giovedì 29 gennaio 2026
La guerra che la Russia conduce contro l’Europa non si combatte solo con i carri armati sul fronte ucraino, ma attraverso una pressione costante, silenziosa e insinuante che attraversa confini, istituzioni e società. È una guerra ibrida, fatta di interferenze, intimidazioni, sabotaggi a bassa intensità, disinformazione e attacchi informatici, che mira a logorare dall’interno la coesione europea e a rendere fragile ciò che appare solido. Il rapporto di intelligence 2025 del Servizio di Sicurezza dello Stato belga (Vsse) non lascia spazio a letture accomodanti: la Federazione Russa ha intensificato in modo sistematico questo tipo di aggressione, trasformandola in uno strumento strutturale della propria politica estera. Dal 2022 in poi, mentre l’esercito russo è impantanato nella guerra contro l’Ucraina, Mosca ha scelto di compensare sul piano ibrido, moltiplicando le operazioni che non superano formalmente la soglia del conflitto armato ma ne producono gli effetti più corrosivi. Attacchi informatici che rendono temporaneamente inaccessibili siti istituzionali, campagne di disinformazione che avvelenano il dibattito pubblico, tentativi di interferenza nei processi decisionali europei, attività di spionaggio e azioni di intimidazione concorrono a creare un clima di instabilità permanente, in cui l’obiettivo non è vincere una singola battaglia ma indebolire lentamente l’avversario.
Il fulcro di questa strategia resta la “negazione plausibile”, quella zona grigia che consente al Cremlino di smentire ogni responsabilità diretta, rendendo politicamente e giuridicamente complessa una risposta immediata.
Anche il fenomeno delle segnalazioni di droni sopra aeroporti, infrastrutture militari e siti sensibili in Belgio va letto in questa chiave: al di là dei danni materiali, ciò che conta è l’effetto psicologico, la percezione di vulnerabilità e l’idea di uno spazio europeo costantemente esposto a intrusioni opache. Sul piano dello spionaggio tradizionale, le espulsioni di diplomatici russi decise dopo il 2022 hanno colpito duramente l’apparato di intelligence di Mosca, ma il rapporto avverte che la pressione non è affatto cessata e che la vigilanza resta indispensabile. Ancora più insidiosa è la guerra dell’informazione, condotta attraverso una galassia frammentata di attori, canali e piattaforme che amplificano narrazioni anti-occidentali e antidemocratiche, sfruttando ogni frattura sociale, ogni difficoltà economica e ogni incertezza politica. In Belgio, come in altri Paesi europei, il sostegno all’Ucraina e la questione dei beni russi congelati diventano bersagli privilegiati di campagne volte a presentare i governi come distanti dai cittadini e ostili ai loro interessi, creando l’illusione di un malcontento diffuso e spontaneo. A questo si aggiunge l’uso crescente di “agenti monouso”, reclutati per compiti a basso impatto ma dal forte valore simbolico, una pratica che abbassa ulteriormente la soglia del rischio e rende sempre più difficile l’attribuzione diretta delle responsabilità. Le istituzioni europee, a partire dal Parlamento, restano un obiettivo centrale di queste interferenze, perché è lì che si formano le decisioni politiche capaci di incidere sul futuro del continente. Sul fronte cibernetico, gli attacchi DDoS contro siti istituzionali e infrastrutture digitali rappresentano la parte più visibile di una pressione continua che, se intensificata, potrebbe colpire servizi essenziali e sistemi critici.
Accanto a queste dimensioni più note, esiste però un fronte meno visibile ma altrettanto sensibile, quello dei flussi finanziari opachi legati alle missioni diplomatiche russe in Europa, potenzialmente utilizzabili per sostenere reti di influenza e attività di intelligence indirette. In Italia, come era emerso nel recente passato, l’Unità di Informazione Finanziaria (Uif) della Banca d’Italia ha acceso un faro sui movimenti anomali dei conti riconducibili all’ambasciata russa a Roma, rilevando prelievi di contante di entità eccezionale e operazioni non facilmente riconducibili alle normali esigenze di una rappresentanza diplomatica. Richieste di milioni di euro in contanti e flussi finanziari poco trasparenti hanno attirato l’attenzione degli organismi di controllo perché, in un contesto di crescente aggressività ibrida, il denaro rappresenta uno strumento essenziale per alimentare attività che vivono nell’ombra: dal finanziamento di intermediari informali alla copertura di operazioni di influenza e pressione politica difficili da tracciare. Anche questo livello, apparentemente tecnico e burocratico, si inserisce nella strategia più ampia di Mosca, che utilizza ogni spazio grigio – informativo, operativo e finanziario – per estendere la propria capacità di azione sul territorio europeo riducendo al minimo l’esposizione diretta.
Di fronte a questo scenario, l’Europa non può più permettersi ambiguità o risposte timide. La cooperazione tra i servizi di intelligence è necessaria, ma non sufficiente se non è accompagnata da una volontà politica chiara e da una strategia comune. L’esperienza dell’Ucraina, con Kyiv che da anni affronta e studia le tecniche ibride del Cremlino, dimostra che la resilienza non è solo difesa, ma capacità di riconoscere la natura del conflitto e di reagire in modo proporzionato e credibile. Continuare a trattare le azioni ibride russe come una somma di incidenti isolati significa accettare il terreno di gioco imposto da Mosca; riconoscerle per ciò che sono, una forma di guerra permanente a bassa intensità, è il primo passo indispensabile per difendere davvero la sicurezza, la democrazia e la sovranità europea.
(*) Docente universitario di Diritto internazionale e normative per la sicurezza
di Renato Caputo (*)