Quando la politica alimenta la violenza

mercoledì 18 febbraio 2026


La storia, purtroppo, si ripete. E la maggior parte delle volte ci dimostra che dagli errori del passato non si impara mai niente.

In Francia la morte del 23enne Quentin Deranque, presentato come vicino all’estrema destra, è diventata la scusa per acuire uno scontro politico sempre più radicalizzato: realtà purtroppo evidente anche nel nostro Paese.

I fatti risalgono a giovedì 12 febbraio, quando Deranque era intervenuto insieme ad alcuni compagni per scortare il collettivo femminile nazionalista Némésis, che protestava contro la conferenza dell’eurodeputata Lfi Rima Hassan alla facoltà di Scienze politiche di Lione. Intorno alle 18, Quentin Deranque è stato aggredito e gettato a terra da “almeno sei individui” mascherati e con il passamontagna, che lo hanno massacrato di botte prendendolo a calci e pugni. Il ragazzo è morto due giorni dopo a causa dell’emorragia cerebrale.

Secondo i testimoni, gli aggressori erano un gruppo di militanti di estrema sinistra Antifa. In molti hanno accusato La France insoumise (Lfi) di Jean-Luc Mélenchon di avere alimentato un clima di odio che ha portato all’omicidio. Il procuratore lionese, Thierry Dran, ha aperto un’indagine per “omicidio” e “violenze aggravate”, oltre che per “associazione per delinquere”, dove risulta tra i sospettati anche Jacques-Elie Favrot, collaboratore parlamentare del deputato Lfi Raphaël Arnault, creatore di “La Jeune Garde”, gruppo della galassia Antifa, fondato a Lione nel 2018 e disciolto d’autorità lo scorso giugno. La presidente dell’Assemblea nazionale Yaël Braun-Pivet ha annunciato la sospensione dell’accesso di Favrot all’Aula. Dall’altra parte Jean-Luc Mélenchon ha respinto con forza ogni responsabilità del suo partito, contrattaccando e definendo gli accusatori come “banda di calunniatori”.

Raphaël Arnault, oggi deputato de La France insoumise, ha espresso sabato su X “orrore e disgusto” dopo la morte del giovane. Anche La Jeune Garde ha contestato in un comunicato qualsiasi responsabilità nei “tragici fatti” di Lione, avendo “sospeso qualsiasi attività” dopo lo scioglimento.

Eppure, la polemica divampa e alcuni testimoni continuano a ribadire la presenza di Jacques-Elie Favrot agli scontri di giovedì sera.

E tra il rimpallo di accuse reciproche, il governo francese ha inviato una circolare ai rettori e ai prefetti delle università, invitandoli a essere “più vigili” di fronte alla “recrudescenza, all’interno e nei pressi degli istituti di istruzione superiore, di gravissimi disordini dell’ordine pubblico durante gli eventi organizzati dalle associazioni studentesche”.

Ma le associazioni studentesche rappresentano in piccolo quello che si vede quotidianamente a livello politico: l’altro non è più un avversario da battere a suon di dialettica, ma un nemico da abbattere. Gli studenti replicano l’atteggiamento degli adulti: se non posso portarti dalla mia parte, ti elimino. Perché discutere, ragionare e riconoscere all’altro lo stesso diritto di esprimere la propria opinione, anche se diversa dalla nostra, è faticoso. Infatti, di dibattiti politici “costruttivi” non se ne vedono quasi più. Ed è proprio così che la democrazia muore. Nell’indifferenza dei più, che preferiscono continuare a tifare bovinamente la propria parte piuttosto che fermarsi un attimo a fare autocritica.


di Claudia Diaconale