Giallo di Persia: la Cina senza Iran

mercoledì 28 gennaio 2026


Insomma, è proprio il caso di parlare di Giallo di Persia, sia per gli scenari legati alla stabilità interna del regime teocratico iraniano, a seguito della recente Tienanmen persiana; sia per la sorte che verrà riservata alla quasi alleanza economico-strategica tra Iran e Cina. Anche se, per dire la verità, questa entente cordiale tra i due Paesi non si è mai tradotta finora in un vero Trattato di mutua assistenza, avendo preferito Pechino restare sull’approccio transazionale così tanto caro a Donald Trump, del tipo: “Tu dai due cose a me e io, forse, ne darò una a te”, visto che il 12 per cento dell’import totale di petrolio di Pechino viene dall’Iran. Dati alla mano, la bilancia commerciale tra i due Paesi è nettamente a favore della Cina, ovvero 9 miliardi di dollari (che rappresenta una minima percentuale rispetto ai seimila miliardi dell’export cinese verso il resto del mondo), contro 4,4 miliardi prevalentemente di materie prime iraniane (compresi minerali di ferro, rame e prodotti chimici). Rispetto ai recenti disordini, fonti di intelligence occidentali sostengono che, al fine di garantire il blackout di Internet deciso dal regime, a seguito delle proteste di massa, la Cina abbia fornito a Teheran alcune tecnologie militari avanzate, per impedire a utenti privati iraniani di accedere alla rete Starlink di Elon Musk. Basta il petrolio e l’embargo occidentale nei confronti dell’Iran a spiegare questo dato un po’ nebuloso della geopolitica, per cui Cina, Russia e Iran fanno parte integrante (e, per certi versi, ne costituiscono il motore) dei Brics e del Global South?

In realtà la domanda vera è poter stabilire fino a che punto questa comunione di sensi geopolitica si tradurrebbe in un reale sostegno militare da parte di Cina e Russia, nel caso di un nuovo attacco aereo e missilistico israelo-americano in territorio iraniano. Al momento, fonti di intelligence parlano di sofisticate forniture di “Ew” (Electronic warfare) all’Iran da parte di Mosca, in cambio dei droni Shahed iraniani, in considerazione che l’esercito russo ha sviluppato sul campo, in una gara incessante tipo “cat-and-mouse” con l’avversario ucraino, apparati sempre più avanzati di dissuasione elettronica, per ingannare i sistemi di guida Gps di droni e missili. L’amore pechinese per la stabilità, però, non è mai assoluto, dato che la Cina, come l’America, è pronta a sfruttare a proprio favore le condizioni di cambiamento, purché resti invariato il partenariato con il futuro Iran (teocratico o meno che sia). Infatti, chiunque comandi a Teheran, il vero elemento strategico da preservare per Xi Jinping sono le rotte del petrolio, che transitano attraverso lo Stretto di Hormuz verso l’Impero di Mezzo. Pertanto, l’interesse vitale della Cina è rappresentato dalla stabilità del Golfo Persico stesso, attraverso il quale passa la metà dei suoi approvvigionamenti petroliferi esteri. In caso di crisi grave nella regione, infatti, il corso del petrolio sui mercati internazionali subirebbe aumenti vertiginosi, tali da minare la crescita economica della Cina. Dubai (che però non rischia sanzioni da Trump a causa del suo ruolo strategico in Medio Oriente), grazie alla sua prossimità con l’Iran e alla disponibilità di acque portuali profonde, adatte all’attracco delle grandi petroliere, è un altro mediatore riconosciuto dei traffici internazionali di petrolio iraniano verso la Cina. Per altri versi e per gli stessi motivi di Dubai, le nuove sanzioni americane prendono di mira anche gli Emirati Arabi, considerati fedeli alleati degli Usa, dato che il loro sistema bancario di comodo ha consentito a Teheran di evadere l’embargo, assicurandogli entrate in valuta pregiata attraverso il riciclaggio di denaro e le vendite sottobanco di petrolio.

