lunedì 12 gennaio 2026
In queste ultime ore la compagnia aerea iraniana Mahan (“compagnia di regime” spesso presente a Caracas con carico di armi), sta incrementando i sui voli verso Mosca. Può essere Reza Ciro Pahlavi l’alternativa, anche di transizione, alla dittatura degli ayatollah? Il rischio più elevato quando si profila un avvicendamento al potere senza che chi lo perde sia consenziente e non ci sia una immediata forza catalizzatrice, è che si dia spazio alla febbre anarchica che tanto piace alla parte più rumorosa, e che ha meno da perdere, della massa. Esempi anche della storia recente sono numerosi, soprattutto nel Vicino Oriente e nel Maghreb. Situazioni che danneggiano gravemente il tessuto sociale e politico con la tendenza alla creazione di particelle estremiste con ambizioni di potere. Insomma una parcellizzazione dell’ambizione di comando che sovente si cronicizza e rimane difficile da estirpare anche dopo un raggiunto equilibrio del potere politico.
Reza Ciro Pahlavi, figlio dell’ultimo scià di Persia Mohammed Reza Pahlavi, deposto dagli sciiti komeinisti nel 1979, rappresenta quell’alternativa solida e riconosciuta, ad un regime sadico che ha fatto della oppressione, ma soprattutto della misoginia, il “malles”, martello, del suo potere; molte similitudini si possono riscontrare tra i dettami del Malleus Maleficarum, “Il Martello delle malefiche (o streghe)” (1486) e l’oppressione degli ayatollah verso le donne. Ad esempio, ambedue modalità di agire verso il sesso femminile da leggersi in chiave psicoanalitica, anche se mascherate dal mantello religioso. La situazione è cosi esasperata che dopo 47 anni di un potere cupo rappresentato da severi personaggi, condotti dalla Guida suprema, l’ayatollah Alì Khamenei, successore dell’altrettanto lugubre Ruhollah Khomeyni, e da gruppi di sedicenti “dottori della legge islamica”, gli Ulema, le negatività di cui veniva accusato il regno del Pahlavi, ovvero assolutismo e dispotismo, ma anche lusso, opulenza, sfarzo, ora appaiono luci di civiltà anche i suoi più acerrimi detrattori.
Tanto è che in sempre più piazze di città iraniane, non solo le principali, negli ultimi quindici giorni, il nome di Ciro Pahlavi è stato scandito durante le manifestazioni. Si odono inneggiamenti allo scià, come “questa è la battaglia finale, Pahlavi tornerà”, o “lunga vita allo scià”. Ora, il 64enne Reza Ciro Pahlavi è sotto i riflettori mondiali, in particolare sui social media, e viene considerato sempre più convintamente dalla popolazione come il salvatore dell’Iran post-Repubblica islamica. La sua azione in Iran è di lunga data, ha interloquito soprattutto dopo l’assassinio di Masha Amini nel 2022, con dissidenti sia esterni che interni all’Iran, sempre con atteggiamenti aperti dove non ha mai ostentato la volontà di rientrare come regnante ma come uomo politico per una transizione democratica, ma soprattutto non cruenta.
Così Ciro Pahlavi, dagli Stati Uniti dove vive in esilio da quasi mezzo secolo, è diventato il punto di riferimento per tutti gli iraniani anche per quelli che vivono fuori dell’Iran e tramite una serie di videomessaggi esorta il popolo iraniano a mantenere la pressione nelle strade con manifestazioni e posti di blocco, assicurando che la cacciata degli oppressori è vicina. Inoltre sta organizzando continui incontri via social con i suoi sostenitori dove, tramite video, invita a scandire slogan ovunque si trovino, annunciando contemporaneamente esortazioni ad agire e a non arrendersi. Cosi a fine settimana scorsa migliaia di giovani hanno iniziato a radunarsi in vari quartieri di Teheran, scandendo slogan contro il governo, come “Morte al dittatore” e che l’Iran sta aspettando il ritorno del “principe”. Non solo Teheran, ma anche Arak, Shiraz, Tabriz, Babol, e in molte altre città iraniane, sono invase da una folla coraggiosa ed inebriata da una aspettativa di libertà.
Ma come sappiamo le rivoluzioni riescono solo se l’esercito e le varie forze di polizia vogliono, e in questo caso la cacciata degli ayatollah potrà avvenire solo se le forze di sicurezza si schiereranno con il Pahlavi e con il popolo. Così Reza Pahlavi nel suo discorso di mercoledì, abbigliato con giacca e cravatta, davanti alla bandiera iraniana pre-rivoluzione islamica dove è rappresentato “Il leone e il sole”, Shir-o Khorshid, si è rivolto direttamente alle forze di sicurezza, esortandole a slegarsi dal regime e ad abbracciare con lui la causa per la libertà. Il messaggio è stato solenne ed energico: “Questa è la vostra ultima possibilità di unirvi alla Nazione e dissociare il vostro destino da quello della Repubblica islamica, ormai una nave che affonda”.
Al momento sembra che l’ex Guida suprema di una nave senza orizzonte, sia pronta con una ventina di tremanti sodali a fuggire a Mosca, non lontano dalla tana dell’altro grande della inesorabilmente tramontata “Mezzaluna sciita”, l’ex presidente siriano Bashar al Assad. Khamenei probabilmente, se Cia e Mossad consentiranno, si salverebbe la vita, e l’Iran tornerebbe con i tratti laici persi quasi 50 anni fa e adeguati al coraggioso, civile e colto popolo iraniano. Ma resta il fatto che questa controrivoluzione potrà riuscire solo se si verificasse, come appare che si stia realizzando, una congiuntura internazionale, che convinca l’esercito e le forze di sicurezza che il regime tirannico è finito. Usa e Israele potrebbero aiutare, come pare già stiano facendo, a disegnare questo nuovo salutare scenario; cosi il sacrificio che donne e uomini iraniani, studenti e cittadini, stanno pagando in vite umane e atroci arresti e detenzioni, non sarà stato fatto inutilmente.
Anche se fonti interne sostengono che Alì Khamenei resterà in Iran a costo della vita; “valore” che attualmente ha bassissime quotazioni.
di Fabio Marco Fabbri