mercoledì 21 gennaio 2026
Nel Paese, Internet non è disponibile da più di 300 ore. In Iran la rivoluzione dell’ultimo mese ha portato a un punto di non ritorno. Lo spiega bene Farah Pahlavi, vedova dell’ultimo scià d’Iran, è convinta che dopo le manifestazioni contro il regime “non c’è più ritorno” possibile e che gli iraniani usciranno “vincitori da questo confronto iniquo”. In un’intervista all’agenzia France Presse, l’ex imperatrice, costretta all’esilio dalla rivoluzione del 1979, afferma che il suo “desiderio” e il suo “bisogno sono oggi di tornare in Iran”. Per Farah Pahlavi, “ciò che conta davvero non è il mio destino personale, ma che la gioventù e tutto il popolo iraniano siano finalmente liberati e si sbarazzino di questo regime criminale, retrogrado e oscurantista”, spiega nell’intervista esclusiva all’Afp. “Ho rifiutato numerose richieste della stampa in queste ultime settimane – aggiunge in una dichiarazione scritta dalla sua residenza parigina – ma è mio dovere rivolgere un messaggio non solo in sostegno ai miei connazionali ma anche al mondo intero, che deve aiutarli”.
Ottantasette anni, francese impeccabile, abito scuro, Farah Diba Pahlavi posa davanti alla bandiera dell’ex regime iraniano, con il leone e il Sole. Regina a 21 anni e sciabanu a 29, fu negli anni Sessanta e Settanta una figura centrale delle cronache internazionali. Il 16 gennaio 1979 la Rivoluzione islamica rovesciò la monarchia e la costrinse all’esilio insieme al marito. Da allora vive tra Parigi e gli Stati Uniti, dove risiede anche il figlio maggiore Reza Pahlavi, che si è detto pronto a guidare una transizione democratica nel Paese. Dal 28 dicembre scorso una nuova ondata di proteste ha attraversato la Repubblica islamica, raggiungendo l’apice l’8 gennaio, prima della dura repressione del regime degli ayatollah che, secondo le Ong, avrebbe già causato decine di migliaia di morti.
Nel frattempo, Donald Trump continua a fare pressione sui suoi collaboratori affinché gli presentino opzioni militari “decisive” contro Teheran. Lo riporta il Wall Street Journal, citando fonti secondo cui il Pentagono starebbe valutando diverse ipotesi, comprese quelle capaci di spingere il regime fuori dal potere, e altre più circoscritte, come attacchi mirati alle sedi delle Guardie rivoluzionarie. Non è chiaro se il commander-in-chief deciderà di passare all’azione, ma la richiesta conferma che l’opzione militare resta sul tavolo. “Ho dato delle istruzione chiare: se dovesse succedere qualcosa” l’Iran “sarà cancellato dalla faccia dalla Terra”, ha dichiarato Trump in un’intervista a NewsNation, rispondendo alle domande sulle presunte minacce iraniane nei suoi confronti. Mentre la Uss Abraham Lincoln è diventata “fantasma”, ovvero ha staccato il Gps, e si sta posizionando nel mare arabico.
La replica di Teheran non si è fatta attendere. “Non prestiamo attenzione alle chiacchiere di Trump sulle minacce al leader Ali Khamenei, ma Trump sa bene che l’Iran taglierà qualsiasi mano che si protenderà per aggredire il leader”, ha avvertito il portavoce delle forze armate Abolfazl Shekarchi, sottolineando che non si tratta di uno slogan. “Daremo fuoco anche al loro mondo e non ci sarà alcun posto sicuro per loro nella regione”, ha aggiunto, citato dall’agenzia Tasnim. Il comandante della polizia Ahmadreza Radan ha annunciato un aumento degli arresti dei leader delle recenti “rivolte, sedizioni e omicidi”, precisando che in tutto il Paese prosegue l’identificazione e la detenzione dei partecipanti alle proteste. Secondo l’Irna, Radan ha promesso di affrontare i manifestanti “fino all’ultimo” e ha invitato coloro “che sono stati ingannati dai nemici” a presentarsi alla polizia entro tre giorni. Il capo della magistratura, Gholamhossein Ejei, ha a sua volta chiarito che non saranno tollerati ritardi né atteggiamenti indulgenti nell’arresto e nella punizione dei “rivoltosi e degli elementi dietro le rivolte”.
Nel mirino della repressione è finito anche il mondo della cultura. Secondo i media locali, Mehdi Kouhian, responsabile degli affari legali della Casa del Cinema, ha denunciato l’apertura di procedimenti contro dieci personalità del settore che avevano firmato una dichiarazione di solidarietà ai manifestanti. Due dirigenti della Casa e altri artisti sarebbero stati convocati e interrogati dalle forze di sicurezza. Kouhian ha respinto l’accusa di istigazione alla violazione della legge, ricordando: “Piangiamo l’uccisione del regista Javad Ganji, 29 anni, e della giovane animatrice e pittrice Sahba Rashtian”. Almeno altri 15 tra atleti e attori risultano sottoposti a procedimenti giudiziari per aver sostenuto le proteste, tra cui gli ex calciatori della nazionale Ali Daei e Voria Ghafouri. La magistratura ha annunciato la confisca dei loro beni “per compensare parte dei danni arrecati alle proprietà pubbliche durante le proteste”. Secondo gli attivisti, almeno 16 atleti sono stati uccisi a colpi d’arma da fuoco durante le manifestazioni, tra cui il karateka professionista Hassan Ghasemi e la nuotatrice diciannovenne Arnika Dabagh. La famiglia del calciatore Amirhossein Ghaderzadeh, 19 anni, arrestato a Rasht, ha infine denunciato che il giovane rischia l’esecuzione.
di Zaccaria Trevi