La crisi artica che fa comodo a Mosca

giovedì 22 gennaio 2026


L’allarme sulla Groenlandia, agitato dalla Casa Bianca come una nuova e improvvisa faglia geopolitica, sta producendo un effetto che al Cremlino conoscono bene e sanno sfruttare con pazienza: spostare il baricentro del dibattito internazionale, confondere le priorità dell’Occidente e guadagnare tempo e spazio diplomatico senza dover ricorrere a mosse militari o escalation visibili. Pochi giorni dopo che Donald Trump aveva evocato la minaccia russa come argomento per giustificare l’ipotesi di un’eventuale annessione della Groenlandia, lo stesso presidente statunitense ha sorpreso alleati e osservatori invitando Vladimir Putin a far parte di un suo Consiglio per la pace, un gesto che ha avuto il sapore di una brusca inversione di rotta e che ha alimentato l’impressione di una politica estera sempre più personalizzata, imprevedibile e scollegata dalle tradizionali architetture occidentali. A Mosca, tuttavia, più che sconcerto si è colta un’occasione. Nelle settimane successive, la risposta russa alla mossa americana è stata volutamente disorientante: dichiarazioni ufficiali intrise di una finta empatia verso gli abitanti dell’isola artica si sono alternate a segnali di aperto entusiasmo per l’iniziativa di Trump, celebrata come un atto “storico” e potenzialmente dirompente per gli equilibri globali.

Questa apparente contraddizione non è frutto di improvvisazione, ma riflette una strategia collaudata del Cremlino: sfruttare una crisi generata altrove per indebolire la coesione dell’Occidente, mantenendo al tempo stesso Washington distratta e concentrata su fronti che non coincidono con le vere priorità russe. Mentre Trump moltiplicava le dichiarazioni sulla cattura del presidente venezuelano Nicolás Maduro e tornava a minacciare un intervento contro l’Iran, la Russia ha scelto di accantonare temporaneamente altre ambizioni geopolitiche, incluse quelle nell’Artico, per preservare un canale di dialogo privilegiato con gli Stati Uniti sul dossier ucraino e, soprattutto, per evitare che Kyiv tornasse al centro dell’agenda politica internazionale. In parallelo, il Cremlino sembra scommettere sul fatto che le tensioni legate alla Groenlandia possano agire come un acido lento sui rapporti transatlantici, logorando la fiducia reciproca e aprendo crepe all’interno della Nato, proprio mentre l’Alleanza avrebbe bisogno di compattezza. Non è un caso che il ministro degli Esteri Sergej Lavrov, intervenendo in conferenza stampa, abbia ironizzato sulle sempre più ridotte “prospettive di preservare la Nato come blocco politico-militare occidentale unito”, parole che suonano meno come una battuta e più come una diagnosi interessata.

L’effetto più immediato di questa nuova crisi simbolica è già visibile: la guerra in Ucraina è scivolata ai margini del dibattito globale, persino durante il Forum economico di Davos, mentre leader e diplomatici europei si sono precipitati nella località alpina per tentare di disinnescare l’ennesima tensione con Washington. Nei canali di propaganda filo-Cremlino il tono è apertamente soddisfatto: analisti come Sergei Markov definiscono la Groenlandia una “soluzione ideale”, un detonatore capace di spingere Europa e Stati Uniti su traiettorie divergenti e di accelerare, nel medio periodo, lo sgretolamento dell’unità occidentale. In questa narrazione, l’Unione europea, privata del sostegno americano, sarebbe costretta a rivedere il proprio approccio verso Mosca e a ridimensionare il sostegno a Kyiv. Dopo anni di invettive contro “l’Occidente collettivo”, i commentatori russi sembrano ora suggerire che la strategia migliore sia sedersi e osservare i rivali mentre inciampano nelle proprie contraddizioni, come ha affermato con malcelata soddisfazione l’esperto Vladimir Kornilov in un talk show politico.

Lavrov stesso non ha resistito alla tentazione del trolling diplomatico, respingendo le accuse di mire russe sulla Groenlandia e sostenendo che l’isola è importante per la sicurezza degli Stati Uniti più o meno quanto la Crimea lo è per la Russia, richiamando implicitamente l’annessione del 2014 che ha aperto la frattura con Kyiv. Definendo la Groenlandia una “conquista coloniale” e ricordando come la questione delle ex colonie stia diventando sempre più sensibile, il capo della diplomazia russa ha ribaltato la retorica occidentale, senza però mai criticare direttamente Trump. Al contrario, Mosca ha accuratamente evitato qualsiasi attacco frontale al presidente americano, preferendo descrivere la sua mossa come “storica” e potenzialmente destinata a cambiare gli equilibri mondiali. Il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov ha persino citato anonimi “esperti” convinti che Trump entrerebbe nei libri di storia con l’annessione della Groenlandia, sottolineando come un simile scenario trasformerebbe gli Stati Uniti nel secondo Paese più grande del mondo, subito dopo la Russia. Dietro queste affermazioni, volutamente iperboliche, si intravede una linea coerente: ogni frattura tra Europa e Stati Uniti rappresenta un vantaggio strategico per Mosca, e se la Groenlandia può diventare il nuovo terreno di scontro simbolico capace di oscurare l’Ucraina e di relegare Kyiv in secondo piano, tanto meglio per il Cremlino, che continua a giocare una partita di lungo periodo, contando più sugli errori degli altri che sulle proprie mosse.

(*) Docente universitario di Diritto internazionale e normative per la sicurezza


di Renato Caputo (*)