lunedì 12 gennaio 2026
È successo tutto senza preavviso, nel silenzio della diplomazia. Dopo 423 giorni di detenzione nel carcere di massima sicurezza di Rodeo, alle porte di Caracas, Alberto Trentini è tornato libero. Con lui anche Mario Burlò, imprenditore torinese finito nelle maglie del regime venezuelano. Le prime parole di Trentini, pronunciate appena arrivato all’ambasciata italiana, restituiscono la misura dello shock e del sollievo: “Non sapevamo nulla della cattura di Nicolás Maduro. Sono felice, ringrazio l’Italia. Ora posso fumare una sigaretta?”. Una frase semplice, riportata da La Repubblica e dal Corriere della Sera, che racconta più di molte analisi il peso di oltre un anno passato in prigione. Accanto a lui, Burlò. Entrambi hanno voluto chiarire subito le condizioni della detenzione. “Ci hanno trattato bene, non ci hanno torturato”, hanno assicurato una volta scesi dall’auto che li ha condotti in sede diplomatica. Trentini ha aggiunto un dettaglio che racconta l’eccezionalità delle ultime ore: “Nell’ultimo trasferimento non siamo stati incappucciati, a differenza delle altre volte”. E ancora: “Anche il cibo era sufficiente”. All’ambasciata, finalmente, il primo gesto di normalità: le telefonate ai familiari in Italia. Trentini ha chiamato la madre e la fidanzata, rompendo un silenzio che durava da più di un anno.
La vicenda di Alberto era iniziata il 15 novembre 2024. Operatore umanitario, impegnato per la Ong Humanity & Inclusion nell’assistenza alle persone con disabilità, Trentini si trovava in Venezuela da meno di un mese. Era arrivato a Caracas il 17 ottobre e stava viaggiando verso Guasdualito per portare aiuti alle comunità locali quando fu fermato a un posto di blocco. Al momento dell’arresto non aveva con sé neppure le medicine di cui ha bisogno. Da lì, il trasferimento nel carcere di massima sicurezza e una lunga detenzione durata 423 giorni. La liberazione ha scatenato la gioia dei familiari, che non hanno nascosto la gratitudine dopo un’attesa estenuante: “Alberto finalmente è libero! Questa è la notizia che aspettavamo da 423 giorni! Ringraziamo tutti quelli che hanno reso possibile, anche lavorando nell’invisibilità, la sua liberazione”.
L’annuncio flash di Antonio Tajani è arrivato intorno alle cinque di mattina. “Alberto Trentini e Mario Burlò sono liberi e sono nella sede dell’ambasciata d’Italia a Caracas”. Il ministro degli Esteri ha spiegato di aver informato subito la presidente del Consiglio: “Lo ho appena comunicato al presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, che ha sempre seguito la vicenda in prima persona”. Quindi il riferimento alle condizioni dei due connazionali e al segnale politico arrivato da Caracas: “Ho parlato con i nostri due connazionali, che sono in buone condizioni. Presto rientreranno in Italia. La loro liberazione è un forte segnale da parte della presidente ad interim Delcy Rodríguez che il governo italiano apprezza molto”.
Parole a cui si sono aggiunte quelle della premier. “Alberto Trentini e Mario Burlò sono liberi e torneranno a casa. È una notizia che ci riempie di gioia, che si somma alla felicità che abbiamo provato nelle scorse ore per la liberazione di altri nostri connazionali. Trentini e Burlò riabbracceranno presto le loro famiglie che in questi mesi hanno sofferto molto, a cui ovviamente vogliamo rinnovare il nostro affetto”. Un messaggio che ha voluto sottolineare il valore umano, prima ancora che politico, dell’esito positivo della vicenda. Anche il ministro della Difesa, Guido Crosetto, ha rimarcato il peso del lavoro svolto lontano dai riflettori: “Grande soddisfazione e profondo sollievo per la notizia della liberazione avvenuta a Caracas di Alberto Trentini e Mario Burlò. È un risultato significativo, che testimonia l’impegno costante dello Stato e delle Istituzioni nonché il valore del lavoro svolto dalla diplomazia italiana, con discrezione e determinazione”.
Dietro la liberazione, però, restano mesi di incertezza. Nelle prime settimane non si seppe nulla della sorte di Trentini. Per oltre due mesi le autorità venezuelane non fornirono informazioni né consentirono contatti. A gennaio 2025 Palazzo Chigi assicurò, con una nota, che si stavano “attivando tutti i canali possibili per garantire una soluzione positiva e tempestiva”, garantendo “massima attenzione fin dall’inizio”. Il primo vero spiraglio arrivò solo dopo 181 giorni. Nella notte del 16 maggio, dal carcere di Caracas, Trentini riuscì a parlare con la famiglia, rassicurando sulle sue condizioni di salute e sulle cure ricevute. Un contatto accolto con sollievo, definito dal viceministro degli Esteri Edmondo Cirielli “un passo in avanti frutto di un lungo lavoro di mediazione diplomatica”.
Un mese prima, ad aprile, Giorgia Meloni aveva telefonato personalmente alla madre di Alberto, Armanda Colusso, per ribadire che “il governo è al lavoro per riportarlo a casa”. Ma proprio nel giorno del primo anniversario della detenzione, la donna aveva espresso pubblicamente tutta la sua amarezza. “Fino ad agosto il nostro governo non aveva avuto alcun contatto col governo venezuelano – ha detto – E questo dimostra quanto poco si sono spesi per mio figlio. Sono qui dopo 365 giorni a esprimere indignazione. Per Alberto non si è fatto ciò che era doveroso fare. Sono stata troppo paziente ed educata ma ora la pazienza è finita”. Parole dure, seguite però, nelle settimane successive, da un cambio di tono. Pochi giorni prima della liberazione, i genitori di Trentini avevano lanciato un appello alla prudenza: “La nostra famiglia sta vivendo giornate di angoscia e di speranza. Chiediamo a tutti di rispettare la consegna del silenzio indicata da Palazzo Chigi ed evitare qualunque strumentalizzazione perché ogni parola sbagliata può compromettere la liberazione”. Oggi resta la fine di un incubo lungo 423 giorni. E l’immagine di due italiani che, dopo mesi di buio, possono finalmente tornare a casa.
di Edoardo Falzon