Epstein e i servizi russi, la pista del kompromat

giovedì 5 febbraio 2026


La notizia dell’avvio da parte della Polonia di un’inchiesta sui possibili legami tra Jeffrey Epstein e i servizi di intelligence russi ha riportato al centro dell’attenzione internazionale non solo il passato criminale del finanziere statunitense, ma anche l’ombra inquietante di un’operazione di kompromat orchestrata da Mosca attraverso l’utilizzo di “trappole al miele” (honey trap). Epstein, morto suicida nel 2019 mentre era in carcere in attesa di processo per traffico sessuale di minori, è stato a lungo una figura avvolta nel mistero e nelle accuse di aver costruito una rete globale di relazioni con potenti uomini di Stato, imprenditori e celebrità. Ora, con la pubblicazione da parte del Dipartimento di Giustizia Usa di milioni di documenti legati al suo caso, emergono riferimenti ricorrenti alla Russia – quasi 10mila citazioni nei file e oltre mille menzioni specifiche di Vladimir Putin – che alcuni analisti interpretano come indizi di connessioni ben più profonde di quanto fosse noto fino a oggi.

Nel linguaggio dei servizi, kompromat indica materiale compromettente – fotografie, video, documenti – raccolto con lo scopo di ricattare o esercitare leva su individui influenti. È una pratica riconducibile alla tradizione dei servizi sovietici e russi, che ha visto impiegare tecniche di raccolta di informazioni sensibili per decenni. In questo contesto la figura di Epstein appare sospetta agli occhi di intelligence e media: secondo fonti di sicurezza citate dal Daily Mail, Epstein non solo avrebbe fornito escort e organizzato incontri compromettenti per uomini potenti, ma lo avrebbe fatto con l’intenzione, o forse su richiesta, di servizi come l’Fsb (l’erede del Kgb). E non si tratta di semplici ipotesi giornalistiche, perché nei documenti resi pubblici emergono e-mail e riferimenti in cui Epstein parla apertamente di incontri programmati con figure di spicco russe o di rapporti d’affari che sfiorano il Cremlino. Non meno inquietante è l’idea – avanzata anche dal Daily Telegraph e altri media internazionali – che Epstein possa aver agito come un nodo in una più ampia rete di intelligence, mettendo insieme sesso, denaro e informazioni compromettenti per ottenere vantaggi politici o diplomatici. Alcuni ex funzionari occidentali hanno addirittura suggerito che il finanziere sia stato reclutato negli anni Settanta o Ottanta da agenti del Kgb per una vasta operazione di kompromat contro élite occidentali, una tesi rilanciata di recente da ex dirigenti dellintelligence britannica.

A questo si aggiungono scoperte investigative come quelle del Dossier Project, che ha identificato legami tra Epstein e Sergei Belyakov, un laureato dell’Accademia Fsb e figura vicina all’establishment economico russo. Belyakov, secondo il dossier, avrebbe facilitato contatti e visti per Epstein in Russia e organizzato incontri con figure di alto rango come il vice ministro delle Finanze e un vice presidente della Banca centrale, introducendolo così nelle cerchie di potere di Mosca. Tutte queste rivelazioni alimentano uno scenario in cui l’operazione di Epstein non si limiterebbe a un crimine di predazione sessuale, per quanto aberrante, ma potrebbe rappresentare la punta di un iceberg: individui ricattati, dossier compromettenti in mano a servizi stranieri, influenza esercitata attraverso segreti personali piuttosto che accordi diplomatici formali. Proprio per questo il primo ministro polacco Donald Tusk ha sottolineato il rischio che materiale compromettente possa essere in possesso di intelligence russe e che ciò possa avere ripercussioni sulla sicurezza di Stati e leader politici.

Il dibattito però è tutto fuorché chiuso. Gli stessi documenti pubblicati non costituiscono prove giudiziarie di un legame diretto tra Epstein e il Cremlino, e molte delle e-mail o delle affermazioni nei file restano senza verifica indipendente. Esperti legali e di intelligence mettono in guardia dal confondere correlazioni con causalità diretta: la presenza ripetuta di nomi e riferimenti non equivale automaticamente a un coinvolgimento ufficiale dei servizi russi. Tuttavia il sospetto di una “colossale operazione di kompromat sessuale” – come l’ha definita qualche commentatore – persiste e impone ulteriori indagini sia nel campo giudiziario sia in quello dell’intelligence internazionale. In definitiva, la riapertura del caso e l’esame delle nuove informazioni non riguardano solo il passato di un uomo e i suoi crimini, ma sollevano domande più ampie sul modo in cui potere, segreti e vulnerabilità personale si intrecciano nel grande teatro delle relazioni internazionali. La storia di Jeffrey Epstein, da molti vista ormai come un simbolo di depravazione e impunità, potrebbe celare un capitolo finora sottovalutato di spionaggio, ricatto e kompromat globale.

(*) Docente universitario di Diritto internazionale e normative per la sicurezza


di Renato Caputo (*)