Iran: gli Usa sono pronti all’attacco

giovedì 15 gennaio 2026


L’ipotesi di un’azione militare statunitense contro l’Iran appare inevitabile. Washington ha avviato il ritiro “a titolo precauzionale” di parte del personale dalla base di Al Udeid in Qatar – mossa seguita anche dal Regno Unito – e da altre installazioni strategiche in Medio Oriente, dopo le minacce di ritorsioni lanciate da Teheran contro le forze Usa nella regione in caso di attacco. Secondo quanto riferito alla Reuters da due funzionari europei, un’operazione militare americana viene considerata probabile; uno dei due ha indicato la giornata di oggi come possibile finestra temporale. Donald Trump, da giorni, ha evocato apertamente un intervento senza però entrare nei dettagli. In un’intervista a Cbs ha promesso “azioni molto forti” nel caso in cui Teheran procedesse con l’esecuzione dei manifestanti condannati a morte. Ieri sera, tuttavia, il presidente ha precisato di essere stato informato che “le uccisioni in Iran si sono fermate e non c’è nessun piano di esecuzioni”. Dichiarazioni ambigue, che potrebbero indicare un possibile rinvio della decisione di colpire e l’apertura a un segnale distensivo da parte iraniana. “Sarei molto deluso se queste informazioni non si rivelassero vere, verificheremo”, ha aggiunto Trump, lasciando comunque aperta l’opzione militare.

Dopo aver ripetutamente minacciato un intervento, il presidente sembra ora sentirsi vincolato a dare seguito alle proprie parole, anche alla luce del precedente di leader che non hanno fatto rispettare le proprie “linee rosse”, come Barack Obama, che nel 2013 rinunciò a colpire la Siria dopo l’uso di armi chimiche. “Parte della questione è che ora ha tracciato una linea rossa e sente di dover fare qualcosa”, ha riferito una fonte alla Cnn, sottolineando come un’azione appaia ormai altamente probabile. Resta però da definire la natura dell’intervento. Il Consiglio per la sicurezza nazionale si è riunito martedì per affinare una gamma di opzioni operative. Trump ha preso parte al vertice, durato oltre due ore, subito dopo il rientro a Washington da un viaggio in Michigan. Durante la riunione, il presidente è stato aggiornato sul bilancio delle vittime in Iran e sulle valutazioni americane circa l’evoluzione della repressione del regime, incluse eventuali esecuzioni. Nel briefing sono stati mostrati anche video provenienti dal Paese.

Il tycoon ha comunque ridimensionato il rischio di rappresaglie iraniane: “L’Iran ha detto la stessa cosa l’ultima volta che li ho colpiti, quando avevano ancora la capacità nucleare, che ora non possiedono più. Farebbe meglio a comportarsi bene”. Parallelamente, è stato impartito l’ordine di evacuare parte del personale dalla base di Al Udeid in Qatar, la più grande installazione militare statunitense nella regione, che ospita circa 10mila militari americani e che era già stata colpita da Teheran a giugno, in risposta ai raid Usa contro gli impianti nucleari iraniani. Sul piano diplomatico, tre alleati arabi degli Stati Uniti – Arabia Saudita, Qatar e Oman – hanno avviato contatti riservati per scongiurare un’azione militare americana, temendo un effetto destabilizzante sull’intera area. A riferirlo è stato un dirigente locale alla Cnn: “Qualsiasi escalation militare avrà conseguenze per l’intera regione, compresi sicurezza ed economia”.

All’interno del team per la sicurezza nazionale le posizioni restano divise sull’opportunità di un attacco cinetico, ma vi è consenso su alcuni punti fermi: nessun impiego di truppe di terra ed esclusione di un coinvolgimento militare prolungato in Iran. Tra le opzioni al vaglio figura un’azione chirurgica contro strutture riconducibili ai servizi di sicurezza iraniani, ritenuti responsabili della repressione, oppure un cyber attack mirato a paralizzare le reti di comunicazione dei pasdaran e degli apparati repressivi. Sul tavolo del presidente è finito anche un piano di PsyOps per operazioni psicologiche militari. Gli Stati Uniti mantengono una presenza militare diffusa nella regione, con il quartier generale avanzato del Comando Centrale ad Al Udeid e quello della Quinta Flotta in Bahrain. Tuttavia, al momento non dispongono di portaerei nell’area e appare improbabile che i Paesi arabi concedano l’autorizzazione a utilizzare in chiave offensiva i cacciabombardieri Usa basati sui loro territori, per timore di ritorsioni. Il commander-in-chief, di conseguenza, potrebbe contare solo su un ventaglio limitato di opzioni: una serie circoscritta di attacchi, condotti con un numero ridotto di bombardieri in decollo dagli Stati Uniti o con missili da crociera Tomahawk lanciati da tre unità navali della flotta.


di Eugenio Vittorio