Un regno per la pace: miraggio Riad

sabato 29 novembre 2025


Quanto vale la politica transazionale di Donald Trump, nel caso dell’Arabia Saudita? In proposito, verrebbe spontaneo parafrasare l’invocazione “Un regno per un cavallo!” del Riccardo III shakespeariano, sconfitto in battaglia, sostituendolo con il motto “Un regno per la pace”. Intendendosi con ciò l’amnistia politica e la totale riabilitazione dell’erede della monarchia saudita e plenipotenziario del regno, Mohammed bin Salman, meglio noto con l’acronimo universale di “Mbs” che, in certi ambienti dell’opposizione saudita, mette un po’ i brividi. La transazione è chiara: cancellazione delle colpe (irredimibili sotto il segno di Joe Biden) del giovane e potente monarca, in cambio di un suo robusto aiuto per l’implementazione del Piano Trump per la pace a Gaza, con l’aggiunta della consistente riapertura ai sauditi, contestuale e incondizionata, dei mercati americani degli armamenti e dell’Intelligenza artificiale. Ed è proprio quest’ultima a rappresentare la chiave di volta d’importanza strategica ed essenziale per chi, come Mbs, vuole fare del suo regno una smart country entro la metà secolo, investendo a tal fine, in circa un decennio, qualche trilione di dollari della gigantesca rendita petrolifera saudita. Immaginate voi quale immenso mercato del lavoro qualificato si aprirebbe per tutto il Medio Oriente, che vanta una delle popolazioni più giovani del pianeta mediamente scolarizzata, e un tasso di disoccupazione giovanile fin troppo elevato, che spinge le generazioni in età da lavoro verso le sirene del fondamentalismo rivoluzionario, con il rischio di scatenare altre primavere arabe, altrettanto destabilizzanti quanto le precedenti per i regimi reazionari mediorientali.

Tra i “regali” che Trump si appresta a fare a Mbs ci sono gli F-35s dello stesso modello fornito a Israele che, però, ci pensa da solo a modificarli e potenziarli per la parte non hardware. Tuttavia, è la prima volta in assoluto che una presidenza americana mette sullo stesso piano di affidabilità Tel Aviv e Riad, come fedeli alleati degli Usa. Ovviamente, dalle parti di Benjamin Netanyahu non l’hanno presa molto bene, dovendo ammettere la fine di una “relazione speciale” con Washington. Dello stesso tenore della vendita dell’ultimo modello di F-35 risulta l’impegno dell’America a rimuovere l’embargo, sia nei confronti dell’Arabia Saudita che degli Emirati Arabi Uniti, sulla vendita ai due Paesi mediorientali dei chip di ultima generazione, vitali per lo sviluppo dell’Ia. Questa decisione di Trump è destinata ad avere notevoli conseguenze, offrendo un supporto strategico all’ambizione saudita di divenire il polo mediorientale in cui sia fisicamente collocato il più grande data center della regione, ponendo così le fondamenta di un’economia globale dell’Intelligenza artificiale, in cui Usa e Arabia Saudita ambiscono a condurre in tandem la partita, precedendo tutti gli altri. Qualcosa di simile era accaduto negli anni ‘30 con lo sfruttamento dei grandi giacimenti petroliferi sauditi: oggi, al posto dell’oro nero ci sono gli immensi bacini mondiali di dati collocati sui cloud, risorsa primaria della grande infrastruttura globale digitale. E per andare incontro a Riad sul processo di pace in Medio Oriente, gli Stati Uniti hanno presentato al Consiglio di sicurezza dell’Onu una bozza di risoluzione in cui si parla di una Palestina indipendente, aggirando così i veti di Netanyahu.

Questo spostamento dell’asse preferenziale da Israele alle petrolmonarchie del Golfo lo si è già visto all’opera a giugno scorso, quando Trump ha rimosso le sanzioni sulla nuova Siria ed escluso a maggio Tel Aviv dal suo giro di visite mediorientali in Arabia Saudita, Qatar ed Emirati. Netanyahu si è poi illuso di aver ripristinato la sua “special relashionship” con Washington, a seguito dell’appoggio di Trump alla sua campagna militare per la distruzione dei siti nucleari iraniani, spingendo incautamente l’acceleratore con l’attacco a Doha che ha colpito un edificio dove si riteneva alloggiassero i mediatori di Hamas, senza prima aver informato del blitz il presidente Trump. Che in merito ha risposto da par suo a settembre scorso, umiliando Netanyahu durante la sua visita di stato a Washington, obbligandolo a una telefonata pubblica di scuse (andata in onda su tutti i media mondiali) all’emiro Tamim bin Hamad al-Thani, capo di Stato del Qatar. Così anche Netanyahu, avvezzo agli strumenti usuali della politica internazionale, ha pagato il prezzo della sua ignoranza nei confronti della politica transazionale trumpiana (“Tu dai due cose a me e Io, forse, ne do una a te!”), disinvoltamente impiegata anche nello scenario mediorientale, avvezzo agli alambicchi estenuanti del potere che Trump ha reciso con un gesto netto, come Alessandro il Grande, quando tagliò con la spada il Nodo gordiano.

E il risultato lo si è visto immediatamente: Mps ha promesso a Trump di investire un triliardo di dollari nell’economia Usa, mentre (allusivamente) il Qatar ha fatto dono a Trump di un aereo dal valore di 400 milioni di dollari per utilizzarlo come il nuovo Air Force One. Ormai è chiaro a tutti il fatto che Trump abbia una vera passione per gli uomini forti, preferendoli a quelli eletti, troppo lenti a decidere, avendo le mani legate da procedure decisionali complesse e bizantine. Sul caso di specie: Mbs non deve tener conto di nessuno dei vincoli costituzionali e politici che legano le mani a Netanyahu, per tenere in piedi la sua coalizione politica e, quindi, il suo governo. Il principe ereditario, infatti, ha l’enorme vantaggio sull’omologo israeliano di avere le chiavi della cassaforte del regno, e di poter decidere di conseguenza in prima persona su come spendere le immense risorse della rendita petrolifera saudita. Onde per cui Mbs è libero di praticare la famosa politica andreottiana dei due forni: se Trump non gli assicura l’accesso alle sue tecnologie digitali avanzate, c’è sempre la Cina pronta a fornirle, con molti meno scrupoli dell’America sul rispetto dei diritti umani da parte del regno hascemita. Ora, c’è da dire che la nuova politica mediorientale trumpiana non ha il significato di un vero e proprio “reset” rispetto al passato, dato che non sono stati definiti né i tempi degli investimenti sauditi in Usa, né il numero di F-35 che saranno effettivamente forniti a Riad. Per di più, Mbs ha elegantemente aggirato il nodo della adesione dell’Arabia Saudita agli Accordi di Abramo, che rappresentano il piatto forte di Trump per il Medio Oriente, dato che il principe ha ribadito come la sospirata normalizzazione dei rapporti con Israele sia condizionata a un impegno preciso per la creazione di uno Stato palestinese da parte di Tel Aviv e degli Usa. Campa cavallo.


di Maurizio Guaitoli