venerdì 8 agosto 2014
Sono stati necessari 29 anni per portare di fronte alla giustizia gli ultimi membri dei Khmer Rossi, e altri 6 di processo per emettere una sentenza in primo grado di ergastolo, arrivata oggi 7.8.2014, per Nuon Chea e Khieu Samphan, rispettivamente vice ministro e capo di stato della Kampuchea Democratica, il regime che dal 1975 ai primi giorni del 1979 si rese responsabile di uno dei peggiori genocidi di cui il mondo ha memoria storica.
In meno di quattro anni, il regime instaurato da Pol Pot e seguaci, di cui Khieu Samphan era il numero due, perpetrò nei confronti del popolo cambogiano un vero e proprio olocausto con metodi di una violenza e crudeltà ai limiti dell’incredibile. Ispirato, e sostenuto, dalla Cina, il comunismo cambogiano accarezzava il sogno di una società radicalmente rivoluzionaria, da realizzare senza piccoli passi o patteggiamenti, e per la cui riuscita qualsiasi mezzo sarebbe stato giustificabile.
Ogni giorno del regime, un numero compreso fra le mille e le millecinquecento persone subiva sistematicamente torture, percosse, intimidazioni e veniva infine assassinata a colpi di bastone, soffocata con buste di plastica, data in pasto ai coccodrilli, o sepolta viva sotto le palme da cocco. Ogni proprietà fu proibita, le scuole vennero chiuse, così come gli ospedali, le ambasciate (ad eccezione di quella cinese), venne abolito il denaro, e l’unico bene personale permesso dal partito comunista consisteva in un cucchiaio col quale ogni cambogiano aveva diritto a due mestoli di minestra di riso al giorno. Il lavoro agricolo era la sola occupazione e preoccupazione nel nuovo regime, con ritmi massacranti di oltre dodici ore giornaliere, in condizioni di estrema sofferenza ed inadeguatezza. La fame e le malattie colpirono l’intera popolazione. L’Angkar, ovvero l’organizzazione del partito, costruì un sistema basato sulla delazione e sullo spionaggio interno, spesso utilizzando le fasce più giovani della popolazione ancora “non corrotte dal mondo colonialista”, per cui anche un solo sospetto, o testimonianza di un bambino, era sufficiente per essere liquidati.
Il sogno folle costò al popolo cambogiano un numero di vite che a seconda delle stime, varia da un milione e settecentomila, ai due milioni e mezzo, oltre ai danni economici e soprattutto al trauma del terrore e delle violenze che saranno presumibilmente metabolizzati in tempi lunghi.
Quanto sembra ancora più assurdo e inspiegabile è comunque la reazione, o meglio l’inazione, della comunità internazionale di fronte a questo spaventoso esperimento politico e sociale. Già durante gli anni del regime i diversi profughi che riuscivano a scappare e a raggiungere la Thailandia davano un quadro piuttosto eloquente e uniforme dei Khmer Rossi, portando l’orrore polpottiano alla luce. Inspiegabilmente, spesso purtroppo non vennero creduti, tacciati di non essere sufficientemente credibili, come intellettuali del calibro di Chomsky non esitarono a sostenere, o addirittura accusati di essere stati pagati per quelle dichiarazioni dagli americani.
Anche dopo la caduta del regime ad opera delle truppe vietnamite, la comunità internazionale rifiutò di agire contro Pol Pot e compagni, e non impedì che la Cina li riarmasse e proteggesse quando si ritirarono nella giungla a nord del Paese. Come ultimo vergognoso smacco, il popolo cambogiano dovette assistere a una delegazione dei Khmer Rossi, prendere parte ai negoziati di pace nei primi anni novanta con il beneplacito dell’ONU.
Come si spiega tutto questo? Quali giustificazioni si possono trovare per la comunità internazionale? La Cambogia è un piccolo paese, pacifico ed innocuo, che non esporta terrorismo o petrolio, e di cui il mondo può ben disinteressarsi. Il popolo cambogiano non ha toccato il cuore e il giudizio di intellettuali, governi, e popoli benestanti, e i suoi diritti, la sua sofferenza, e la sua dignità possono serenamente scivolarci addosso senza turbare le coscienze. Se si vivesse in un mondo equo, l’inattività internazionale resterebbe per sempre una macchia indelebile nella credibilità delle istituzioni atte alla pace e alla giustizia mondiale. La vergogna per quanto non si è fatto, e per quanto il popolo cambogiano abbia dovuto soffrire nel silenzio e indifferenza dei più, dovrebbe far tacere ad infinitum gli organi che si sono resi direttamente o indirettamente responsabili di questa ignobile mancanza di considerazione nei loro confronti. Se ci fosse obiettività non si sarebbe permesso che due criminali del calibro di Khieu Samphan e Nuon Chea, venissero portati di fronte a un tribunale alla soglia degli ottanta anni, dopo una privilegiata vita d’impunità.
di Nicola Seu