martedì 27 gennaio 2026
Nell’editoriale apparso su Il Corriere della Sera il 23 gennaio 2026, Massimo Nava sviluppa una riflessione sui rapporti transatlantici che, pur muovendo da osservazioni condivisibili, approda a conclusioni meritevoli di un supplemento d’indagine. La tesi centrale è che Donald Trump, con la sua retorica degli interessi nazionali depurata di ogni orpello valoriale, non avrebbe fatto altro che rendere esplicita una strategia da sempre perseguita dai suoi predecessori sotto il velo della narrazione democratica. L’Europa, ridotta nella visione trumpiana a mercato di consumatori e insieme di popoli vassalli cui imporre dazi e riarmo a beneficio dell’industria americana, troverebbe nella Francia il possibile vettore di un riscatto continentale. Nava rammenta come Parigi sia l’unica grande potenza europea a non aver mai combattuto una guerra contro gli Stati Uniti, e anzi fu alleata decisiva nella guerra d’indipendenza americana; rievoca il precedente gollista dell’uscita dal comando integrato Nato in nome dell’autonomia strategica; richiama infine il celebre discorso di Dominique de Villepin alle Nazioni Unite contro l’intervento in Iraq.
Di particolare interesse è il passaggio in cui l’editorialista ricorda come de Gaulle coltivasse “un’idea di Europa dall’Atlantico agli Urali, essendo convinto dell’anima europea dei russi”, visione “vagamente ripresa da Jacques Chirac e Silvio Berlusconi e cancellata dalla guerra in Ucraina”. Francia e Gran Bretagna, forti dei rispettivi arsenali nucleari e dei seggi permanenti al Consiglio di Sicurezza, disporrebbero dunque delle carte necessarie a far pesare la voce del Vecchio Continente in un’epoca nella quale Russia, Stati Uniti e Cina vorrebbero condannarlo alla marginalità.
L’analisi di Nava coglie un elemento che l’opinione pubblica tende sovente a trascurare, ossia la persistente attrazione gravitazionale tra massa continentale europea e profondità strategica russa. Che un simile avvicinamento costituisca da oltre un secolo il principale incubo geopolitico di Washington non è oggetto di controversia tra gli studiosi di relazioni internazionali, quantunque raramente se ne traggano le debite conseguenze. L’unione dei capitali, delle tecnologie e del know-how europeo con l’arsenale nucleare, le risorse energetiche e l’estensione territoriale russa configurerebbe un gigante geopolitico in grado di alterare irreversibilmente gli equilibri globali.
È precisamente per scongiurare tale eventualità che gli Stati Uniti, sin dalla conclusione del secondo conflitto mondiale, hanno mantenuto una capillare presenza militare nel cuore dell’Europa occidentale, presenza che non si spiega con la sola esigenza difensiva nei confronti dell’Unione Sovietica prima e della Federazione Russa poi, ma risponde alla più profonda necessità di impedire che il continente europeo possa mai emanciparsi dalla tutela atlantica e cercare autonomamente un proprio equilibrio con Mosca.
La vicenda del gasdotto Nord Stream 2, sabotato nel settembre 2022 in circostanze mai definitivamente chiarite, rappresenta soltanto l’episodio più recente e clamoroso di una strategia di interdizione che attraversa l’intera storia del secondo dopoguerra, guerra che gli europei, è bene rammentarlo, hanno perduto.
Tuttavia, e qui si innesta la considerazione decisiva, quand’anche un simile asse potesse prender forma, superando tanto gli ostacoli esterni frapposti dalla potenza egemone quanto le divisioni interne che da sempre affliggono il continente europeo, esso sconterebbe un limite strutturale che nessuna volontà politica potrebbe colmare. L’Eurorussia, infatti, non sarebbe una potenza talassocratica, almeno nel breve-medio termine. Il dominio dei mari, delle rotte commerciali e dei punti di strozzatura che regolano i flussi globali resterebbe saldamente in mani americane.
