Iran, repressione brutale e futuro incerto

martedì 13 gennaio 2026


Testimonianze parlano di migliaia di morti e decine di migliaia di arresti. I leader dell’opposizione interna sono tutti incarcerati. Dall’estero Reza Pahlavi cerca di accreditarsi come punto di riferimento ma il suo peso reale all’interno dell’Iran è incerto. Un collasso improvviso del regime può avvenire per la morte di Khamenei o per uno scontro interno alle Guardie della Rivoluzione

L’Iran sta attraversando la fase più instabile degli ultimi anni. Le proteste esplose tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026, represse con estrema violenza, non sono una semplice rivolta sociale. Mettono in discussione la tenuta stessa della Repubblica islamica e aprono, di fatto, la questione del dopo-Khamenei. La guida suprema Ali Khamenei, 86 anni, è il perno del sistema attuale, costruito da Khomeini dopo la rivoluzione del 1979. Il suo indebolimento fisico e politico ha accelerato una transizione informale in cui i diversi centri di potere – presidenza, magistratura, clero e soprattutto le Guardie della Rivoluzione islamica (Irgc) – si muovono senza una regia chiara. Ne deriva un equilibrio fragile, fondato più sulla coercizione che sul consenso.

Il presidente Masoud Pezeshkian non controlla gli apparati repressivi, né i nodi decisivi del potere. Il vero ago della bilancia restano i “pasdaran” dell’Irgc, attore centrale non solo sul piano militare, ma anche economico e politico. Tuttavia, anche al loro interno emergono divisioni tra chi spinge per una repressione totale e chi teme che un’ulteriore escalation possa rendere il sistema ingovernabile e accelerarne l’erosione dall’interno. La risposta del regime alle proteste è stata brutale. Le impiccagioni dei manifestanti e le condanne capitali hanno assunto una funzione apertamente deterrente. Secondo stime delle organizzazioni per i diritti umani, i morti sono nell’ordine delle migliaia, mentre decine di migliaia di persone sono state arrestate. Le carceri sono sovraffollate di detenuti politici: da giorni, in diversi istituti, l’acqua viene razionata, l’elettricità è disponibile solo poche ore al giorno, le comunicazioni sono interrotte. Le testimonianze parlano di torture sistematiche, isolamento prolungato e privazione deliberata dei beni essenziali come strumento di repressione.

L’opposizione interna, di fatto, è oggi quasi interamente incarcerata. Attivisti, leader studenteschi, sindacalisti, avvocati per i diritti umani, giornalisti e figure politiche riformiste sono stati arrestati o ridotti al silenzio attraverso intimidazioni e processi sommari. Le proteste continuano a coinvolgere classi popolari, commercianti, studenti, donne e minoranze etniche, ma restano prive di una leadership riconoscibile non per mancanza di consenso, bensì perché il regime ha sistematicamente eliminato ogni possibile rappresentanza politica. Non c’è un vuoto di opposizione sociale, ma un vuoto imposto di organizzazione e direzione. Dall’estero, Reza Pahlavi tenta di proporsi come figura di riferimento per una possibile transizione. Il suo ruolo rappresenta una rottura con la Repubblica islamica, ma il suo peso reale all’interno del Paese resta incerto e non sostituisce l’assenza di una leadership interna.

Il paragone con il Venezuela, spesso evocato, è solo parzialmente calzante. Come Caracas, Teheran è colpita da sanzioni, isolamento internazionale e una crisi economica cronica. Ma l’Iran dispone di un apparato ideologico e militare molto più radicato e di una proiezione regionale che il Venezuela non ha mai avuto. Pertanto, nel breve periodo, lo scenario più probabile non è un cambio di regime, ma una fase prolungata di instabilità controllata: repressione selettiva, retorica nazionalista, limitate concessioni economiche e una gestione opaca della futura successione alla Guida suprema. Un collasso improvviso diventerebbe realistico solo in caso di una frattura profonda all’interno delle Guardie della Rivoluzione o di una scomparsa improvvisa di Khamenei senza un accordo tra le élite.

L’opposizione, oggi, difficilmente è in grado di “prendere il timone” del Paese, ma per il regime il problema non è la possibilità di una sua caduta, bensì il progressivo svuotamento politico. Si tratta di un sistema che si regge ormai soltanto sulla forza, ma ha perso completamente il consenso della popolazione. La Repubblica islamica potrebbe sopravvivere ancora a lungo, resta da capire in quale forma e a quale costo.

(*) Tratto da La nuova bussola quotidiana


di Souad Sbai (*)