mercoledì 28 gennaio 2026
La guerra in Ucraina è entrata in una fase ancora più cupa e rivelatrice. Incapace di ottenere una vittoria decisiva sul campo di battaglia, il presidente russo Vladimir Putin ha progressivamente spostato il baricentro del conflitto dalla dimensione militare a quella civile, trasformando le città, le infrastrutture essenziali e la vita quotidiana della popolazione in un bersaglio strategico. Missili e droni non colpiscono più soltanto obiettivi militari, ma abitazioni, ospedali, scuole, centrali elettriche e reti di riscaldamento, con l’obiettivo dichiarato – anche se raramente ammesso – di piegare l’Ucraina attraverso l’esaurimento della sua società. I numeri parlano con chiarezza: secondo le Nazioni Unite, il 2025 è stato l’anno più letale per i civili dall’inizio dell’invasione su larga scala, con oltre 2.500 morti e più di 12.000 feriti, un aumento drammatico rispetto agli anni precedenti.
Kyiv, Dnipro, Kryvyi Rih, Pokrovsk e decine di altri centri urbani sono stati investiti da ondate di attacchi che non distinguono tra infrastrutture strategiche e quartieri residenziali. Bambini, anziani, famiglie intere sono rimasti uccisi sotto le macerie di edifici colpiti nel cuore della notte o durante le ore di punta. Ospedali pediatrici e scuole sono stati danneggiati o distrutti, in violazione aperta del diritto internazionale umanitario, mentre le difese aeree ucraine, pur rafforzate, non possono intercettare ogni missile o drone lanciato. L’impressione sempre più diffusa è che la scelta di colpire i civili non sia un effetto collaterale della guerra, ma una componente centrale della strategia russa.
Sul terreno, la risposta ucraina è fatta di lavoro incessante e di una capacità di adattamento che non ha nulla di retorico. Tecnici, operai, volontari e amministrazioni locali intervengono dopo ogni attacco per ripristinare linee elettriche, sistemi di riscaldamento, acquedotti, spesso sapendo che tutto potrà essere nuovamente distrutto nel giro di poche ore. Ma questa capacità di resistere non può essere scambiata per una soluzione strutturale. Come avvertono sempre più spesso voci ucraine, continuare a celebrare la tenuta della popolazione rischia di diventare un alibi per l’inazione internazionale, mentre la pressione sulla vita quotidiana dei civili cresce fino a livelli difficilmente sostenibili.
La scelta di colpire infrastrutture energetiche e civili risponde a una logica precisa: rendere l’inverno un’arma, trasformare il freddo, il buio e l’assenza di servizi essenziali in strumenti di coercizione politica. Le reti elettriche e di riscaldamento ucraine, in gran parte eredità dell’epoca sovietica, sono particolarmente vulnerabili a questo tipo di attacchi ripetuti. Milioni di persone sono state costrette a vivere per settimane senza elettricità o riscaldamento, in condizioni che ricordano più una punizione collettiva che un’operazione militare.
Dietro questa escalation c’è un dato politico e militare difficilmente contestabile: Putin non ha vinto la guerra sul campo. Nonostante l’enorme impiego di risorse, uomini e mezzi, l’esercito russo non è riuscito a ottenere risultati strategici decisivi né a spezzare la capacità di resistenza ucraina. La guerra contro i civili appare così come la risposta di chi non è riuscito a imporre la propria volontà con le armi convenzionali e tenta di farlo attraverso il terrore e il logoramento psicologico.
La comunità internazionale osserva, condanna, promette sostegno, ma continua a muoversi con una lentezza che stride con la brutalità degli eventi. Le sporadiche aperture diplomatiche vengono rapidamente smentite da nuovi attacchi, mentre la sistematicità delle violenze contro i civili indica che Mosca non sta cercando un compromesso, ma una resa forzata. In gioco non c’è soltanto il destino dell’Ucraina, ma la tenuta stessa delle regole che dovrebbero governare i conflitti armati: accettare che una potenza colpisca deliberatamente i civili senza conseguenze reali significa rendere questa forma di guerra non solo possibile, ma accettabile.
C’è un punto oltre il quale non è più possibile parlare di ambiguità, di errori o di eccessi della guerra. Colpire sistematicamente i civili, privarli di luce, calore e sicurezza, trasformare l’inverno in un’arma è una scelta politica consapevole, non una conseguenza inevitabile del conflitto. Continuare a chiamarla strategia significa accettare che la sofferenza di milioni di persone diventi una variabile negoziabile. È qui che la guerra di Putin smette definitivamente di essere una guerra territoriale e si rivela per ciò che è: un attacco frontale all’idea stessa di civiltà europea.
(*) Docente universitario di Diritto internazionale e normative per la sicurezza
di Renato Caputo (*)