Elon Musk e il campo di battaglia dell’empatia

venerdì 20 febbraio 2026


Nel dibattito pubblico americano più recente il tema dell’empatia è diventato una sorta un campo di battaglia ideologico. Quando Elon Musk, intervenendo a The Joe Rogan Experience, ha parlato di empatia come di una possibile “debolezza” o addirittura di un “bug” della civiltà occidentale, non ha semplicemente lanciato una provocazione retorica, ha anche intercettato una corrente culturale più ampia, vicina all’area Donald Trump e al movimento Make America Great Again, che tende a contrapporre forza e compassione, decisione e sensibilità, sopravvivenza collettiva e diritti individuali.

Al di là delle formule giornalistiche, la questione è tuttavia più sottile. Esiste davvero una “empatia suicida”? Oppure il problema non è l’empatia in sé, ma il suo uso politico? L’empatia, intesa in senso classico, è la capacità di comprendere e sentire la condizione dell’altro. In ambito morale è stata spesso considerata una risorsa, non un difetto. Adam Smith, che non era certo un sentimentale, nella Theory of Moral Sentiments (1759) scriveva che “per quanto egoista si possa supporre l’uomo, vi sono evidentemente alcuni principi nella sua natura che lo rendono interessato alla sorte degli altri”. Non parlava di debolezza, ma di fondamento della convivenza.

Tuttavia, già Smith distingueva tra sentimento e giudizio: l’empatia, o la simpatia (sympathy), come più precisamente la chiamava, in campo politico dovrebbe cioè essere gestita con oculatezza e in modo razionale. Senza la mediazione della ragione, infatti, anche ogni emozione empatica rischia di divenire fonte di un potere arbitrario e cinico.

Sotto questo profilo, Musk non sostiene, almeno nelle sue formulazioni più articolate, che l’empatia sia sempre e comunque negativa o pericolosa. Piuttosto, teme che un’empatia applicata senza considerare gli effetti sistemici possa produrre politiche che danneggiano l’insieme della società. Con la sua formula della “suicidal empathy” sembra infatti voler dire che, se una civiltà prende decisioni solo sulla base della sofferenza immediata percepita, rischia di compromettere la propria stabilità senza arrecare alcun sostanziale beneficio a chi vorrebbe aiutare.

La riserva sull’uso che si può fare di convinzioni che pur si ritengono in sé giuste non è nuova. Max Weber, nella famosa conferenza La politica come professione (1919), metteva in guardia contro un certo uso dell’etica della convinzione, ricordando che “chi fa politica deve assumersi la responsabilità delle conseguenze prevedibili delle proprie azioni”. Non basta cioè avere buone intenzioni o far riferimento a principi validi sul piano delle relazioni personali: specialmente quando si opera in contesti complessi come sono le società contemporanee e gli attuali contesti geopolitici bisogna valutare i possibili effetti delle loro diverse applicazioni.

D’altra parte, anche la tesi che considera l’assenza di empatia una caratteristica saliente dei totalitarismi ha solide basi storiche e filosofiche. Hannah Arendt, analizzando il processo Eichmann in La banalità del male (1963), osserva che per compiere un male radicale non servono mostri, ma possono bastare uomini incapaci di mettersi nei panni degli altri. In questo senso, l’abolizione dell’empatia, o la sua atrofia, è effettivamente un tratto tipico delle ideologie che disumanizzano, e in particolare del nazismo, tanto che si può considerare l’assenza di empatia come la condizione imprescindibile che presiede al suo funzionamento.

Ma dall’algida assenza di empatia che caratterizzava il nazismo al sostenere che non se ne può criticare un uso strumentale c’è un bel salto logico. L’equivoco che lo determina nasce dal fatto che l’empatia può essere sia un fondamento morale che uno strumento retorico. Nella politica contemporanea, infatti, la compassione pubblica costituisce spesso il perno di strategie elettoralmente premianti: leader che si presentano come “empatici” possono adottare politiche che, nelle loro conseguenze concrete, non riducono affatto la sofferenza che proclamano di voler eliminare ma, ciò nonostante, riescono spesso a dare l’impressione di riuscire a farlo.

A conti fatti, si scopre poi che così non è stato e che la loro preoccupazione era per lo più alimentata da una certa retorica ipocrisia professionale. L’ipocrisia, si sa, è una brutta bestia: si accomoda volentieri nelle pieghe delle coscienze e da lì emana risentimento e condanna, magniloquenza e buoni sentimenti. Chiama il conformismo e l’omologazione alla sua mensa, e questi volentieri contraccambiano. È sempre fresca come una rosa, e non invecchia mai, pur essendo nata decrepita.

Nella misura in cui è suscettibile d’essere pervasa d’ipocrisia, anche l’empatia dichiarata non garantisce l’efficacia delle strategie che propone di adottare per risolvere i mali del mondo e la falsa pietà che l’accompagna spesso provoca disgrazie, perché non sempre quanto consola cura e la bontà dell’intenzione non può sostituire la competenza, l’onesta intellettuale e l’auspicabile lungimiranza di chi dovrebbe operare per il bene comune.

Si pensi per esempio alle politiche migratorie italiane degli ultimi anni: governi che hanno rivendicato un approccio umanitario hanno di fatto finito con l’incentivare traversate pericolose, provocando un numero di morti in mare che, dati alla mano, sono superiori a quelli di altri governi che invece adottavano linee di condotta più intransigenti verso l’immigrazione irregolare, e quindi apparentemente più disumani.

