Multipolarismo imperiale: Finis Terrae

martedì 13 gennaio 2026


Fine della mondializzazione, e inizio della nuova era degli imperi, dominata dai grandi predatori carnivori, dove i rapporti di potenza hanno congedato il diritto internazionale a favore del diritto del più forte. Ma questo vuol dire che l’incontinenza territoriale, per cui si legittima la conquista dei territori, non tenendo più conto dell’inviolabilità delle frontiere internazionali, giustifica le pretese di Vladimir Putin sull’Ucraina, quelle di Xi Jinping su Taiwan e di Donald Trump sulla Groenlandia. Certo, così però ci si addentra sempre più nello spettro di probabilità della Trappola di Tucidide, ovvero dello scontro ravvicinato tra la grande potenza emergente, la Cina, e quella solo in apparenza declinante degli Stati Uniti. E fa niente se per nutrire l’illusione del “partenariato” paritario Usa-Russia, Putin deve sacrificare il benessere del proprio popolo, per nutrire la leggenda della ricostruzione dell’impero soviet-zarista, al prezzo non irrisorio del suicidio demografico ed economico del suo Paese, nonché del vassallaggio di Mosca nei confronti della Cina. Il problema non secondario del ritorno degli imperi riguarda quei Paesi che non rientrano nel “giardino di casa” dei tre neo imperatori, come India, Brasile, Indonesia, Nigeria e Africa del Sud, che si trovano a riempire gli spazi rimasti vuoti, e si sentono pertanto legittimati a coltivare le loro ambizioni di potenza, vendicandosi delle ex potenze coloniali, soprattutto europee. La novità vera è che questo nuovo capitalismo “predatorio”, emancipatosi dallo Stato di diritto, ha stretto una santa alleanza con gli autocrati e, per quanto riguarda Trump, con l’immenso potere tecnologico delle Big Tech della Silicon Valley, fattore che gli consentirà di vincere le Guerre Stellari 2.0, come all’epoca di Ronald (Donald) Reagan.

Ai nuovi poteri sinoamericani si lega la crescita impetuosa dell’Ia, che ha ramificazioni profonde e complesse con tutte le attività economiche emergenti (soprattutto nel settore dei servizi), ed è responsabile nel caso degli Usa della creazione di una gigantesca bolla speculativa sui mercati azionari, destinata prima o poi a esplodere come accadde nel 2008 con la speculazione sui derivati. In questo Grande gioco, l’Europa rischia di perdersi definitivamente, dato che le rimangono solo due alternative: riconquistare la potenza perduta; oppure accettare un destino di vassallaggio nei confronti delle grandi potenze. Se vuole recuperare terreno nell’arena mondiale, l’Europa deve darsi le tre seguenti priorità. In primo luogo, guadagnare competitività e sicurezza economica e, secondariamente, riarmarsi in grande stile, sotto la guida di un direttorio di grandi Stati (comprese le due potenze atomiche di Francia e Inghilterra), in modo da acquisire una capacità di dissuasione autonoma nei confronti della Russia. Il terzo aspetto riguarda il sostegno militare ed economico all’Ucraina, per contrastare l’imperialismo russo che rappresenta la vera minaccia per la sicurezza del Vecchio Continente. Ma c’è un quarto punto fondamentale che ci riguarda: ovvero, con che cosa sostituiremo il diritto internazionale, creatura amatissima di questa Europa disarticolata che lo ha fatto nascere ma che non ha capito per tempo che senza la Forza a sostenerlo, sarebbe stata la forza stessa a seppellirlo? Per non parlare, poi, della questione insolubile dei diritti umani, che nessuno sa come farli rispettare, sanzionando le loro violazioni, come farebbe un qualsiasi Stato di diritto occidentale, ricorrendo a prevenzione e repressione dei reati relativi.

In tal senso, l’Onu è solo un pulpito affabulatorio e declamatorio, visto che dal 1945 a oggi la sua Carta è stata violata un numero impressionante di volte, e molto spesso nella maniera più atroce (genocidi, eccidi, stupri di massa a opera di eserciti regolari o di milizie fuori controllo), per non stare poi a parlare del dominio violento dei signori della droga, che devastano interi continenti con i loro commerci scellerati. Se è questo il mondo perverso fino a ieri tutelato dal diritto internazionale, allora ben vengano altri dieci, cento Trump che inviano truppe ben addestrate a smantellare le basi del narcotraffico e a esfiltrare autocrati e dittatori che ne sono i lord protettori, per sottoporli a un regolare giudizio presso tribunali indipendenti. Certo, come contrappeso alla defenestrazione di Nicolás Maduro, occorre prendere atto che la Dottrina Monroe potrebbe davvero funzionare meglio dell’obamiano “Yes, we can”, per cui va bene un po’ a tutti il regime change by force, quando si tratta di dittature spietate come la venezuelana e l’iraniana, che hanno violato in tutti i modi i diritti umani, senza che nessuno presentasse il conto liberando i loro popoli oppressi. Del resto, occorre ribadire come sia la Cina a negare in ogni modo l’ingerenza umanitaria nei confronti delle autocrazie, perché secondo i sacri principi pechinesi “ognuno a casa sua è padrone di fare ciò che vuole e di darsi gli ordinamenti che preferisce”, senza che nessuno dall’esterno osi disturbare il manovratore.

Stando ai critici dell’operazione Maduro, il successo militare potrebbe non avere gli esiti politici previsti, perché il regime chavista venezuelano, così come quello sciita iraniano, potrebbero sopravvivere alla prova di forza con Washington. Ne sono testimonianza, in questo XXI secolo, l’Iraq, la Libia e l’Afghanistan in cui il cambiamento di regime non ha portato alla nascita di una democrazia, ma al caos e alla guerra civile. La speranza di molti, al contrario, è l’effetto-domino in positivo, con la caduta in rapida successione dei regimi veterocomunisti, iniziando da quello chavista venezuelano, per poi coinvolgere Cuba (che dipende dal petrolio di Maduro venduto a prezzi politici) e Nicaragua, in cui ancora una volta a pagare il conto della mala gestione sono i popoli ridotti in miseria, costretti a trovare una via di fuga all’estero. Una cosa però è chiarissima: Trump ha riscoperto la Dottrina Monroe perché qualcuno nottetempo, come accadde a John Fitzgerald Kennedy con i missili sovietici a Cuba, aveva invaso il suo “Giardino di casa”, favorendo alleanze contro natura, come quelle tra Venezuela, Russia, Iran e Cina, nemici giurati dell’Occidente.

Ma, non è il “regime change” l’obiettivo vero del Trump II, quanto un “regime utility”, nel senso che quando le dittature sono per gli Usa una commodity (costituiscono, cioè, un’utilità reale per l’accesso agevolato alle loro risorse naturali e geografiche), allora va benissimo il loro mantenimento come sistema politico interno, in quanto fiori ornamentali nel giardino di casa di “questi” Stati Uniti, che non perseguono l’utopia dell’esportazione della democrazia. Semmai il sorvolo dei bombardieri B-2 sull’Iran, oltre ad accelerare la caduta dei mullah, rappresenta l’ennesimo avvertimento a Russia e Cina che, se vogliono fare sul serio a proteggere questi assassini umanitari, allora si accomodino pure rischiando di perdere tutto in cambio di nulla. Chapeau, The Donald!


di Maurizio Guaitoli