Va detto che finora Pechino è riuscita ad aggirare l’embargo occidentale sul petrolio iraniano ricorrendo a una flotta di petroliere fantasma, con navi madre che in prossimità dell’arcipelago della Malesia trasbordano il loro carico su navi cisterna più piccole. Queste ultime, a loro volta, riversano il carico di greggio in piccole raffinerie collocate lungo la costa cinese, denominate “teiere” a causa della loro forma a cupola, e di proprietà di piccoli imprenditori ufficialmente indipendenti dai giganti petroliferi, dato che non pagano in dollari le forniture ricevute, né agiscono sul mercato americano in modo da tenersi al riparo dalle sanzioni di Washington. Quando la Cina ha aperto la sua economia, accedendo al World Trade Organisation (Wto) alla fine del 2001, il suo modus operandi è stato chiarissimo fin dall’inizio: tante strette di mano e firme sui documenti, ma poi quando i finanziamenti arrivavano, o il primo ordine partiva dall’impresa contraente con sede all’estero, la controparte cinese tendeva a rinegoziare senza soluzioni di continuità i termini dell’accordo. Ebbene, siccome “chi la fa l’aspetti” adesso Xi Jinping si deve confrontare con Donald Trump che gioca al suo stesso gioco. Lui e il presidente Usa si sono stretti la mano a ottobre scorso in Corea del Sud per un’intesa commerciale tra i due Paesi, puntualmente tornata in alto mare a seguito dell’ennesima giravolta di Washington. Di conseguenza, la Cina si è sentita di nuovo nel mirino quando Trump ha fissato un aumento del 25percento delle tariffe per qualunque Paese che pratichi scambi commerciali con l’Iran, penalizzando così indirettamente l’import energetico cinese, primo partener commerciale di Teheran e principale acquirente della sua produzione di pistacchi, che ormai si trovano negli scaffali di ogni supermercato cinese. D’altra parte, sono state proprio le esportazioni illegali di petrolio all’estero ad assicurare la tenuta del regime teocratico, consentendogli l’acquisto di beni indispensabili alla sopravvivenza di qualsivoglia sistema economico.

Ma, nonostante tutto, Xi è ancora convinto di poter uscire indenne dalla nuova tempesta tariffaria di Trump, dato che il suo dipartimento per il commercio estero ha già provveduto da anni ad aprire nuovi mercati alle merci cinesi in Paesi africani meno prosperi, ma ricchissimi di materie prime. Mentre, al contrario, oltre al contrabbando, l’Iran non ha, per così dire, aree golenali di espansione commerciale, per poter far defluire il mare di petrolio presente nel suo sottosuolo che, altrimenti, rimmarrebbe invenduto. Il che la dice lunga sui rischi che corrono Paesi come l’Iran le cui economie sono totalmente dipendenti dall’esportazione di materie prime, il cui prezzo unitario può subire forti oscillazioni al ribasso in caso di surplus produttivi mondiali, o di embargo internazionale. Alla politica “muscolare” di Trump, la Cina di Xi oppone la sua forza tranquilla, che gioca la stabilità internazionale contro l’instabilità dell’America. Tant’è vero che, in occasione della recente rivolta popolare iraniana, il ministro degli Esteri Wang Yi ha assicurato al suo omologo iraniano Abbas Araghchi che la Cina si oppone all’uso della forza nelle relazioni internazionali e alla “legge della giungla”, privilegiando attraverso il dialogo un ruolo costruttivo nella risoluzione dei conflitti. Realismo politico o doppio fondo d’ipocrisia nella condotta degli affari internazionali da parte di Pechino, vista la sua neutralità in merito all’invasione russa dell’Ucraina? Una cosa è certa: l’approccio millenario in politica estera della Cina è che “le partite si vincono sui tempi lunghi”. Tutto il contrario dei tempi ultracorti dei social e di Donald Trump!


di Maurizio Guaitoli