La contrapposizione tra empatia e durezza, o indifferenza non aiuta quindi a individuare le linee di condotta realmente più umane e solidali, ma anzi rischia di favorire un uso strumentale della stessa empatia, a tutto svantaggio dei migranti e di chiunque si trovi nella condizione di dover chiedere aiuto. La domanda che bisognerebbe invece porsi concerne le misure che sono in grado di ridurre effettivamente il numero delle vittime e delle sofferenze, e ad essa si dovrebbe cercare di fornire una risposta razionale, e non una retoricamente emotiva, come purtroppo si è invece troppe volte costretti a constatare.

Non a caso l’empatia pubblica tende a concentrarsi su casi visibili, mediatizzati. Le sofferenze meno fotogeniche e fotografate restano invisibili. Questo produce una gerarchia emotiva che non coincide con una gerarchia oggettiva dei bisogni. Il rischio è che l’empatia diventi un dispositivo di legittimazione politica: si mobilita l’emozione per ottenere consenso, ma non si affrontano le cause strutturali dei problemi e non si riesce così a prevenire i conflitti ne derivano. In questo senso, la critica di Musk, come più in generale l’ideologia Maga, intercetta una buona dose d’insofferenza che si è ormai diffusa verso un certo moralismo opportunista e performativo.

Questo però sta a sua volta producendo un’altra deriva, ancora più pericolosa in quanto capace di produrre in modo ancor più rapido i suoi effetti distruttivi. Quando infatti la denuncia di un’empatia considerata tossica si trasforma in esaltazione della forza come valore in sé si entra in un terreno moralmente e politicamente scivoloso. La forza chiama la forza e tende ad abolire libertà democratiche fondamentali, tanto che, dal punto di vista del più forte, quando non autenticamente democratico, l’essere pronti a battersi per tutelare quelle libertà rischia di essere equiparato al cercare di affossarle. Si tratta in fondo di quanto sta accadendo nel mondo dopo che la politica imperiale della dittatura criminale del Cremlino ha trovato un supporto strategico e politico prima nella Cina e poi negli Stati Uniti sotto l’amministrazione Trump.

La storia europea del Novecento mostra che la subordinazione totale dell’individuo al desiderio di rendere “grande” il proprio Paese, così come la devozione a qualsiasi altra forma di collettività, conduce facilmente alla negazione dei diritti fondamentali previsti dalla civiltà democratica. Karl Popper, in La società aperta e i suoi nemici (1945), ricordava che le società chiuse si fondano sull’idea che il collettivo abbia un fine superiore che giustifica ogni mezzo, e concetti come quelli di nazione, razza o classe fanno tutti riferimento a diverse forme di collettività, non a requisiti o virtù di singoli individui, o a somme di singoli individui. In tutti questi casi, c’è in fondo una forma di empatia all’interno del gruppo di riferimento, nazione, razza o classe che sia, e del resto anche i bulli sanno essere solidali tra loro, ma la storia ha mostrato che in tutti e tre i casi si tende a produrre un’assenza di empatia verso chi è esterno al gruppo di riferimento.

La vera alternativa quindi non può essere quella proposta da questo bipolarismo demagogico, tra chi fa un uso strumentale dell’empatia e chi fa un uso analogo del desiderio di rendere di nuovo “grande” una nazione: la vera alternativa è invece quella tra un’empatia sbandierata e utilizzata in modo demagogico e irresponsabile e un’empatia integrata dall’esercizio del senso di responsabilità, che sappia cioè tener conto delle diverse conseguenze dei provvedimenti che si possono adottare per fra fronte a una data situazione o difficoltà.

Una politica matura dovrebbe infatti saper tenere insieme tre dimensioni distinte, ma tra loro connesse: la comprensione empatica della sofferenza dell’altro, dovunque e chiunque sia; l’analisi comparata delle conseguenze che potrebbero scaturire dalle strategie per eliminarle o comunque ridurle; la tutela di uno spazio dialogico in cui le varie posizioni in merito possano confrontarsi in modo civile.

Di certo, si può criticare in modo legittimo un uso politico dell’empatia che imputi all’avversario di turno una sostanziale indifferenza, così come si può rifiutare un uso strumentale dell’empatia senza legittimare la retorica della forza e della grandezza. L’assenza totale di empatia è storicamente associata ai regimi che trattano gli individui come mezzi, ma un’empatia che si riveli, su scala politica, priva di un’adeguata strategia è destinata a generare effetti controproducenti. La questione, quindi, non è se l’empatia sia un “bug” o una virtù assoluta, è se sappiamo collocarla in un quadro di responsabilità politica.

Ridurre la questione a uno scontro tra “empatici” e “duri”, o “indifferenti”, significa eludere la parte più difficile: il dover dimostrare, dati alla mano, quali politiche sarebbero in grado di salvare più vite e di evitare più tragedie, tanto nel breve quanto nel medio e nel lungo periodo. Senza cercare di rispondere in modo intellettualmente onesto a questa domanda preliminare risulterà infatti impossibile individuare chi è davvero in grado di difendere i valori che dice di condividere e chi invece rischia di affossarli con strategie deliberatamente controindicate, rivelandosi così un nemico mortale dei principi che sostiene di voler tutelare.


di Gustavo Micheletti