Il motore “GerIt”: rinascita dell’asse

mercoledì 11 febbraio 2026


Che cos’è il “Motore GerIt” europeo? Anche per Le Figaro si tratta di una sorta di succedaneo di quello antecedente GerFra di Francia e Germania per la guida dell’Unione europea, di recente completato dalla terza gamba mancante: il Giappone. Di fatto, tutti e tre i Governi citati sono espressioni avanzate del centrodestra moderno, perfettamente ambientate nel solco della tradizione nazionale post-bellica: una sorta di nemesi dei rovesci dell’Asse del 1940-45. Va tenuto conto, infatti, che la nuova Premier nipponica, Sanae Takaichi, a capo del Partito liberal-democratico (Ldp), ha ottenuto nelle elezioni anticipate della Camera bassa di questo febbraio 2026 la maggioranza assoluta, pari a più di due terzi dei seggi, che le consentono di modificare la Costituzione esistente (ispirata dagli Usa nel 1945 e finora mai emendata) per il riarmo del Giappone. Il tutto, diciamo così, appare una conseguenza diretta e indiretta del semiscioglimento del matrimonio Europa-America, fin troppo maturo e stanco, in cui i vecchi siamo noi e loro sono i giovani rampanti tecno-economici della Silicon Valley; cui seguono a ruota i figli di Mao che hanno come unica loro madre il Profitto e come padre il Super-Ego nazionale. Ma si sa che oggi, alla Mark Carney, a una famiglia appena (semi)disciolta (come Nato e Patto Atlantico) ne segue una o più allargata, con matrimoni di comodo o perfino di durata giornaliera, come quelli previsti dal diritto coranico per autorizzare il consumo occasionale di rapporti tra i due sessi. Pertanto, a perdere quota (in attesa dell’inevitabile schianto del 2027) è stata la Francia di Emmanuel Macron, in predicato di bancarotta, alla quale l’attuale Presidente risponde con la sua fuga sistematica all’estero, cercando di deviare l’attenzione in patria con una serie di trovate improntate all’antitrumpismo duro e puro. Così, non degnandolo nemmeno di uno sguardo, Giorgia Meloni e Friedrich Merz si sono ritrovati il 23 gennaio scorso nel sontuoso scenario di Villa Pamphili a Roma, definita anche da Le Figaro la “Versailles romana”, tanto per fare dispetto alla Grandeur di qualcuno.

E poiché i passi in avanti (in ossequio al famoso federalismo draghiano) si fanno con chi ci sta e per il tempo necessario, Italia e Germania hanno ritenuto quanto mai opportuno, in questo difficile e complicato momento storico per entrambi, riannodare le fila di un partenariato strategico, in tema di competitività, innovazione, energia, difesa, sicurezza e contrasto all’immigrazione illegale. Nell’occasione, Roma e Berlino hanno sottoscritto un patto per la fondazione di una nuova Europa, di cui i due Paesi promotori della Comunità europea intendono farsi carico. E questo perché i due leader hanno ben chiara quale sia oggi la vera posta in gioco: la necessità di un’innovazione radicale del modus operandi dell’area commerciale più ricca del mondo per quanto riguarda competitività, sovranità e sicurezza, onde evitare, come sostiene il canadese Carney, di finire nel menu delle grandi potenze. Merz e Meloni guardano (anche se da punti di vista non perfettamente coincidenti, in quanto la Premier italiana spera sempre di poter tenere in piedi un ponte sospeso tra noi e l’America di Donald Trump) a un rimedio politico che ci affranchi dal vassallaggio nei confronti degli Usa, aggirando contestualmente la minaccia incombente di Vladimir Putin per la ricostruzione dell’impero sovietico, e del ritorno alla logica del più forte nelle relazioni tra Stati sovrani. Senza sottovalutare l’ombra lunga e inquietante della Cina, che rischia di soffocare in culla lo sviluppo economico dell’Europa, rendendola schiava (per colpa e irresponsabilità degli stessi europei!) di una dipendenza tecnologica e industriale dai suoi manufatti (elettrico e derivati, in particolare) e dalle materie prime strategiche, di cui Pechino detiene di fatto il monopolio.

