice e diretto nel modo di parlare molto gradito dall’elettore medio. La sua posizione ferma e chiara in materia di sicurezza è destinata a tranquillizzare gli elettori su quale sarà la posizione del Giappone in un mondo sempre più insicuro.
Il secondo fattore determinante per il successo della Takaichi è stata l’inconsistenza dell’opposizione di sinistra, divisa e ancorata ai principi del pacifismo nostalgico, molto lontani oggi dagli interessi dell’opinione pubblica giapponese. Le riforme della premier, invece, intendono modernizzare le forze armate e gli apparati di sicurezza aumentando le spese per la difesa al 2 per cento del Pil, in risposta alla crescente aggressività della Cina e alla scarsa affidabilità dell’alleato americano. Non trascurando l’obiettivo di favorire le esportazioni dell’industria degli armamenti giapponesi, alleggerendo la normativa restrittiva di settore. Ma, malgrado la sua ammirazione per la Thatcher, Takaichi ha un’impostazione decisamente statalista e intende investire risorse pubbliche, per potenziare le catene di rifornimento almeno in 17 aeree vitali per l’interesse nazionale, e che pertanto necessitano di un pubblico sostegno nel perseguimento delle loro politiche industriali. Tra l’altro, l’andamento positivo dell’economia giapponese consente a Tokio di praticare una politica fiscale meno rigorosa, malgrado che il debito pubblico nipponico si attesti al 130 per cento del Prodotto interno, e che quindi la riduzione dei tassi d’interesse possa risultare non gradita a chi acquista l’equivalente giapponese dei Bot. Anche se per ora non si sono avuti riflessi negativi sulle loro quotazioni, dopo l’elezione di Takaichi. Sarà piuttosto difficile, quindi, conciliare i due estremi di un programma di elevata spesa pubblica, da un alto, con la difesa dall’inflazione dei redditi delle famiglie, dall’altro.
Altra scommessa azzardata della premier è di sospendere per due anni l’equivalente dell’Iva sui beni alimentari, senza contestualmente emettere nuovo debito pubblico: il tutto equivalente a un “gioco di magia”, come riferisce lo scettico settimanale inglese The Economist, a proposito dell’opinione espressa da un alto funzionario della Banca centrale nipponica. Per di più, la postura nazionalista della premier è destinata a creare qualche problema nelle relazioni con i suoi vicini, come Cina e Corea del Sud, visto che ritiene eccessivo perseverare con gli atti di contrizione nei confronti delle colpe attribuite all’imperialismo giapponese nel XX secolo. E se poi Takaichi riuscisse nel miracolo di unire l’Unione europea e il Cptpp (Comprehensive and Progressive Agreement for Trans-Pacific Partnership, un accordo di libero scambio tra 12 nazioni, tra cui Giappone, Australia, Canada, Messico e Malesia), si creerebbe un mercato che coprirebbe il 30percento della produzione globale. Allora, forza Sanae!
di Maurizio Guaitoli