lunedì 26 gennaio 2026
La carneficina organizzata dalla dittatura teocratica iraniana ha rivelato alcuni aspetti, non particolarmente messi in risalto, della strategia oppressiva esercitata sugli inermi manifestanti. Grandi difficoltà si hanno nel poter computare i morti della repressione, sia per le difficoltà di comunicazione, la rete Internet è sospesa ed i sistemi di messaggistica funzionano a momenti, ma quei pochi sms che estemporaneamente escono dalla Repubblica islamica, ai quali è difficile rispondere per le stesse cause, e le testimonianze che rocambolescamente riescono a superare i confini iraniani, rivelano le agghiaccianti situazioni affrontate nei pronto soccorso sia di Teheran che di altre città.
Alcuni operatori sanitari che hanno potuto inviare frammentati messaggi ai connazionali presenti oltre confine, hanno affermato che dall’8 gennaio nei punti di soccorso ospedalieri era necessario indossare stivali tanto era il sangue perso dai numerosi feriti lì portati in condizioni drammatiche. Il numero dei decessi viene stimato dai 15 ai 30mila civili, dati comunque in crescita; anche in questo caso la censura di regime sta tentando di nascondere all’esterno o sminuire l’entità di tale scempio, sottolineando invece all’interno la pesantezza della scure che si è abbattuta sui manifestanti. Ma la cosa certa è l’identità degli autori che in modo preponderante hanno eseguito la strage. Le forze di sicurezza, i Pasdaran, ovvero i protettori della Rivoluzione, i Basij – organizzazione paramilitare religiosa voluta dall’ayatollah Ruhollah Khomeini nel 1979, operanti durante le manifestazioni – risulta che siano certamente autori del massacro. Tuttavia, essendo iraniani, non tutte le sue unità di repressione hanno agito con la stessa violenza.
Infatti, molti di questi servitori della feroce tirannia, con una moderata consapevolezza che i loro crimini sarebbero stati, in caso di cambiamento di governo, una spada di Damocle sia per loro che per i propri “affini”, hanno adottato la loro modalità efferata cercando di evitare, per quanto possibile, una chiara esposizione durante le repressioni. Insomma, un concreto timore di poter subire atti di vendetta, preoccupazione che serpeggiava tra le forze di polizia governative. Tanto è che il regime ha sin dalle prime sommosse ingaggiato criminali di professione, ovvero mercenari spietati provenienti da altri Paesi a supporto dei sicari autoctoni. Così il gruppo iracheno denominato Hashd al-Shaabi, operante in Iran con esclusivamente miliziani sciiti (in Iraq il gruppo è più composito) e finanziato da Teheran; i criminali della Brigata Fatemiyoun, creata dal governo degli ayatollah e composto da miliziani afghani per combattere in Siria e per contrastare il terrorismo in Afghanistan; e le milizie sciite libanesi Hezbollah, sono stati coloro che hanno maggiormente massacrato i manifestanti sparando per uccidere e dando il colpo di grazia ai feriti. I risultati di questi omicidi sono le migliaia di vittime colpite alla testa; i resoconti ospedalieri narrano di una quantità enorme di morti colpiti da proiettili agli occhi e in fronte.
L’operazione dei cecchini si è svolta da postazioni posizionate sui tetti, e appoggiati da veicoli armati di mitragliatrici, con i mercenari che entravano in azione con fucili sparando alla testa, al collo, all’addome dei manifestanti disarmati, e coloro che venivano portati o cercavano soccorso negli ospedali venivano individuati e uccisi. La testimonianza di un operatore sanitario afferma che i killer assoldati dall’ayatollah hanno sparato alla testa e agli occhi dei manifestanti, in molti casi solo per accecarli, come fecero nel 2022 a seguito delle rivolte per l’uccisione do Mahsa Amini. La carneficina è durata fino al 10 gennaio. Le immagini hanno mostrato sacchi di cadaveri ammassati sia negli obitori stracolmi che in altre aree adibite ad accogliere i morti; i familiari disperatamente alla ricerca dei propri cari che vagavano tra mucchi di cadaveri. Una volta ristabilito un apparente ordine e dopo avere assassinato migliaia di cittadini lontani dal regime, i governanti guidati dal presidente Masoud Pezeshkian, definito impropriamente “moderato-riformista”, sono sfilati seguiti da alcune centinaia di cittadini a Teheran; una lunga e lugubre striscia nera umana dove apparivano quasi tutti uomini e poche donne coperte dal cupo chador.
Comunque, porre termine a un regime con un deliberato intervento esterno è azione abbastanza rischiosa; la figura del principe figlio dello scià deposto da Ruhollah Khomeini nel 1979, Ciro Reza Pahlavi che fa sentire la sua presenza anche per un futuro Iran, è una notevole opportunità di aggregazione sociale nel Paese. Tuttavia la fine della Repubblica islamica, se non pianificata a livello geostrategico, non solo interno, potrebbe scuotere un Medio Oriente già impegnato nella ricerca di un minimo di orientamento e colmo di fibrillazioni. La “questione iraniana” va comunque letta con gli strumenti della geopolitica, che manifestano la tendenza alla creazione di imperialismi, accostati alla contrazione del multilateralismo.
Così la questione delle stragi di regime tocca sicuramente stati come l’Arabia Saudita, sunnita-wahabita, storico antagonista dell’Iran, come tocca lo Stato di Israele che ha manifestato profonda comprensione verso i manifestanti deprecando le atrocità del governo iraniano, come la Turchia uno stato con forti tendenze imperialiste e con un ambiguo atteggiamento di politica internazionale; ma il fatto che Khamenei e i suoi tirapiedi hanno mercanteggiato il loro petrolio con la Cina, ma anche con l’India, e che hanno supportato con la fornitura di droni e armi la Russia di Vladimir Putin, sicuramente rafforzano la volontà di Donald Trump di annichilire questo regime posizionato irreversibilmente sulla sponda geostrategica opposta agli Stati Uniti e alleati.
Ad oggi altra certezza è che la Guida suprema Alì Khamenei è nascosto, se non già fuggito in Russia, che i complici del Regime hanno già trasferito familiari e ingenti somme di denaro all’estero, che gli scagnozzi di regime si sono arricchiti e che il popolo iraniano è alla fame.
di Fabio Marco Fabbri