La Groenlandia, l’Europa e la fine dell’ordine transatlantico occidentale

mercoledì 21 gennaio 2026


Ottant’anni possono sembrare un tempo lunghissimo, ma possono non essere sufficienti a stabilizzare delle alleanze e a consolidare i valori di riferimento della libertà e della democrazia. Per una parte della comunità internazionale che pur li aveva riconosciuti come il frutto prezioso della storia di un’intera civiltà essi possono oggi risultare fragili, una tregua armata sorretta più dalla memoria delle catastrofi che dalla consapevolezza e dal reciproco rispetto. L’ordine che era nato nel 1945, dopo le tragedie e i crimini che avevano caratterizzato il secondo conflitto mondiale, e che era stato preparato molto prima dal Rinascimento, dall’Illuminismo e dal Liberalismo, da lotte politiche e rivoluzioni, da accesi confronti nei parlamenti e per le strade di tutto l’Occidente, sembra improvvisamente entrato in crisi e forse rischia di essere spazzato via dalla Storia.

Quell’ordine era fondato sull’Alleanza Atlantica, grazie alla quale gli Stati Uniti e l’Europa, pur perseguendo i propri interessi, si impegnavano a supportarsi a vicenda sullo scacchiere geopolitico mondiale, a coordinare insieme la propria difesa, a garantire insieme la sicurezza di tutto l’Occidente sulla base di valori realmente condivisi come la libertà politica, la democrazia rappresentativa e lo Stato di diritto. Oggi questo patto sembra incrinato come non mai, in parte per effetto di una lenta erosione, in parte per la rottura brutale operata da Donald Trump.

L’idea che l’attuale progetto trumpiano si limiti a un generico “America First” è infatti riduttiva e fuorviante. Dietro la retorica del protezionismo e del disimpegno selettivo si intravede una strategia ben più ampia e destabilizzante, che ha come obiettivi la disgregazione dell’Unione Europea, la ridefinizione violenta degli equilibri atlantici e una spartizione delle sfere d’influenza con la Russia. In questo quadro, la Groenlandia non è un capriccio esotico né una boutade elettorale, ma un tassello simbolico e materiale di una visione neo‑imperiale che guarda al XXI secolo con categorie ottocentesche.

La Groenlandia occupa una posizione strategica cruciale nell’Artico, ma è falso sostenere che il suo interesse risieda nella sicurezza degli Stati Uniti. Dal punto di vista militare, potrebbe svolgere una funzione strategica anche migliore come base Nato. Se la sicurezza fosse davvero il fine, la cooperazione multilaterale sarebbe la via più logica ed efficace.

La posta in gioco è invece nel sottosuolo, nelle risorse minerarie, nelle terre rare, negli idrocarburi che lo scioglimento dei ghiacci rende sempre più accessibili. Ma soprattutto è nel valore politico del gesto: appropriarsi della Groenlandia significherebbe legittimare il principio secondo cui i territori possono essere comprati, annessi o sottratti con la forza o con il ricatto.

In questo scenario, l’Europa non è più uno storico e prezioso alleato, ma un ostacolo da dividere e smembrare. L’Unione Europea rappresenta l’unico tentativo riuscito nella storia moderna di superare la logica della potenza nazionale attraverso l’integrazione, e per chi concepisce il mondo come un’arena di predatori, l’Ue è un’anomalia intollerabile.

Oggi il tradimento dei valori transatlantici (che poi non sono molto diversi da quelli cui s’ispira la Costituzione americana), da parte degli Stati Uniti è una cosa molto diversa da altri tradimenti del passato, come per esempio quello operato da Hitler verso Stalin dopo il loro accordo per spartirsi la Polonia. Questo tradimento non è quello di una feroce dittatura verso un’altra non meno feroce, ma è il tradimento di un grande paese democratico verso altre democrazie.

