venerdì 29 agosto 2025
Dopo quattro anni dal ritorno al potere in Afghanistan dei Talebani, quale strada sta prendendo il governo di Kabul? Era il 15 agosto 2021 quando i “taleb” (tradotto, studente coranico) sono rientrati al potere nel Paese, cacciando Stati Uniti e alleati. Da quel momento l’Afghanistan è ripiombato, dopo una parentesi ventennale, in una crisi umanitaria drammatica e troppo lontana dai “radar” dell’informazione. La causa di questa involuzione economico-sociale è causata in particolare dalla perdita degli aiuti internazionali avvenuta dopo il cambiamento governativo del Paese, aggravata dalla diffusa repressione di “genere”, in un sistema organizzativo ultraconservatore, spiegabile non tanto con l’ennesima articolazione della “lettura coranica”, ma con l’osservanza da parte di questi musulmani sunniti, della plumbea “scuola di pensiero” denominata Deobandi. Quindi quella che viene esercitata nel Paese è una nitida “apartheid di genere”, nota a livello globale, ma dove la comunità internazionale non agisce, mantenendo ambigui atteggiamenti che cavalcano la condanna morale e il pragmatismo.
Tuttavia, uno dei governi, sedicente Emirato, più oscuri del Pianeta, in questi ultimi tempi “respira” aria oltre i perimetri geografici della nazione, intrecciando relazioni internazionali di elevato spessore geopolitico. Intanto, il 3 luglio scorso la Russia ha riconosciuto l’Emirato islamico dell’Afghanistan, un riconoscimento che sta ridefinendo gli equilibri geopolitici in Asia centrale; una azione geostrategica che arriva al culmine di un percorso dove i rapporti tra Mosca e Kabul sono stati corroborati da accordi economici e politici. Così il 20 agosto la capitale Kabul è stata il palcoscenico di un incontro trilaterale tra Cina, Pakistan e Afghanistan. Un vertice dove i protagonisti, ovvero il diplomatico cinese per i rapporti con l’estero Wang Yi, il ministro degli Esteri pakistano Ishaq Dar e l’omologo afghano Amir Khan Muttaqi, hanno ostentato la classica foto rituale ma con atteggiamenti con afflato poco convincente.
E quale è stato l’argomento di una riunione tra una delle principali potenze mondiali, la Cina, uno stato con arma atomica, Pakistan, e un emirato dalle caratteristiche socio-economico-politiche oscurantiste e che nel quadro di un islam radicale si nutre dei profitti dell’oppio? Ricordo che questo incontro è stato preceduto da un altro avvenuto a maggio a Pechino, dove la Cina ha operato per la “normalizzazione” dei rapporti pakistano-afghani, a valle di un periodo di forte tensione tra i due Paesi. Comunque, i colloqui si sono basati sullo sviluppo del corridoio economico Cina-Pakistan (Cpec), come sezione della più ambiziosa Belt and Road Initiative, Bri, (la nuova via della Seta) cinese verso l’Afghanistan.
La Bri è una rete di porti, ferrovie e autostrade volta a collegare Asia, Africa ed Europa. Quindi la pesante presenza cinese in questo “triangolo” riflette un certo disagio di Pechino circa la sicurezza dei suoi interessi nell’area, anche lungo l’attuale Cpec. Tuttavia, anche se Pechino è considerato da Islamabad e Kabul un partner irrinunciabile, ad oggi non è scontata la sua influenza su questi due Paesi un tempo stretti alleati ma ora ostili. Brevemente, la situazione geopolitica della regione vede il Pakistan uno stretto alleato della Cina, da cui dipende per il sostegno economico e militare, ma Islamabad ha recentemente rafforzato i rapporti anche con gli Stati Uniti, principale rivale di Pechino a livello mondiale. Da parte sua la Cina ha ripreso i rapporti con l’India, irriducibile avversario del Pakistan e suo principale concorrente per l’influenza regionale. L’India ha anche continuato ad approfondire i legami con Afghanistan e Pakistan. Il Governo di Islamabad prima era il principale sostenitore dei talebani, ma adesso accusa gli estremisti islamici di dare rifugio a terroristi che perpetrano violenze sul comune confine. Intanto i Talebani accusano il governo pakistano di violazioni dei diritti umani – da quale pulpito – per aver espulso i rifugiati afghani dal Paese. È in questo scenario che la Cina per salvaguardare i sui interessi economici, si è ritagliata il ruolo di mediatore. Un ruolo coordinato in buona parte dal Cpec, un progetto di infrastrutture dal valore di oltre 62 miliardi di dollari che va dal confine tra Pakistan e Cina a nord fino al porto di Gwadar nella estesa, ma più sofferente, provincia del Belucistan.
È proprio in questa provincia pakistana che avvengono attacchi contro il personale, compresi i cinesi, che opera nei cantieri di Pechino, perché accusati di sfruttamento delle risorse locali. Fonti governative cinesi affermano che in Pakistan vivono attualmente oltre 20mila cinesi, e negli ultimi quattro anni almeno 20 sono stati uccisi. Comunque, la Cina sta operando per aumentare gli investimenti in questi due Paesi, stimolando i rispettivi governi a convincere le imprese statali e le banche cinesi a investire in ulteriori progetti, anche alla luce dei deludenti precedenti del Cpec e i rischi sostanziali esistenti in entrambi i Paesi. È sulla base di queste preoccupazioni che Pechino sta spingendo per il miglioramento dei rapporti bilaterali tra Pakistan e Afghanistan, dato che il Ttp, ovvero il Tehreek-e-Taliban Pakistan, aggregazione armata jihadista Deobandi, operante sul suolo afghano, e gruppi armati baluci che agiscono terroristicamente in Afghanistan, sfavoriscono una lineare operatività cinese. Va anche considerato che la Cina ha espresso preoccupazione per l’Etim, Movimento islamico del Turkestan orientale, accusato di utilizzare il territorio afghano per lanciare attacchi contro la Cina.
Insomma per i grandi progetti cinesi in atto Bri e Cpec, che vedono l’anello più debole a livello sicurezza ed effetti economici collaterali nel Pakistan, a causa della inaffidabilità del governo talebano, il trilaterale organizzato dalla Cina ha lo scopo di risolvere le criticità tra i due Paesi. Per poter raggiungere il risultato della sicurezza regionale sul tracciato Cpec, Pechino sta adottando una politica olistica che cerca di isolare l’economia e la diplomazia dai problemi di sicurezza, con strumenti diplomatici, politici, finaziari ed economici. Aprendo le “porte della considerazione” per amor di business, anche all’Emirato jihadista dei plumbei Talebani Deobandi.
di Fabio Marco Fabbri