venerdì 9 gennaio 2026
Le garanzie di sicurezza promesse all’Ucraina rischiano di restare un esercizio retorico se non vengono accompagnate da una pressione reale e crescente su Mosca, perché i segnali che arrivano dal Cremlino indicano chiaramente che Vladimir Putin non ha alcun interesse a una pace negoziata alle condizioni oggi discusse dagli alleati di Kyiv. L’incontro di Parigi del 6 gennaio scorso, che ha riunito oltre 30 Paesi della cosiddetta Coalizione dei volenterosi, ha prodotto impegni politicamente significativi e un linguaggio rassicurante, culminati nella dichiarazione congiunta firmata dal primo ministro britannico Keir Starmer e dal presidente francese Emmanuel Macron, con l’ipotesi di inviare truppe europee in Ucraina dopo un accordo di pace e con un ruolo di supporto degli Stati Uniti nel monitoraggio di un eventuale cessate il fuoco, ma proprio qui emergono le ambiguità che rendono il quadro fragile agli occhi di Mosca.
Il presidente ucraino Volodymyr Zelenskyy ha parlato di discussioni sostanziali e di dettagli già definiti su forze, numeri e capacità operative, e non c’è dubbio che sul piano tecnico il lavoro sia avanzato, tuttavia la Dichiarazione di Parigi evita accuratamente qualunque impegno vincolante sul modello dell’articolo 5 della Nato e resta vaga persino sul mandato di un eventuale contingente europeo, limitandosi a riferimenti generici all’uso delle capacità militari, un linguaggio che difficilmente può dissuadere il Cremlino, soprattutto dopo quattro anni in cui la paura dell’escalation ha spesso paralizzato l’Occidente. C’è poi un problema ancora più evidente, che riguarda l’attuazione pratica di queste garanzie: legarle a un cessate il fuoco significa accettare in partenza il veto russo, perché Mosca ha respinto ripetutamente ogni proposta di tregua e ha sempre dichiarato inaccettabile qualsiasi presenza militare occidentale sul territorio ucraino, esattamente ciò che oggi viene presentato come pilastro della sicurezza postbellica.
Mentre a Parigi, a Washington e a Kyiv si discute di meccanismi e cornici giuridiche, la Russia resta fuori dalla stanza e continua a comportarsi come una potenza che punta a guadagnare tempo, senza mai chiudere formalmente la porta al dialogo ma sabotando di fatto ogni tentativo di avanzamento. Anche i contatti paralleli avviati dall’amministrazione di Donald Trump non hanno prodotto segnali di apertura credibili, e l’episodio dell’accusa infondata di un attacco ucraino alla residenza presidenziale russa, rilanciata da Putin subito dopo un incontro tra Trump e Zelenskyy e poi smentita dallo stesso leader statunitense, è apparso come l’ennesimo tentativo di far deragliare il processo negoziale.
Questa disponibilità a mentire senza esitazioni pur di bloccare i colloqui dice molto sulla strategia del Cremlino, che negli ultimi mesi ha moltiplicato le manovre dilatorie mentre sul campo l’esercito russo mantiene l’iniziativa in una guerra di logoramento che, almeno nel breve periodo, la favorisce. Con le forze ucraine sotto pressione per la carenza di personale e con alcuni alleati occidentali sempre più esitanti, Putin può permettersi di credere che il tempo giochi a suo favore e che un successo decisivo sia ancora possibile, forse già nel 2026, e anche se questa convinzione fosse infondata difficilmente accetterebbe una pace di compromesso basata su guadagni territoriali limitati, perché la sua guerra non riguarda solo i confini ma l’esistenza stessa dell’Ucraina come Stato sovrano orientato verso l’Europa. Nella sua visione storica, l’invasione è una missione per correggere quella che considera l’ingiustizia del crollo sovietico e ricostruire una sfera imperiale russa, e un accordo che lasci l’80 per cento del Paese fuori dal controllo del Cremlino sarebbe per lui non una vittoria parziale ma una sconfitta inaccettabile.
Per questo è realistico aspettarsi che Mosca respinga anche l’ultimo schema di pace emerso a Parigi, e la vera domanda riguarda la reazione della Coalizione dei volenterosi: senza nuove sanzioni, senza un sostegno militare più incisivo capace di aumentare i costi della guerra per la Russia, le promesse di garanzie di sicurezza resteranno vuote e prive di credibilità. Se i leader occidentali vogliono davvero porre fine alla guerra e proteggere la sicurezza europea, devono riconoscere che non esiste una scorciatoia diplomatica e che parlare di rassicurazioni postbelliche senza aumentare la pressione su Putin significa illudere Kyiv e, in ultima analisi, se stessi.
(*) Docente universitario di Diritto internazionale e normative per la sicurezza
di Renato Caputo (*)