Isis: il pericolo viene da Mosul

venerdì 9 settembre 2016


Houston, abbiamo un problema. Esiste un piano segreto d’attacco dell’Is contro la diga di Mosul in Iraq: parola di Wikilao, il sito web che si occupa di sicurezza e di intelligence. La notizia riguarda l’Italia da vicino. Da qualche mese nell’area della diga sul fiume Tigri sono all’opera gli esperti e i tecnici della ditta Trevi di Cesena, che ha vinto l’appalto per i lavori di messa in sicurezza dell’impianto. Ad assicurare protezione al personale civile impegnato verrà gradualmente dispiegato un contingente di 450 militari italiani.

Il lavoro che si accingono a fare i tecnici e le maestranze della ditta Trevi servirà a salvare migliaia di vite umane dagli effetti devastanti di un cedimento strutturale della diga che, fin dalla sua costruzione avvenuta a metà degli anni Ottanta, è pericolosamente instabile. Durante il regime di Saddam Hussein l’impianto è stato regolarmente manutenuto perché, oltre a rappresentare la principale fonte di approvvigionamento idrico ed energetico per le popolazioni dell’area a maggioranza curda, è assurto, per la sua imponenza, a simbolo identitario dell’intero Iraq. La diga di Mosul, infatti, è la terza per grandezza in tutto il Medio Oriente. Ha una capacità di carico di oltre 11 milioni di metri cubi di acqua. Con l’instabilità politica seguita alla caduta di Saddam, la manutenzione ordinaria è stata colpevolmente trascurata. Nell’agosto del 2014 l’impianto era caduto nelle mani delle forze del Califfato di al-Baghdadi. Ma l’occupazione è durata poche settimane. I curdi sono riusciti a ricacciare indietro il nemico. Il tempo trascorso, però, non ha giovato alla diga.

La ditta italiana ha dunque l’impegnativo compito di ripristinare un adeguato livello di sicurezza entro la fine dell’inverno. Con l’arrivo della primavera il volume della massa d’acqua trattenuta dalla diga crescerà per effetto dello scioglimento dei ghiacci sulla catena montuosa del Tauro armeno, da cui nasce il fiume Tigri. L’innalzamento del livello dell’acqua provocherebbe sulle malconce strutture di contenimento una pressione tale da renderne possibile il cedimento. Gli italiani dovranno operare in condizioni di estremo pericolo perché il fronte di guerra dista poco più di dieci chilometri.

È dunque credibile che per al-Baghdadi colpire la diga rappresenti il sogno proibito. Un attacco in grande stile coronato da successo, da un lato, impressionerebbe le popolazioni sunnite dell’area che stentano a schierarsi dalla sua parte e, dall’altro, graverebbe negativamente sul morale dalla coalizione che lo combatte. Secondo le informazioni fornite da Wikilao, il Califfo ha incaricato delle operazioni sul campo una truppa d’élite del suo esercito. Circa duecento uomini di diverse nazionalità che rappresentano la crème de la crème delle canaglie arruolate sotto le bandiere dello Stato Islamico. Costoro dispongono di una notevole potenza di fuoco. Si tratta di pezzi di artiglieria da 122 e 130mm in grado di colpire target fino a venti chilometri di distanza e di missili a corto raggio.

Tocca, dunque, ai nostri uomini in armi impedire ai combattenti dello Stato Islamico di portare a compimento il loro progetto di morte. I nostri militari saranno aiutati dalla sorveglianza aerea assicurata da quattro elicotteri multiruolo NH-90 e quattro AW-129D “Mangusta” da attacco. Basterà? Ce lo auguriamo. Nel frattempo, se il signor Matteo Renzi la piantasse di raccontare frottole sullo stato dell’economia del Paese e si spendesse per rafforzare la sicurezza dei nostri a Mosul farebbe appena la metà del suo dovere di capo del Governo. Con il dovuto rispetto per le camarille della politica, oggi gli occhi e il cuore di tutto il Paese sono puntati su Mosul. Su quel pezzo d’Italia migliore che sta in prima linea, a rischiare la vita. Se non là, dove?


di Cristofaro Sola