La Russia ha già vinto? La verità che sfugge

giovedì 7 dicembre 2023


La domanda (ipocrita) che tutti si pongono è quella retorica di chiedersi se, sull’Ucraina, la Russia putiniana non abbia fin da ora vinto il suo braccio di ferro con il nostro Occidente di latta. Qualche dato oggettivo servirà meglio di ogni altra opinione a illustrare un quadro chiaro della situazione, visto che le novità sul campo di battaglia sono note a tutti. Punto primo: l’effetto quasi nullo delle sanzioni occidentali sul Pil russo. Le ragioni di questo clamoroso insuccesso sono evidenti. Una tra tutte: il multipolarismo. Oggi il mondo è frammentato in più attrattori geografici globali, con l’emergere prepotente di un Global Sud che non è né un super Stato, né una vera e propria alleanza, ma semplicemente un “mood”. Un modo, cioè, quasi universale di sentire della stragrande maggioranza della popolazione mondiale, che vede nella cultura ex dominante dell’Occidente e nei suoi finti “valori universali” (finti perché nessun Governo nelle democrazie avanzate sarebbe mai disposto a difenderle con la forza al di fuori dei propri confini!) il nuovo, potente vettore neocolonialista da sconfiggere e abbattere. In questo, occorre dire, il nostro mainstream si dà un gran daffare (università e milieu intellettuali compresi) per auto-colpevolizzare proprio quell’Occidente, che invece si dovrebbe difendere a ogni costo. La seconda parte dell’analisi che riguarda la nostra sconfitta sull’auspicato depotenziamento del Pil russo, a seguito delle sanzioni, è data dal non venir meno della prima entrata in assoluto della bilancia commerciale russa: ovvero, il livello di vendite delle sue enormi risorse energetiche al resto del mondo.

Ma questo, qualunque persona di buon senso avrebbe dovuto aspettarselo. Cindia (Cina e India), con i suoi 2,8 miliardi cumulativi di abitanti, ad esempio, non ha aderito alle sanzioni antirusse decise dal duo Washington-Bruxelles, essendo ben felice di assorbire praticamente l’intera quota mondiale delle esportazioni petrolifere russe nel 2023. Alle quali, grazie alle inevitabili triangolazioni e al contrabbando, ci siamo abbeverati anche noi sanzionatori! Il punto successivo, secondo pilastro del nostro fallimento, è stata la volatilità delle pubbliche opinioni occidentali. Per mille noti motivi, Vladimir Putin e Xi Jinping si possono completamente disinteressare delle proprie, ma noi abbiamo governi che periodicamente debbono mantenere un occhio fisso (e talvolta ossessivo) al loro consenso elettorale del momento. Per cui, fin dall’inizio, sapevamo benissimo che se la guerra in Ucraina non si fosse rapidamente risolta con il ritiro delle truppe russe, noi non avremmo avuto né illimitate risorse da sottrarre al welfare, per fornire armamenti a Kiev e rilanciare le nostre asfittiche industrie belliche, né tantomeno uomini da gettare nella battaglia, correndo in aiuto dell’aggredito. Putin lo ha sempre saputo. A lui bastava resistere. Forte del rapporto uno a tre tra la sua popolazione e quella ucraina, il presidente russo ha mobilitato soldati e reclute in numero almeno quattro volte superiore, rispetto a quanto ha finora potuto fare Kiev. Sono in molti, in proposito, a chiedersi come mai non si sia fatta sentire sulla popolarità di Putin la montagna di caduti russi sui campi di battaglia ucraini.

Anche, qui: il funzionamento della società russa è ben diverso dal nostro, essendo molto più nazionalista di quanto avessimo creduto e, soprattutto, manipolabile dalle mille astuzie messe in atto dal regime per evitare le proteste popolari, con il rientro in patria di decine di migliaia di salme. In merito, oltre alla propaganda, si segnalano una forte politica di sussidi statali per sostenere i consumi interni e, soprattutto, il fatto che il reclutamento ha finora inciso molto di più su quelle fasce sociali con molti figli e a basso reddito, per cui una pensione governativa per uno o più parenti caduti per la difesa della Patria può fare la differenza. Cinicamente, poi, Putin ha svuotato le carceri dai detenuti più pericolosi, mandandoli allo sbaraglio in Ucraina! L’ultimo punto, il più decisivo per decidere che Volodymyr Zelensky perderà e che la Russia si terrà Donbass e Crimea, che già occupa in pianta stabile, è dovuto alla nostra incapacità di sostenere militarmente Kiev fino in fondo. In parte, la nostra deficienza ha ragioni strutturali, non essendo in grado, con effetto immediato (come invece ha fatto e sta facendo Mosca), di passare a un’economia di guerra, come richiederebbe la necessità di fornire all’Ucraina milioni di proiettili di artiglieria, carri armati e aerei da combattimento. Del resto, tra l’altro, anche volendo, non si passa a sistemi d’arma molto complessi come quelli Nato con addestramenti super ridotti nel tempo per i plotoni e i piloti ucraini.

In tutto questo, l’enorme complicazione del riaccendersi di una guerra senza quartiere tra l’Hamas palestinese e Israele distoglie moltissime energie diplomatiche, militari ed economiche dal conflitto alle porte dell’Europa, anche perché gli Stati Uniti sono sempre più orientati a contenere la Cina e non sono disposti a tornare protagonisti in Europa, né a rischiare i propri soldati per la libertà altrui. E finché ci saranno Paesi come Corea del Nord (pronta a fornire milioni di proiettili a Putin) e la Cina che sostiene con i suoi semiconduttori la fabbricazione di missili russi, così come l’Iran sta facendo con la vendita di molte migliaia di droni e la concessione a Putin delle relative licenze, per l’Occidente sfiancato non può che finire male, dato che produciamo solo “ideologie della resa al più forte”.


di Maurizio Guaitoli