Il gelo come arma: così la Russia colpisce i civili ucraini

mercoledì 21 gennaio 2026


La tempesta invernale che si è abbattuta su Kyiv e su gran parte dell’Ucraina non è soltanto un fenomeno meteorologico. È l’ultima, spietata fase di una guerra che non si combatte più solo sui campi di battaglia, ma nelle case, nei condomìni e nelle strade delle città ucraine. Per settimane, nel cuore di gennaio, vaste aree del paese sono rimaste senza elettricità, riscaldamento e acqua. In migliaia di abitazioni le temperature interne sono scese a livelli pericolosi, trasformando il freddo in una minaccia quotidiana per anziani, bambini e persone malate. Una sofferenza che non nasce dal caso o dall’inefficienza, ma da una strategia deliberata: colpire le infrastrutture essenziali per rendere la vita impossibile e piegare la resistenza di un’intera popolazione.

Centrali elettriche, reti di distribuzione, impianti di riscaldamento sono diventati bersagli sistematici. Non si tratta di danni collaterali, ma di una campagna pianificata che mira a paralizzare il Paese nel momento più vulnerabile dell’anno. L’inverno, in Ucraina, è stato trasformato in un’arma. Il governo di Kyiv ha dichiarato lo stato di emergenza nel settore energetico e ha chiesto con urgenza assistenza ai partner internazionali. Gli aiuti sono arrivati, ma la loro portata resta insufficiente di fronte a una crisi che coinvolge milioni di persone e che si consuma mentre le temperature scendono sotto lo zero.

Questa escalation non è casuale. Dall’inizio dell’invasione russa, ogni grande impianto di produzione energetica ucraino è stato colpito almeno una volta. Negli ultimi mesi, però, gli attacchi si sono intensificati in modo evidente, concentrandosi proprio nei periodi di massimo freddo. La produzione di energia è stata drasticamente ridotta e le difese aeree, pur rafforzate, vengono messe alla prova da ondate continue di droni e missili. È una strategia di logoramento che punta a sopraffare non solo le capacità tecniche dello Stato, ma la tenuta psicologica della società.

Il messaggio politico che accompagna questa offensiva è brutale nella sua chiarezza: arrendersi o congelare. Costringere l’Ucraina a negoziare da una posizione di estrema debolezza, accettando condizioni imposte da Mosca. Mentre sulla scena internazionale si moltiplicano i tentativi di riaprire canali diplomatici e di parlare di pace, la risposta del Cremlino è stata l’intensificazione del terrore contro i civili. Un segnale preciso: il freddo e la paura vengono usati come strumenti di pressione geopolitica.

I dati confermano la gravità della situazione. Il 2025 è stato l’anno più letale per i civili dall’inizio della guerra, con un numero di vittime superiore a quello registrato negli anni precedenti. Gli attacchi contro centri abitati sono aumentati proprio nei momenti in cui si parlava di possibili negoziati. L’uso massiccio di droni, prodotti in grandi quantità, ha permesso di colpire con continuità le città, spesso durante la notte, rendendo impossibile distinguere tra zone “sicure” e zone esposte. In alcune regioni del Sud, gli abitanti descrivono questi raid come una caccia all’uomo, una forma di violenza che va oltre la logica militare e che è stata denunciata da osservatori internazionali come possibile crimine contro l’umanità.

Eppure, nonostante il gelo, i blackout e le sirene, la volontà di resistere non sembra spezzata. I sondaggi mostrano una popolazione stanca, provata, ma ancora largamente contraria a concessioni territoriali imposte con la forza. Molti ucraini guardano con scetticismo ai negoziati in corso, convinti che una pace ottenuta sotto ricatto non sarebbe duratura. La percezione diffusa è che la guerra non si fermi ai confini attuali, ma sia parte di un progetto più ampio che non può essere placato con compromessi forzati.

Questa determinazione è forse l’elemento che rende ancora più crudele la strategia del freddo. Colpire chi non intende arrendersi, spezzare la normalità, svuotare le città, trasformare la sopravvivenza in una lotta quotidiana. L’inverno, prima o poi, finirà. Le temperature risaliranno e la luce tornerà a illuminare le strade di Kyiv, Kharkiv, Dnipro. Ma le ferite lasciate da questa offensiva — infrastrutturali, sociali, umane — resteranno a lungo. E se la comunità internazionale non risponderà con decisione, il rischio è che l’uso sistematico della sofferenza civile diventi una prassi accettata nei conflitti del futuro.

Ciò che è in gioco, oggi, non riguarda solo l’Ucraina. Riguarda l’idea stessa che esistano limiti da non superare, che la popolazione civile non possa essere trasformata in ostaggio climatico di una guerra. Lasciare che il gelo diventi uno strumento politico significherebbe accettare che la brutalità possa sostituire il diritto. Ed è una prospettiva che dovrebbe preoccupare ben oltre i confini dell’Europa orientale.

(*) Docente universitario di Diritto internazionale e normative per la sicurezza


di Renato Caputo (*)