mercoledì 18 febbraio 2026
Questa settimana si apre un nuovo round di colloqui di pace tra Russia e Ucraina mediati dagli Stati Uniti, mentre l’Amministrazione Trump punta a chiudere un accordo entro l’inizio dell’estate. L’obiettivo dichiarato è fermare la guerra, ma il rischio, sempre più evidente, è che un’intesa costruita in fretta e priva di garanzie di sicurezza solide per Kyiv finisca per spostare il conflitto anziché spegnerlo. Le voci più attente avvertono che, senza un sistema credibile di deterrenza, Mosca potrebbe sentirsi incoraggiata a testare la tenuta della Nato nei Paesi baltici o ad avanzare in Moldova; tuttavia la minaccia forse più immediata riguarda lo spazio post-sovietico, dal Caucaso meridionale all’Asia centrale, dove segnali di destabilizzazione sono già visibili. Ignorare queste aree in un eventuale accordo sull’Ucraina significherebbe non porre fine alla guerra in corso, ma semplicemente cambiarne il teatro. Le dichiarazioni recenti di Aleksandr Dugin, ideologo nazionalista spesso descritto come vicino al Cremlino, secondo cui nessuno Stato post-sovietico dovrebbe godere di piena sovranità e Mosca non avrebbe altra scelta che “ripristinare l’Impero russo”, non possono essere liquidate come semplici provocazioni.
Pochi giorni prima, il propagandista televisivo Vladimir Solovyov aveva evocato “operazioni militari speciali” in Asia centrale e nel Caucaso sul modello dell’invasione dell’Ucraina. Il Ministero degli Esteri russo ha tentato di minimizzare, definendo Solovyov un “giornalista privato”, ma in un sistema mediatico rigidamente controllato dal Cremlino, dove si rischia il carcere perfino per un cartello bianco esibito in piazza, è difficile credere che simili uscite siano casuali. Al contrario, sembrano inserirsi in una strategia più ampia che, mentre le forze russe restano impantanate in Ucraina, prepara il terreno altrove. Le prove non si limitano alla retorica. All’inizio di febbraio, i servizi di sicurezza azeri hanno diffuso registrazioni che collegherebbero Ramiz Mehdiyev, ex capo dell’amministrazione presidenziale, a presunti piani golpisti coordinati con agenti dell’Fsb. Un episodio che richiama quanto avvenuto in Armenia la scorsa estate, quando le autorità hanno arrestato Samuel Karapetyan, oligarca russo-armeno inserito nella lista sanzioni del Dipartimento del Tesoro statunitense, con l’accusa di aver complottato contro il governo del primo ministro Nikol Pashinyan in collaborazione con Gazprom e le Ferrovie russe. Due presunti tentativi di colpo di Stato in un anno nel Caucaso meridionale rappresentano un campanello d’allarme che a Washington e nelle capitali europee non dovrebbe passare inosservato. Parallelamente, in Asia centrale, documenti attribuiti all’intelligence militare russa e trapelati nei mesi scorsi delineerebbero piani per destabilizzare il Kazakistan, con particolare attenzione alle regioni settentrionali dove è concentrata la minoranza russa. Le tattiche descritte – corruzione delle élite, accuse strumentali di “russofobia”, uso di organizzazioni di facciata per diffondere propaganda – ricordano da vicino quanto già sperimentato contro l’Ucraina negli anni precedenti al 2014.
Una pace mal calibrata rischia di produrre l’effetto opposto. Se un accordo in Ucraina liberasse risorse militari russe senza creare meccanismi di deterrenza efficaci, il Cremlino potrebbe trovarsi nelle condizioni ideali per riaffermare la propria influenza nel cosiddetto “estero vicino”. La storia suggerisce prudenza. Nel libro Guerra e castigo, il giornalista russo Mikhail Zygar ricostruisce come per secoli Mosca abbia represso le aspirazioni statali ucraine, dall’abolizione dell’autonomia cosacca nel XVIII secolo alla proibizione della lingua nel XIX, fino alla carestia artificiale degli anni Trenta, l’Holodomor, che costò la vita a milioni di persone. Dinamiche analoghe emergono anche in Asia centrale, dove durante l’epoca sovietica il Kazakistan fu devastato dall’Asharshylyk, una carestia che annientò oltre un terzo della popolazione. Non si tratta di memorie polverose, ma di ferite ancora aperte in società che conoscono bene il prezzo della restaurazione imperiale. Chi oggi vive nel Caucaso meridionale o in Asia centrale difficilmente si lascia rassicurare dalla tesi secondo cui le difficoltà incontrate dalla Russia in Ucraina renderebbero improbabile un’ulteriore aggressione.
Piuttosto, osserva la capacità di Mosca di adattarsi: l’invasione della Georgia nel 2008 fu tatticamente efficace ma caotica sul piano operativo; sei anni dopo, l’annessione della Crimea con gli “omini verdi” dimostrò un salto di qualità notevole. Una tregua affrettata potrebbe offrire al Cremlino il tempo necessario per riorganizzarsi e applicare altrove le lezioni apprese sul campo ucraino. Per evitare che una pace in Ucraina diventi la premessa di nuovi conflitti, occorre pensare in termini regionali: estendere garanzie di sicurezza anche agli Stati post-sovietici più esposti, rafforzare la presenza economica occidentale attraverso investimenti infrastrutturali e nello sviluppo delle risorse, subordinare qualsiasi allentamento delle sanzioni alla cessazione concreta delle attività destabilizzanti in Azerbaigian, Armenia, Kazakistan e oltre. Solo integrando queste dimensioni in un accordo con Kyiv sarà possibile spegnere davvero l’incendio senza alimentarne altri. I propagandisti del Cremlino, in fondo, stanno indicando con chiarezza la direzione delle ambizioni russe. Ignorarli sarebbe un errore che l’Europa e gli Stati Uniti non possono permettersi.
(*) Docente universitario di Diritto internazionale e normative per la sicurezza
di Renato Caputo (*)