Per non parlare poi dell’insorgenza del Sud globale, che intende farsi giustizia delle sofferenze derivatigli dall’odiato passato coloniale delle potenze europee. Oggi, quella variegata entità geografica tende a concentrarsi in un nuovo, e per ora confuso, conglomerato denominato Brics+. Al suo interno vi si riconoscono e si collocano in funzione antioccidentale (radicale o moderata) Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica, Egitto, Emirati Arabi Uniti, Etiopia, Iran e Indonesia: stiamo parlando quindi di qualcosa come più di metà della popolazione mondiale e del 40 per cento del Pil globale! Tornando a noi: che cosa hanno da mettere a fattor comune Italia e Germania? Non poco, se si pensa a materia grigia, formazione universitaria, risparmio delle famiglie (stimato in 35 triliardi di euro), infrastrutture di alto livello, grandi aziende private in buona salute, una rete planetaria di attività commerciali, un grande mercato di 450 milioni di consumatori, supportato il tutto da istituzioni responsabili, uno Stato di diritto affidabile, un sistema finanziario solido e una moneta stabile. L’intesa italo-tedesca ha riguardato alcune fondamentali direttrici di azione, come la ricostruzione di una base competitiva che dia priorità all’industria, rimettendo seriamente in discussione il famigerato e demagogico “Green Deal”, il vero Cavallo di Troia cinese per distruggere dall’interno la Fortress Europe degli scambi commerciali.

Un altro asse strategico ha riguardato la necessità di una deregolamentazione massiva rispetto alla macchina burocratica di Bruxelles, in funzione del completamento del mercato interno e dell’abolizione di barriere tariffarie tra i Paesi europei. Forti del dinamismo dimostrato dalle loro esportazioni, Germania e Italia sostengono la moltiplicazione dei grandi accordi di libero scambio con India, Mercosur, Australia, Giappone, Corea del Sud e Africa, in grado di creare una seria alternativa al mercato Usa. Ciò implica non solo il rafforzamento delle politiche anti immigratorie contro le migrazioni illegali, ma una strategia illuminata e condivisa per ammettere all’interno dei confini europei flussi migratori selettivi autorizzati e qualificati, in grado di compensare il fabbisogno inevaso di manodopera e il conseguente, rispettivo declino demografico. Nel solo 2025, infatti, la popolazione tedesca è diminuita di 100mila unità e quella italiana di 35mila. In primo piano, soprattutto, la questione del riarmo che deve avvenire in base a due pilastri: da un lato, il disaccoppiamento prudente e progressivo dagli Usa (senza rompere con l’Alleanza Atlantica); dall’altro, favorendo l’emergere di una difesa comune tra i grandi Paesi europei.

Anche per Meloni e Merz l’Europa deve scegliere un “federalismo pragmatico” alla Mario Draghi e, in questo, di certo aiuterà la recente presa di controllo delle istituzioni europee da parte della Germania. Il tutto, traducibile nel riavvicinamento tedesco all’Italia in seno al Parlamento europeo, con la possibilità di formare un nuovo raggruppamento di centrodestra per la revisione drastica delle direttive europee in merito, rispettivamente alla: Corporate Sustainability Reporting Directive o Csrd, Direttiva sulla rendicontazione societaria di sostenibilità, che impone alle aziende europee obblighi più rigorosi per la pubblicazione di report sui fattori Esg, ambientali, sociali e di governance; Corporate Sustainability Due Diligence Directive, o Cs3d, Direttiva sul dovere di diligenza delle imprese ai fini della sostenibilità, che obbliga le grandi aziende a identificare e mitigare gli impatti negativi sui diritti umani e sull’ambiente lungo la catena del valore. Sarà finalmente la volta buona questa del nuovo sodalizio Italia-Germania per modificare la testata imballata del motore europeo?


di Maurizio Guaitoli