Trump e la metamorfosi della democrazia liberale

martedì 13 gennaio 2026


Donald Trump rappresenta uno spartiacque nella storia recente delle democrazie occidentali. Più che un semplice leader controverso (ovviamente è anche questo) egli è l’espressione politica di una trasformazione profonda delle nostre società avvenuta negli ultimi decenni a causa di molteplici fattori: una globalizzazione asimmetrica foriera di pesanti diseguaglianze, diffusi timori di ordine identitario, crescente sfiducia nelle élite tradizionali, cittadini sempre più inclini a vivere le istituzioni democratiche come entità distinte ed estranee.

Trump non arriva alla Casa Bianca per una strana congiunzione degli astri. Il tycoon, a differenza dei politici di professione, intuisce che quei cambiamenti non cercano risposte secondo i vecchi canoni della politica. Egli irrompe sulla scena pubblica con uno stile deliberatamente fuori dalle convenzioni: ricorre a un linguaggio diretto e aggressivo, rifiuta l’alfabeto del politicamente corretto, personalizza in modo estremo l’esercizio del potere; il tutto viene presentato per mezzo di un registro narrativo imperniato sull’antagonismo “popolo contro sistema”.

In tal senso, il sistema democratico, pur non essendo mai contestato formalmente, viene svuotato di alcuni pilastri portanti che vanno dal rispetto delle istituzioni al riconoscimento dell’indipendenza della stampa, dall’attenzione a che non venga alterato l’equilibrio tra i poteri alla sfiducia nella verità fattuale. La democrazia liberale non è solo il governo della maggioranza, ma è anche − se non soprattutto − tutela dei diritti delle minoranze e limiti da porre ad ogni forma di potere.

Trump, fin dal suo esordio in politica, mette in discussione questi valori fondamentali presentandoli come ostacoli alla realizzazione della volontà popolare. Il rischio che si corre è che la democrazia possa essere ridotta a plebiscito permanente, laddove la cifra caratterizzante diviene la fedeltà personale al leader. Si tratta di dinamiche politiche che riguardano solo gli Stati Uniti d’America? A ben guardare, no.

In Europa, seppure in forme diverse, emergono con sempre maggiore forza leader politici che condividono approcci e idee non dissimili da quelli di Trump. In Francia, Marine Le Pen, leader del Rassemblement National, guadagna progressivamente consensi, proponendo una visione sovranista, euroscettica e fortemente identitaria. In Germania, l’AfD, guidata da Alice Weidel e Tino Chrupalla, rappresenta un caso ancora più delicato. In un Paese la cui identità post-bellica è stata costruita sul rifiuto del nazionalismo estremo, la crescita di un partito che flirta apertamente con posizioni illiberali − a forte caratura anti-immigrazione − segnala una frattura profonda nella società tedesca, in modo particolare nei Länder orientali. In Gran Bretagna, Nigel Farage, che tutti i sondaggi danno in ascesa, ha incarnato addirittura prima di Trump una forma di populismo mediatico e anti-establishment, influenzando fortemente la scelta fatta dagli elettori della Gran Bretagna di uscire dall’Unione Europea.

Allo stato delle cose, non ci si può non chiedere se il trumpismo segnerà una cesura nel corpo vivo della democrazia liberale o se quest’ultima riuscirà a trovare i contropoteri giusti per difendersi e per rilanciare fra cittadini e istituzioni un rinnovato “patriottismo costituzionale”. Se così non dovesse essere, la democrazia potrebbe, pur non scomparendo del tutto, subire una profonda metamorfosi dagli esiti non prevedibili.


di Francesco Carella