Putin apre a Zelensky: “Non rifiuta” un incontro

giovedì 29 gennaio 2026


Mosca lascia formalmente aperto uno spiraglio a un incontro diretto tra il presidente russo Vladimir Putin e l’omologo ucraino Volodymyr Zelensky, ma lo subordina a condizioni precise: il vertice dovrà essere “preparato” e in grado di “raggiungere risultati concreti e positivi”. A ribadire la linea del Cremlino è il consigliere di Putin per la politica estera, Yuri Ushakov, che ha chiarito come, in questo quadro, la Russia sarebbe pronta ad accogliere lo stesso Zelensky a Mosca, garantendo “la sua sicurezza e le necessarie condizioni di lavoro”. Sul piano operativo, mentre il canale politico resta cauto, prosegue il sostegno occidentale a Kiev, in particolare sul fronte energetico, messo a dura prova dai ripetuti attacchi russi alle infrastrutture critiche nel corso di un inverno eccezionalmente rigido. L’Italia ha annunciato un contributo concreto: “Oggi si completa la consegna del primo lotto di 78 caldaie industriali e ulteriori 300 saranno consegnate nelle prossime settimane, per una capacità totale di circa 900 Megawatt termici”, ha comunicato Palazzo Chigi. L’impegno, si precisa nella nota, era stato assunto dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni con Zelensky “in occasione del loro incontro a margine del Consiglio europeo dello scorso ottobre 2025”. Anche la Francia si muove nella stessa direzione: “Invieremo generatori per aiutare gli ucraini a superare l’inverno”, ha dichiarato il presidente Emmanuel Macron.

Le parole di Ushakov, rilasciate in un’intervista alla televisione di Stato russa, rispondono direttamente alle dichiarazioni di Zelensky, che martedì si era detto “pronto a un incontro con Putin per risolvere le questioni più delicate del piano di pace”, con particolare riferimento ai territori occupati e alla gestione della centrale nucleare di Zaporizhizhia. Allo stesso tempo, il leader ucraino aveva accusato Mosca di essere “un ostacolo al processo di pace”. Ushakov ha inoltre sottolineato che la posizione russa tiene conto anche delle sollecitazioni del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, il quale, nel corso di colloqui telefonici con Putin, avrebbe “invitato” la Russia a “considerare la possibilità” di un vertice con Zelensky. Al di là delle dichiarazioni pubbliche, entrambe le parti sembrano guardare con attenzione al nuovo capitolo negoziale avviato lo scorso fine settimana ad Abu Dhabi su iniziativa statunitense. Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha annunciato che la ripresa dei colloqui è prevista per domenica 1 febbraio, precisando però che “tutto deve essere fatto discretamente, a porte chiuse”, come “avviene ora”. Il fatto stesso che russi e ucraini abbiano iniziato a confrontarsi su una serie di dossier complessi può “già essere considerato un progresso”, ha aggiunto.

Dal lato ucraino, Zelensky ha confermato l’avanzamento dei lavori tecnici. “Insieme al nostro team negoziale e ai funzionari governativi, abbiamo individuato gli aspetti dell’accordo con gli Stati Uniti sulla ripresa postbellica che necessitano di essere approfonditi”, ha spiegato, chiarendo che il nodo centrale riguarda i “parametri per la raccolta e l’utilizzo dei fondi per la ricostruzione”. Il tentativo di individuare una via d’uscita diplomatica procede mentre il costo umano del conflitto continua a crescere. Secondo una stima riportata dal New York Times, che cita uno studio del Center for strategic international studies, se la guerra non verrà fermata prima, entro la primavera il numero complessivo di morti, feriti e dispersi tra le due parti potrebbe arrivare a due milioni. In particolare, il bilancio parlerebbe di 1,2 milioni di soldati russi e 600mila ucraini. Il dato relativo a Mosca è stato respinto dal Cremlino: “Non credo – ha affermato Peskov – che tali resoconti possano o debbano essere considerati come informazioni affidabili”.

AMMIRAGLIO CAVO DRAGONE: PUTIN NON RAGGIUNGE GLI OBBIETTIVI SUL CAMPO

Nel quadro della crisi è intervenuto anche l’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, da un anno presidente del Comitato militare della Nato ed ex capo di Stato maggiore della Difesa italiana. Il militare italiano non ha dubbi: “Al cuore resta la minaccia russa, che è stata confermata dal 2022 e che guida la nostra strategia. Dobbiamo continuare a esercitare deterrenza”. In questo contesto, riconosce il ruolo degli Stati Uniti nel sollecitare un riequilibrio degli oneri: “È vero che gli Stati Uniti suonano la carica: hanno dato forti scossoni in nome di una necessità che io ritengo giusta, ovvero che i costi per la difesa collettiva vengano distribuiti in modo più equo”. L’ultimo vertice dell’Aia, la scorsa estate, viene indicato come un passaggio chiave: “L’Europa s’impegna a più alte spese militari, adesso vanno assunte maggiori responsabilità operative”.

Lo sguardo dell’Alleanza, avverte l’ammiraglio, si estende anche a Nord: “L’Artico sta diventando sempre più centrale: i cambiamenti climatici portano allo scioglimento dei ghiacci e all’apertura di nuove rotte commerciali, oltre a rendere accessibili zone ricche di minerali e risorse. I russi sicuramente non vanno in Artico solo per osservare foche e orsi: hanno riaperto basi chiuse da decenni e testato nuove armi”. Sulla guerra in Ucraina, la valutazione dell’ammiraglio ridimensiona le conquiste del nuovo zar: “La Russia avanza a passi minimi. Ormai è chiaro che Putin non ha raggiunto nessuno dei suoi obiettivi strategici iniziali: mirava a prendere l’intera Ucraina e non ha neppure occupato tutto il Donbas. Si era illuso che la sconfitta della Nato in Afghanistan lo ponesse in vantaggio. Ma oggi la Nato è più forte e coesa di prima proprio grazie alla reazione contro l’invasione dell’Ucraina”, conclude Cavo Dragone.


di Zaccaria Trevi