Russia: il ritorno “dell’Homo sovieticus”

mercoledì 26 febbraio 2025


La guerra russo-ucraina viene narrata prevalentemente dal punto di vista bellico: alleanza militare con la Corea del Nord, droni iraniani, truppe cecene, mercenari Wagner o Africa Corps, armamenti europei a Kiev, ed altri abissi colmi di fatti ufficialmente non dichiarati ma determinati per il quasi stallo del conflitto. Ora con lo sconvolgimento causato dalle prospettive cavalcate da Donald Trump, lo scenario vede la pedina della dis-Unione europea in una posizione di difesa disorientata; l’Ucraina in procinto di dover formalizzare il suo smembramento, e la Russia non più aggressore ma costretta a difendersi. Ma come stanno vivendo i russi l’inizio del terzo anno di guerra? In realtà, il popolo russo vive questo conflitto condizionato dalla propaganda che il Cremlino, con esperienza e abilità, applica su ogni tipologia di comunicazione di massa. Ma il popolo russo, soprattutto quello in vari modi coinvolto emotivamente nel conflitto, sta vivendo in modo contrastante, sia il sostegno implicito al Cremlino che l’opposizione nascosta “all’operazione militare speciale” sul territorio ucraino.

È noto che un ostracismo strutturato viene esercitato su chiunque sia dissonante con la dottrina neoimperialista applicata da Vladimir Putin, ma vari canali, anche del mondo culturale, danno la possibilità di percepire la realtà dei sentimenti di un popolo complessivamente smarrito e scosso. Ma quello che incide sulla vita quotidiana della maggior parte dei russi è soprattutto il dover convivere con due vite parallele e contraddittorie, che ormai da troppo tempo pesano sulla modalità di percepire questa guerra. Una sorta di schizofrenia che obbliga il popolo a dover sostenere una contrapposizione interna divisa tra una crescente insoddisfazione per un conflitto troppo lungo, e con motivazioni poco comprese, e una sempre più difficile possibilità a poter esprimere il dissenso. Due dissonanze quelle di dover vivere queste doppie vite, che non agevolano l’esistenza del popolo russo, che anche se abituato a tali realtà, fatica ad assorbire restrizioni e lutti che gravano sempre di più nella vita quotidiana, dove negli ultimi mesi la repressione di ogni voce critica ha spesso preso di mira giornalisti, avvocati, mondo della cultura e tutte le categorie in condizione di ragionare.

Così lo scontro è tra la logica di una “idea di vita” e la logica dello Stato che impone un sistema di vita. Il risultato è spesso una sorta di “immigrazione interna”, una spartizione delle due realtà che comunque spezza la logica dalla volontà e chiude l’individuo in un isolamento autoprotettivo. Così questa guerra sta facendo rivivere alla società russa un disagio scomparso gradualmente nei trent’anni successivi alla dissoluzione dell’Unione Sovietica. Un disagio sociale, quasi una malattia sociale, che sta intossicato le generazioni nate fine anni Cinquanta fino agli anni Settanta, ma anche i loro figli nati negli anni Ottanta e Novanta. Genitori e figli che hanno vissuto, rispettivamente, le loro giovinezze moderatamente tranquille, soprattutto i primi, vissuti sotto il globale potere di Leonid Brežnev (1960-1982 segretario generale del Pcus e presidente del Soviet Supremo Urss 1960-64; 1977-1982), un periodo definito di stagnazione; e i figli che hanno fluttuato nel mare magnum della fine del sovietismo.

Ma oggi questa, forse, malattia sociale sta ri-trasformando l’individuo nel vecchio profilo di homo sovieticus, un’identità che ogni russo doveva acquisire per sopravvivere durante l’era dell’Unione Sovietica. Oggi l’homo sovieticus si riscontra con maggiore evidenza nella popolazione più adulta della Russia, quelli oltre i sessanta, sessantacinque anni, meno tra le persone di età compresa tra i trentacinque e cinquantacinque anni. Ricordo che una caratteristica specifica e rilevante dell’homo sovieticus è il rifiuto dell’Occidente imposto dai sovietici, dapprima come parte dell’ideologia della rivoluzione antimperialista e poi diffuso durante la Guerra fredda. Comunque, dopo tre anni dall’inizio della guerra in Ucraina, la società russa è lacerata dal conflitto.

Dati ufficiali raccontano oltre mezzo milione di morti russi, oltre un milione di russi fuggiti dal Paese per evitare l’arruolamento, perdite umane e materiali probabilmente molto maggiori, forse il doppio di quelle ufficiali; ma il vero disegno è che Putin, che ha dichiarato la dissoluzione dell’Unione Sovietica la più grande catastrofe del XX secolo, ha l’obiettivo di ricostruire una grande entità sovietica, di cui l’Ucraina dovrebbe essere parte integrante. In questo senso, Vladimir Putin sarebbe appunto “la quintessenza dell’homo sovieticus” e ne abbraccia chiaramente lo spirito. Rammento che il presidente russo già rappresentava questo “potere ideologico” quando era un agente del Kgb nella DDR, nella Germania dell’Est, a Dresda, sia nel 1985 ma anche oltre il fatidico 9 novembre 1989. Tuttavia Putin critica anche alcuni aspetti del sovietismo, tra cui la possibilità, sostenuta da Lenin, di concedere l’autonomia a diversi popoli all’interno della stessa Unione. Una critica che spiegherebbe la sua concezione di questa guerra. Quindi l’insopportabilità di una Ucraina legata ad altre organizzazioni internazionali, vedi Nato.

Comunque in un quadro che vede la morte come fattore comune in vari ambiti, come quello della libertà, della speranza, e soprattutto della vita, l’unico fattore di resurrezione è proprio la rinascita dell’Homo sovieticus, in teoria una branca dell’Homo sapiens, che però ad oggi pare sia in via di estinzione, contrariamente al sovieticus che è in fase di accrescimento. Ma l’avvento di nuove generazioni in Russia potrebbe dare speranza di democratizzazione e smilitarizzazione? Probabilmente sì, ma non va sottovalutata la capacità riproduttiva delle élite sovietiche. Infatti i figli di Putin, di Ekaterina Mizulina, deputata, di Nikolaj Patrushev, assistente del presidente, e molti altri leader, stanno già rivestendo incarichi di governo e nella rete di organizzazioni orbitanti intorno al potere, e si prevede che il loro numero aumenterà; rafforzando l’Homo sovieticus al comando.


di Fabio Marco Fabbri