Cui prodest?

martedì 20 gennaio 2026


Per ottant’anni le relazioni transatlantiche hanno dimostrato una capacità di resistenza straordinaria. Hanno attraversato guerre regionali, crisi economiche globali, profonde divergenze politiche e culturali senza mai spezzarsi davvero. Hanno resistito anche alle pressioni esercitate da potenze revisioniste come la Russia di Vladimir Putin, che ha fatto della frammentazione dell’Occidente uno dei propri obiettivi strategici centrali, senza però riuscire a minarne l’unità in modo irreversibile. A un anno dall’avvio del secondo mandato di Donald Trump, ciò che colpisce non è tanto la presenza di tensioni – sempre esistite – quanto la sensazione che per la prima volta la coesione dell’Occidente venga erosa dall’interno, non come effetto collaterale di crisi esterne, ma come conseguenza diretta di una linea politica che ha scelto di mettere sistematicamente alla prova i limiti dell’alleanza.

Il sistema euro-atlantico non era privo di crepe già prima del 2025. Le divergenze su commercio, difesa, gestione delle crisi e rapporti con il resto del mondo erano reali e talvolta profonde, e spesso avevano alimentato frustrazioni reciproche. Ma esisteva un fondamento condiviso che compensava queste frizioni: la convinzione che, al di là dei contrasti, gli Stati Uniti non avrebbero mai messo in discussione la sovranità, la sicurezza e la legittimità politica dei propri alleati. È questa certezza che oggi appare incrinata. Le pressioni esercitate sull’Europa, il ricorso sistematico alla minaccia economica, il linguaggio apertamente coercitivo adottato nei confronti di Paesi amici segnano un cambiamento qualitativo nel modo in cui Washington si rapporta al continente. Non si tratta più di gestire divergenze all’interno di un’alleanza consolidata, ma di ridefinire l’alleanza stessa come un rapporto di forza, in cui la protezione e la cooperazione diventano strumenti negoziabili.

Ciò che rende questo bilancio particolarmente amaro è l’assenza di una frattura ideologica esplicita. Non siamo di fronte a una rottura dichiarata con l’idea di Occidente, né a un rigetto formale dei valori liberali che ne hanno costituito l’ossatura. Al contrario, la linea seguita dall’amministrazione Trump si muove in una dimensione più fredda e apparentemente pragmatica, nella quale la politica internazionale viene ridotta a una competizione permanente tra vincitori e vinti. In questa logica, l’Europa non è un partner strategico da rafforzare per affrontare un mondo sempre più instabile, ma un attore da contenere, disciplinare o, se necessario, mettere sotto pressione affinché si allinei agli interessi immediati di Washington. È proprio questa normalizzazione della coercizione tra alleati a produrre gli effetti più destabilizzanti, perché svuota il rapporto transatlantico di qualsiasi prospettiva di lungo periodo e lo priva di quella fiducia che ne ha garantito la durata.

L’amarezza europea nasce anche dalla consapevolezza che molte delle scelte compiute in questo primo anno non erano inevitabili. Nessuno ha imposto agli Stati Uniti di trasformare divergenze politiche in prove di forza, né di usare strumenti economici come leve di pressione contro alleati storici. Si tratta di decisioni politiche precise, che generano conseguenze sistemiche: alimentano la diffidenza, accelerano il dibattito sull’autonomia strategica europea, spingono l’Unione a interrogarsi seriamente su un futuro in cui il sostegno americano non può più essere considerato un dato strutturale e permanente. È un processo che nasce da una crescente necessità di adattamento a un contesto radicalmente mutato, in cui le garanzie di ieri non possono più essere date per scontate.

Questo adattamento, tuttavia, non è privo di costi e ambiguità. L’Europa si trova di fronte a scelte difficili, che mettono in discussione decenni di delega strategica e di comfort geopolitico. Rafforzare la propria capacità di difesa, diversificare le relazioni economiche, dotarsi di strumenti credibili di risposta alla coercizione non significa rompere con gli Stati Uniti, ma prendere atto che il rapporto non è più asimmetrico solo in termini di potenza, bensì anche di affidabilità percepita. È una presa di coscienza che avanza lentamente, spesso tra resistenze interne e timori di escalation, ma che appare sempre meno rinviabile.

In questo senso, il giudizio su un anno di presidenza Trump non è quello di chi osserva con ostilità preconcetta o con spirito ideologico, ma di chi prende atto di un esito inatteso e profondamente problematico. Il paradosso è evidente: nel tentativo di riaffermare la supremazia americana, l’attuale amministrazione rischia di accelerare la disgregazione dell’ordine che per decenni ha garantito la leadership degli Stati Uniti stessi. Un ordine che né la pressione militare, né la propaganda, né le strategie di destabilizzazione dei rivali esterni erano riuscite a smantellare, proprio perché fondato su un equilibrio di interessi e fiducia reciproca.

Il rischio, oggi, va ben oltre una crisi diplomatica o commerciale contingente. Se il legame tra Europa e Stati Uniti diventa contingente, revocabile, subordinato al calcolo immediato del vantaggio, allora l’idea stessa di Occidente come comunità politica perde consistenza e attrattiva. E il vuoto che si apre non resterà tale a lungo: altri attori sono pronti a colmarlo, proponendo modelli di ordine internazionale in cui la forza prevale sul diritto e la cooperazione è subordinata alla sfera di influenza.

Alla fine, la domanda che si impone non è se l’Occidente stia attraversando una fase di difficoltà – cosa già avvenuta altre volte nella sua storia – ma chi tragga vantaggio dal modo in cui questa difficoltà viene oggi gestita. Se l’alleanza transatlantica si indebolisce, se la fiducia si erode, se la cooperazione lascia spazio al sospetto e alla coercizione, qualcuno inevitabilmente ne beneficerà. Non è una questione di intenzioni dichiarate, ma di effetti concreti. È qui che il bilancio di questo primo anno assume un significato più ampio: non come giudizio su un presidente, ma come interrogativo sul futuro di un intero sistema di relazioni. Cui prodest? La risposta a questa domanda dirà molto non solo sull’eredità della presidenza Trump, ma sulla capacità dell’Occidente di riconoscersi ancora come tale.

(*) Docente universitario di Diritto internazionale e normative per la sicurezza


di Renato Caputo (*)