I numeri parlano con eloquenza difficilmente contestabile: gli Stati Uniti dispongono oggi di undici portaerei a propulsione nucleare, ciascuna delle quali costituisce una base aerea mobile capace di proiettare potenza in qualsiasi quadrante del globo. La Russia, per converso, possiede una sola portaerei, la Admiral Kuznetsov, peraltro fuori servizio dal 2017 e della quale, nel luglio 2025, è stato annunciato il probabile smantellamento. L’intera Europa schiera complessivamente cinque portaerei, di cui una sola a propulsione nucleare, la francese Charles de Gaulle. Una ipotetica flotta eurorussa non supererebbe dunque le sei unità, a fronte delle undici americane, senza considerare la schiacciante superiorità statunitense in termini di navi di superficie, sottomarini d’attacco e capacità logistiche di proiezione oceanica. Il vantaggio di una tale aggregazione consisterebbe, semmai, in una accresciuta capacità negoziale rispetto alla frammentazione odierna, ma non muterebbe la natura fondamentalmente continentale, e dunque dipendente, di questa ipotetica potenza.
La storia offre del resto un precedente istruttivo. Nel 1807, al culmine della propria parabola, Napoleone Bonaparte siglò con lo zar Alessandro I i trattati di Tilsit, che sancivano l’alleanza franco-russa e l’adesione di Mosca al Sistema Continentale, il blocco commerciale volto a strangolare economicamente la Gran Bretagna. L’imperatore francese dominava l’Europa da Lisbona a Varsavia; la Russia, alleata e compartecipe del blocco, avrebbe dovuto chiudere il cerchio attorno all’isola britannica. Eppure, l’alleanza si dissolse nel volgere di pochi anni. La Russia, economicamente prostrata dall’impossibilità di commerciare con i mercati d’oltremare controllati dalla flotta britannica, riaprì i propri porti alle navi inglesi il 31 dicembre 1810. La risposta di Napoleone fu l’invasione del 1812, principio della sua rovina.
Ciò che questo episodio illumina non è semplicemente la fragilità delle alleanze diplomatiche, bensì una verità di ordine strutturale: neppure il dominio pressoché totale della massa continentale europea poté prevalere sulla potenza che governava i mari e, attraverso di essi, i flussi del commercio mondiale. Ciò che la Gran Bretagna rappresentò nel diciannovesimo secolo, gli Stati Uniti rappresentano oggi, con una capacità di proiezione navale incomparabilmente superiore. Mutano gli attori, permane la grammatica del potere: chi controlla gli oceani controlla le condizioni di possibilità di ogni altra potenza.
È dunque lecito domandarsi se la prospettiva delineata da Nava non sottovaluti la natura profonda del problema. Può davvero la somma aritmetica di due debolezze generare una forza? L’Europa sconta una fragilità militare strutturale, una dipendenza energetica che la guerra in Ucraina ha reso manifesta, un inverno demografico che ne mina le fondamenta. La Russia, dal canto suo, esibisce un arsenale nucleare imponente ma un’economia fragile, dipendente dalle esportazioni di materie prime e incapace di competere sul piano tecnologico con le potenze avanzate. La giustapposizione di queste insufficienze produrrebbe una grande potenza o, piuttosto, una grande impotenza?
Vi è inoltre una questione che precede ogni calcolo materiale. Come ha osservato Dario Fabbri, la Marina americana è oggi “più forte di tutte le Marine del mondo messe insieme”, e i principali snodi del commercio marittimo globale sono controllati direttamente o indirettamente dagli Stati Uniti. Ma il dominio dei mari non è soltanto questione di mezzi navali: è, nelle parole dello stesso analista, “una questione mentale, culturale, quasi antropologica”. È il frutto di una volontà di potenza che si proietta oltre i confini terrestri, di popoli che si gettano in mare per dominare il mondo e non semplicemente per difendere i propri litorali.
Possiede l’Europa, possiedono i russi, questa volontà? O non sono forse, ciascuno a proprio modo, potenze telluriche condannate a subire l’ordine imposto da chi governa gli oceani?
di Claudio Amicantonio