giovedì 15 gennaio 2026
La decisione delle autorità russe di porre sotto amministrazione esterna quattro stabilimenti della danese Rockwool è l’ennesima conferma di una realtà che molte aziende occidentali faticano ancora a guardare in faccia: in Russia il diritto non è più una cornice di garanzia, ma uno strumento politico, piegato alle convenienze del potere. Quando lo Stato decide di intervenire, le regole – nazionali e internazionali – cessano semplicemente di esistere. Il gruppo danese ha parlato senza giri di parole di un atto “indiscutibilmente illegale”. Non si tratta di una presa di posizione emotiva. Dal 2022, anno dell’invasione dell’Ucraina, Rockwool aveva scelto una linea di prudenza: mantenere gli impianti in quella che ha definito una “proprietà passiva”, senza nuovi investimenti, senza trasferimento di profitti e con una gestione affidata esclusivamente a risorse locali. Una scelta obbligata, spiegano dall’azienda, perché chiudere improvvisamente le attività avrebbe significato abbandonare migliaia di lavoratori e lasciare campo libero a soggetti vicini allo Stato russo. Gli stabilimenti hanno continuato a produrre solo per il mercato interno, utilizzando materie prime russe. Nessun apporto dall’estero, nessun beneficio diretto per la casa madre.
Eppure, nemmeno questa cautela è bastata. Mosca ha deciso di intervenire, sottraendo di fatto il controllo delle fabbriche al legittimo proprietario. Un’operazione che l’amministratore delegato Jes Munk Hansen definisce “una violazione evidente di tutte le norme internazionali”. Secondo indiscrezioni citate dalla stessa società, la mossa delle autorità russe potrebbe essere collegata alle donazioni effettuate da Rockwool a favore della ricostruzione ucraina: 500 milioni di corone danesi, circa 67 milioni di euro. Un gesto umanitario e politico che, in un sistema normale, non dovrebbe avere conseguenze. In Russia, invece, sembra aver contribuito a trasformare l’azienda in un bersaglio. I mercati lo hanno intuito rapidamente: le azioni Rockwool hanno perso quasi l’8 per cento dopo che Bloomberg aveva rivelato il sequestro dei primi due impianti.
Il caso Rockwool si inserisce in un quadro più ampio. Dall’inizio della guerra, il Cremlino ha progressivamente smantellato ogni residua certezza giuridica per gli investitori stranieri. Decreti d’emergenza, amministrazioni temporanee, trasferimenti forzati di quote societarie: strumenti che rendono l’economia un territorio ostile e imprevedibile. Il tutto giustificato da una retorica di “sicurezza nazionale” che consente allo Stato di intervenire arbitrariamente, senza contraddittorio e senza reali possibilità di difesa. Ma c’è un aspetto ancora più inquietante. In Russia non si tratta solo di disprezzo delle regole: si tratta di usarle come leva politica. Le imprese straniere vengono tollerate finché risultano funzionali al sistema, finché generano entrate fiscali e non sollevano obiezioni morali o politiche. Nel momento in cui smettono di essere allineate, diventano sacrificabili.
Pagare tasse in Russia oggi significa alimentare il bilancio di uno Stato impegnato in una guerra di aggressione: vuol dire, volenti o nolenti, contribuire al finanziamento di missili, droni e occupazioni militari. E significa anche accettare un rischio sempre più concreto, quello di vedersi confiscare tutto nel momento in cui si smette di essere utili e docili con il Cremlino. È una riflessione che dovrebbe pesare sulle scelte di quelle aziende occidentali che continuano a operare in Russia. Non esiste più una zona grigia, non esiste una neutralità economica in tempo di guerra. Restare significa accettare una forma di complicità, anche indiretta. Andarsene, o mantenere una posizione etica, espone invece al rischio dell’espropriazione. Il caso Rockwool lo dimostra con chiarezza: in un sistema che ha fatto della forza il proprio linguaggio, la sicurezza degli investimenti è un’illusione. E quando il diritto viene calpestato con tale disinvoltura, la vera domanda non è più se convenga restare, ma quanto costerà, prima o poi, non piegarsi.
(*) Docente universitario di Diritto internazionale e normative per la sicurezza
di Renato Caputo (*)