Usa-Groenlandia, Meloni chiama Trump

lunedì 19 gennaio 2026


Donald Trump sceglie una data simbolica per lanciare la sua offensiva politica contro una parte consistente del fronte europeo occidentale. Proprio nel giorno della firmastorica” dell’accordo di libero scambio Ue-Mercosur, il presidente americano affonda il colpo tariffario contro alcuni dei principali alleati europei, rei di aver spinto troppo oltre la questione Groenlandia. Nel mirino finiscono otto Paesi: Danimarca, Finlandia, Francia, Germania, Paesi Bassi, Svezia, Norvegia e Regno Unito, questi ultimi due fuori dall’Unione ma pienamente inseriti nella Nato. La risposta arriva con una dichiarazione congiunta che promette una reazione “in modo unito e coordinato” per “difendere” la propria “sovranità”. Un linguaggio che, rivolto implicitamente agli Stati Uniti, segna una frattura finora impensabile nei rapporti transatlantici.

Giorgia Meloni, intervenendo dall’Estremo oriente dopo un colloquio con il tycoon, ha parlato di possibili “incomprensioni” tra Stati Uniti e alleati europei, ribadendo la centralità “del dialogo”. Sul dossier è intervenuto anche il segretario generale della Nato, Mark Rutte, che ha confermato di aver discusso con il presidente americano “sulla situazione della sicurezza in Groenlandia e nell’Artico. Continueremo a lavorare su questo tema – ha aggiunto – e non vedo l’ora di incontrarlo a Davos alla fine di questa settimana”. I due principali pontieri europei, entrambi indicati da più parti come abili mediatori con il tycoon, sono dunque al lavoro. Ma la sensazione diffusa è che, a ogni nuova bordata, la ricomposizione diventi più faticosa. “Le minacce tariffarie minano le relazioni transatlantiche e rischiano d’innescare una pericolosa spirale discendente”, hanno avvertito gli otto Paesi firmatari della dichiarazione.

Parigi valuta il passo più radicale. Secondo i consiglieri dell’Eliseo, Emmanuel Macron intende muoversi sul piano operativo chiedendo “l’attivazione dello strumento anti-coercizione”: il cosiddetto bazooka europeo, mai utilizzato prima contro alcun Paese. Il Financial times riferisce che, in vista dei colloqui con Trump a Davos, Bruxelles starebbe esaminando contromisure per un valore complessivo di 93 miliardi di dollari. Un dato che restituisce la misura di quanto l’Europa si stia muovendo in territorio inesplorato. A Bruxelles sono in corso “contatti costanti” tra leader, sherpa e ambasciatori presso l’Ue, così come tra il presidente del Consiglio europeo António Costa e i capi di Stato e di governo. In gioco c’è la credibilità dell’Unione, ma trovare una linea comune appare tutt’altro che semplice: tra i Ventisette convivono sensibilità profondamente diverse, come dimostra il confronto tra le famiglie politiche europee. Il Ppe ha evocato la possibilità di sospendere l’accordo Usa-Ue sui dazi raggiunto la scorsa estate, senza però esporsi sull’uso del bazooka economico. Socialisti e liberali di Renew spingono invece sia per lo stop all’intesa sia per l’attivazione dello scudo. Più prudente l’Ecr, che frena su entrambi i fronti. “Noi siamo contrari alle escalation”, ha spiegato all’Ansa Nicola Procaccini, co-presidente del gruppo all’Eurocamera. “Siamo per la distensione dei toni e lo strumento anti coercizione non va in questo senso: l’accordo sui dazi Usa-Ue poi è in vigore da agosto e, contrariamente alle preoccupazioni di molti, è stato fruttuoso per entrambe le parti”.

Sul tavolo non c’è solo una crisi diplomatica. “L’ordine mondiale come lo conosciamo” e il “futuro” della Nato sono in gioco, ha ammonito il ministro degli Esteri danese Lars Lokke Rasmussen da Oslo, prima tappa di un tour d’emergenza che lo porterà anche in Svezia e nel Regno Unito. “Non ho dubbi – ha aggiunto – che ci sia un forte sostegno europeo e che sia di natura generosa”. Nel frattempo, i rappresentanti permanenti dei Ventisette presso l’Ue si sono riuniti in formato ristretto, ambasciatori più uno, il meccanismo di crisi del cosiddetto deep State blustellato. “Non sarà certo l’ultimo parola su questa vicenda”, confida un alto funzionario europeo, precisando che “non ci si aspettano decisioni”, prerogativa dei livelli politici. Per ora, dunque, una ricognizione delle posizioni, nel rispetto delle procedure comunitarie.

IL CONGRESSO SI SPACCA SULLA GROENLANDIA

L’offensiva di Trump sulla Groenlandia non convince nemmeno una parte dell’establishment di Washington. Al Congresso i democratici sono sul piede di guerra e promettono di fare tutto il possibile per fermare il presidente. Ma i malumori attraversano anche il fronte repubblicano, spiazzato dall’ipotesi di dazi contro alleati della Nato. Pur mantenendo alta l’attenzione sul Canada, Trump sembra determinato a chiudere prima il dossier Groenlandia, nonostante le resistenze interne. L’amministrazione resta compatta nel sostenere la linea presidenziale: “Ci serve per la sicurezza nazionale” e “l’Europa è troppo debole” per difendere lisola, ha ribadito il segretario al Tesoro Scott Bessent, spiegando che un Trump “strategico” guarda a un futuro in cui l’Artico avrà un ruolo centrale. Lo scioglimento dei ghiacci, nell’area quattro volte più rapido rispetto al resto del pianeta, sta aprendo nuove rotte marittime e rendendo accessibili risorse ingenti, dai diamanti, al litio fino al rame, trasformando la regione in uno spazio sempre più conteso tra le superpotenze, incluse Cina e Russia.

Le giustificazioni della Casa Bianca, però, non sembrano convincere il Congresso, dove si rafforza una visione bipartisan secondo cui gli interessi americani in Groenlandia possono essere tutelati senza compromettere i rapporti con la Nato. Tra i repubblicani il disagio è palpabile. Le minacce di Trump sono una “buffonata”, ha sparato senza mezzi termini il deputato conservatore Don Bacon. “La strada da seguire è quella della diplomazia”, ha sottolineato lo speaker della Camera Mike Johnson. I dazi sono “negativi per l’America, le aziende americane e per i nostri alleati”, ha avvertito il senatore Thom Tillis, che insieme a Lisa Murkowski ha recentemente accompagnato una delegazione bipartisan in Danimarca. Ancora più duro Ron Wyden, della commissione bancaria del Senato, che ha definito la strategia del presidente “una fantasia imperialista senza senso”, contestando i dazi agli alleati Nato, la cui costituzionalità – come ricordato anche dall’ex vicepresidente Mike Pence – è “incerta”.

I senatori Tim Kaine, democratico, e Rand Paul, repubblicano, intendono presentare due risoluzioni per bloccare Trump: una sui poteri di guerra, per impedirgli qualsiasi iniziativa militare sulla Groenlandia, e un’altra per vietargli l’imposizione di dazi ai partner europei contrari ai suoi piani sull’isola. Una scommessa rischiosa, vista la maggioranza conservatrice a Camera e Senato. Tentativi simili sul Venezuela sono già falliti. Ma sulla Groenlandia Kaine e Paul confidano di intercettare la crescente frustrazione dei repubblicani scettici verso un “Trump imperialista”, disposto a sacrificare gli alleati storici europei pur di inseguire una nuova proiezione di potenza.


di Eugenio Vittorio