In questo senso la Groenlandia non è solo un’isola nella zona artica, un luogo freddo, remoto e poco abitato, ma politicamente parte di un paese europeo. Questa grande isola inospitale è diventata in breve tempo il simbolo di un sorprendente cinismo politico e di una sostanziale indifferenza verso i valori su cui si è costruita la civiltà occidentale. L’obiettivo ultimo di Trump, infatti, non è tanto la sua conquista, quanto quella successiva del Canada, la fine dell’Ue e la spartizione dell’Europa con Putin. In questo modo, se riuscisse a realizzare i suoi obiettivi, ottanta anni di storia verrebbero cancellati in pochi mesi.

Purtroppo, non sappiamo se oggi l’Europa, resa imbelle da una prolungata ipocrisia politica che l’ha portata a sottovalutare a lungo gravi pericoli e serie minacce, sarà in grado di opporre alle rivendicazioni trumpiane una valida resistenza. L’accerchiamento cui di fatto oggi è sottoposta, con una dittatura criminale a oriente e l’altra superpotenza nucleare come nuovo e imprevisto alleato del regime del Cremlino a Occidente, la pone nella situazione più critica e cruciale della sua storia. Se non ci saranno colpi di coda del popolo americano, sussulti di dignità per restaurare quanto prima l’Alleanza transatlantica, se non ci sarà presto una nuova ondata di fiducia nei valori che l’avevano ispirata, si annunciano tempi particolarmente bui per l’Europa e la democrazia.

Nell’attesa è forse inevitabile chiedersi come la fiducia in quei valori possa essere venuta meno sia nella maggior parte dell’elettorato americano sia in buona parte di quello europeo e occidentale. La sempre più diffusa indifferenza verso i valori democratici, l’errata convinzione che essi siano acquisiti, che non sia necessario riscoprirli e ripensarli continuamente, ha fatto sì che per molti siano persino superati. In fondo, un consumatore medio cinese vive come uno occidentale, apprezza gli stessi beni, ascolta lo stesso tipo di musica, e di libertà e democrazia sentono entrambi un bisogno relativo e approssimativo.

Con la globalizzazione è come se l’umanità avesse scoperto che non c’è poi tanta differenza tra un sistema politico e l’altro e che quando si hanno soldi da spendere e cellulari di nuova generazione da acquistare ci si può ritenere abbastanza soddisfatti dovunque si viva. Del resto, non sono pochi gli intellettuali che considerano le democrazie occidentali – ovvero ciò che loro chiamano “paesi capitalisti” – non molto diverse dai regimi totalitari, e molti di questi intellettuali vanno per la maggiore tra tanti giovani che hanno avuto occasione di ascoltare o leggere qualche loro frase.

Il risveglio da questa miope confusione non sarà indolore. Anzi, è assai probabile che sarà piuttosto traumatico. Per renderlo meno brusco si potrebbe prestare fin da oggi più ascolto a chi la libertà cerca disperatamente di conquistarla o di difenderla lottando con le unghie e con i denti, a iniziare dal popolo ucraino, da quello iraniano, da quello georgiano. O magari, per i più giovani, si potrebbe andare a parlare con quei due ragazzi scappati dalla Korea del Nord per dare vita a una nuova boy band di K-pop, che ha recentemente debuttato a livello globale. La band è composta da cinque ventenni e si chiama 1VERSE (la pronuncia è “Universe”). Nessuno di loro arriva dalla Corea del Sud, che è la patria di quel genere musicale, e tre vengono da altri paesi asiatici. Quei due che provengono dalla Corea del Nord stanno percependo qualche differenza sostanziale rispetto alla loro vita precedente nel loro paese nativo e sono consapevoli che oggi è molto diversa da quella degli ignari soldati che Kim Jong-un ha mandato a morire per Putin. E forse qualche differenza stanno iniziando a percepirla, rispetto anche solo a due anni fa, anche i cittadini statunitensi che vivono oggi sotto l’amministrazione Trump, che rappresenta il più rilevante passo indietro nella storia della civiltà politica occidentale e che rischia d’imprimervi segni indelebili, non privi di tragiche conseguenze per le generazioni future.


di Gustavo Micheletti