giovedì 19 febbraio 2026
La storia sta tratteggiando le ultime linee di un regime, quello iraniano, che rivelano quanto sia ormai giunta alla fine, fisiologica, la dittatura teocratica sciita. Un’autocrazia basata sul volere “divino” interpretato unicamente dall’ayatollah. Ma come è arrivata la Guida suprema – o Grande ayatollah, come veniva identificato Ruhollah Khomeini – a una tale vicinanza con il divino? Non indugiando sul suo percorso politico che lo ha visto esiliato nel 1964 perché contrario alle politiche filoamericane e filoisraeliane di Reza Pahlavi, e dove il giovane Ali Khamenei si costruì il ruolo di portavoce delle idee rivoluzionarie anti Scià, fino ad essere più volte imprigionato, la questione più che divina è politica. Infatti, appena dieci mesi dopo la deposizione del Pahlavi, Khomeini officiò un referendum, strutturato come quasi tutte le espressioni popolari, quindi manipolato, dove veniva approvata la nuova costituzione che prevedeva l’instaurazione di un regime dalle caratteristiche mai prima sperimentate, ovvero la Repubblica islamica dell’Iran. Fu creata così una peculiare forma di teocrazia sciita basata su una dualità di poteri dove la figura del presidente viene eletta a suffragio universale, ma in realtà approvata dalla Guida suprema, quindi Khomeini, il quale è unico responsabile di fronte a Dio del suo operato. Gli effetti di questa operazione furono che al “Grande ayatollah” veniva riconosciuto il grado più alto nella gerarchia sciita, quindi in una delle due confessioni in cui, genericamente, viene divisa la religione islamica, e di conseguenza Khomeini rappresentava la massima autorità, Marja’ al-taqlid, i cui principi e convinzioni dominavano su ogni altro parere od osservazione.
È chiaro che nel contesto delle operazioni piuttosto inconsistenti e confuse che la diplomazia iraniana sta tessendo al fine di prolungare la sua agonia, e prendere tempo, la questione apparentemente centrale del nucleare iraniano troppo arricchito, appare più come la solita pantomima che si colloca su uno scenario dove la criticità vera è la Guida suprema Ali Khamenei. Difatti, mentre Khomeini era riuscito a designare il suo successore segnato anche da una paralisi al braccio destro a seguito di un attentato dinamitardo nel giugno 1981, segno interpretato come di estrema devozione al suo maestro, Khamenei non pare sia riuscito a disegnare il minimo profilo di un suo eventuale successore. Comunque vada e qualsiasi tempistica occorresse la Seconda Repubblica è avviata alla sua fine storica. Ma quale potrebbe essere la Terza Repubblica islamica? In realtà il mandato di Khamenei, in piedi dal 1989, non ha mai dato segni di grande solidità. Nonostante le sue prerogative di referente unico per il suo Dio, e nonostante i grandi impegni per rendere autorevole e indiscussa la sua figura, sin dall’inizio non è riuscito a frenare le proteste e le critiche che hanno avuto un importante incremento nell’ultimo decennio, e che hanno delineato le prime profonde crepe nella struttura del regime.
Quindi, Khamenei non è stato capace di affrontare le numerose criticità che solcavano la Repubblica islamica, come non ha potuto frenare una indiscussa erosione della credibilità del clero, nonché la stessa legittimità del governo. Il tutto crea convinte opinioni sulla impossibilità che la Repubblica islamica possa mantenersi nella sua forma attuale. Se non interverrà un cambiamento radicale che anche a livello internazionale molti si auspicano, anche alla luce di un isolamento del regime, nonostante incontri, vertici e mediatori, ormai il “piatto iraniano” attrae più senza la dittatura teocratica. Quale potrà essere il cambiamento che salverebbe l’ayatollah e purtroppo escluderebbe un laico rientro di Ciro Pahlavi? Un’ipotesi di transizione del potere che possa prospettare una sorta di mantenimento dello status quo, sta serpeggiando tra i corridoi frequentati dai leader governativi, ed è potremmo dire il classico “uovo di Colombo”, ovvero affidare la guida del Paese a un autoritario regime militare. Così Ali Khamenei, dopo avere lanciato l’ipotesi nepotista di passare il suo “dialogo con Dio” direttamente al figlio Mojtaba Khamenei, ora arriva la possibilità di consegnare il potere a un’autorità militare che basa il suo “dialogo” non con la divinità ma con l’esercito.
Se così sarà, il Corpo delle guardie della Rivoluzione islamica è l’istituzione militare all’interno della quale individuare il generale che guiderà la Terza Repubblica islamica. Un passaggio da una dittatura teocratica a una sana dittatura militare? Comunque una figura del genere, quindi in teoria laica, potrebbe portare a radicali cambiamenti sia in politica estera che interna; aprendo canali di genere diverso sia in economia che con le diplomazie occidentali. Una transizione verso un nuovo modello di governo destinato a sostituire il potere clericale instaurato dal 1979. Una prospettiva, quella militare, che porrebbe le Guardie della Rivoluzione islamica in una posizione ancora più dominante, considerando che già ha un ruolo strategico sia nell’economia del Paese, ma soprattutto nel sistema politico iraniano. Se Khamenei sarà estromesso, o magari casualmente abbandonasse questo mondo, si potrebbero aprire le porte ad un avvicendamento di potere che metaforicamente potremmo descrivere dal “turbante all’elmetto”. Ma non realizzerebbe probabilmente le aspettative dell’eroico, dotto e illuminato popolo iraniano.
di Fabio Marco Fabbri