mercoledì 18 febbraio 2026
Per l’Iran (e il resto del mondo che guarda inorridito e interessato) che cosa è auspicabile: un “leadership change” o un “regime change”? Preferibilmente un mix di entrambi, come sostiene su The Economist Amir Hossein Ganjbakhsh (dissidente iraniano rifugiatosi in America), in considerazione dell’architettura istituzionale (molto) sui generis della Repubblica islamica. Quest’ultima, infatti, si presenta come una sorta di scatola cinese, denominata “velayat-e faqih” (“vef”, per brevità nel seguito), in cui all’interno si intersecano e interagiscono due grandi sottosistemi non congruenti, nel senso che la funzionalità operativa dell’uno produce disfunzionalità nell’altro, generando instabilità cronica e squilibrio permanente. Ciascuno dei sottosistemi, cioè, persegue una sua logica organizzativa coinvolgente aree di intervento eterogenee, che vanno dalla sovranità, alla politica estera, alla governance e ai diritti dei cittadini. Pertanto, ogni tentativo di riforma che intenda rafforzare le istituzioni dello Stato preservando la vef è destinato a fallire, perché non tiene conto dell’incompatibilità tra le due logiche di potere. E tutto ciò è molto evidente quando si mettono a confronto le traiettorie politiche di coloro che hanno tentato di atteggiarsi a uomini di stato all’interno della Repubblica islamica. Tutti costoro, infatti, sono stati neutralizzati senza distinzione, dai più radicali a quelli più moderati, impossibilitati per di più a svolgere un ulteriore mandato, come Mahmud Ahmadinejad, Mohammad Khatami e Hassan Rouhani. Altri ancora sono stati eliminati, come Ali Rafsanjani, o imprigionati come Mir-Hosein Musavi e Mehdi Karroubi. In tutti i casi, infatti, il loro ruolo si è rivelato strutturalmente incompatibile con le ambizioni e la logica del vef.
Ovviamente, alla radice di queste insanabili contraddizioni si colloca la caduta del regime dello scià nel 1979, che ha visto il ruolo dominante del clero sciita nel movimento rivoluzionario anti-monarchico. Fatto quest’ultimo che ha prodotto un fragile compromesso tra le due fonti di legittimazione: da un lato, la sovranità popolare, espressa attraverso libere elezioni; dall’altro la legittimazione divina del potere, che a sua volta giustificava la superiorità della legge islamica, o Shari’a, alla quale si dovevano conformare la società civile e le leggi dello Stato. Come compromesso, si sono create due gerarchie parallele: la prima convenzionale, ereditata dallo Stato burocratico; la seconda, invece, consolidava una burocrazia islamica che non si fondava però su alcun precedente storico. Le èlite del clero sciita risolsero tale contraddizione elevando un’autorità indiscussa, il leader supremo o “guardiano della legge”, al di sopra della stessa autorità dello Stato. Fu così eretta come ideologia di sostegno della nuova dittatura l’Islam rivoluzionario, ridefinito per l’occasione come un progetto transnazionale che si opponeva sia all’imperialismo americano, sia al sionismo. In tal modo il leader supremo si identificava sia come Capo dello Stato, sia come leader della Rivoluzione islamica, e poteva così rivendicare una proiezione globale nella sua azione politico-religiosa. Il sequestro dell’Ambasciata americana a Teheran nel 1979 fu un momento cruciale di questa trasformazione, dato che la crisi degli ostaggi fece del grido “morte all’America” il pilastro ideologico del velayat-e faqin (vef). Da allora in poi, lo scontro permanente con l’Occidente divenne la caratteristica fondamentale del regime teocratico iraniano.
Pertanto, a giudizio di Ganjbakhsh, l’obiettivo sia del popolo iraniano che della comunità internazionale deve essere quello di smantellare la velayat-e faqin, dato che quest’ultima è posta a fondamento della Costituzione della Repubblica islamica come istituzione suprema al di sopra dello Stato. Per rimuoverla, pertanto, occorre una nuova riforma costituzionale, per cui il cambio della leadership comporta automaticamente il regime change. Ma, un simile cambiamento epocale non può essere conseguito né con un colpo di mano da parte dell’élite al potere, né con una pressione dall’esterno, come quella in atto nel Golfo Persico da parte americana. Il cambiamento non può che venire dal basso, attraverso un atto di riconciliazione tra gli iraniani stessi, e l’avvio di un processo politico che conduca a libere consultazioni, per l’elezione di un’Assemblea costituente, in grado di creare le premesse per la realizzazione di uno Stato democratico. L’idea di una Costituente, da insediare a seguito di un referendum, è sostenuta in particolare dal principale leader dell’opposizione, Mir-Hosein Musavi, che ha scontato parecchi anni di prigione nelle carceri iraniane. La sua presenza in una coalizione transitoria di governo, inoltre, garantirebbe gli apparati militari e di sicurezza in merito a un regime change ordinato e pacifico, onde evitare il rischio di una guerra civile, dannosa per tutti. Dando così rassicurazioni alla comunità internazionale in merito alla fine dell’avventurismo regionale dell’Iran (con il definitivo smantellamento della politica dei proxy) e della corsa al nucleare.
Perché, in fondo, ha ragione Niccolò Machiavelli: “Se è giusto che un principe incuta timore nei sudditi, è ancora più giusto che faccia il possibile per non venire odiato”. Perché una cosa è certa: anche se l’America non interverrà nell’immediato, il recente bagno di sangue di tanti giovani e persone innocenti non può restare senza risposta, e senza conseguenze gravissime per il regime e per la sua guida suprema che ha ordinato i massacri. Il vero problema dell’Iran, però, è la mancanza di coesione interna, visto che malgrado i recenti, tragici eventi, le divisioni inter-etniche e religiose si sono acuite, anziché ridursi. E così, in questa terribile commedia degli equivoci, opposizione e forze di governo si accusano a vicenda di aver fatto ricorso a forze mercenarie: i governativi sostengono che le sommosse sono state scatenate da agenti israeliani, mentre i manifestanti accusano le milizie sciite irachene di essere intervenute a sostegno del regime. Ogni spazio di mediazione e di trattativa tra chi protesta e chi reprime sembra ormai essersi esaurito, dato che a questo punto i manifestanti sono definitivamente catalogati come “terroristi”, passibili di arresto immediato e di condanna capitale. Così, come previsto, parte dell’opposizione al regime e le sue rappresentanze all’estero iniziano a invocare il ricorso alle armi: e, forse, questa è l’unica strada “mazziniana” per liberarsi di un regime teocratico tanto sciagurato!
di Maurizio Guaitoli