giovedì 10 ottobre 2013
Con il dollaro che è ancora la valuta di riferimento negli scambi di tutto il mondo, non è un’esagerazione affermare che il presidente della Federal Reserve (Fed, la banca centrale degli Usa) sia una delle persone più importanti della terra. La decisione di Barack Obama di nominare Janet Yellen è dunque, automaticamente, un evento di grande importanza.
Non solo perché stiamo parlando della prima donna presidente della Fed, ma anche perché le decisioni della Yellen, dall’anno prossimo in poi (quando l’attuale presidente Ben Bernanke le cederà il posto di comando), condizioneranno la nostra vita di tutti i giorni. Con buona pace di chi ritiene la Fed un’istituzione “privata”, la scelta della Yellen, così come quella dei suoi predecessori, è stata puramente politica e condizionata dagli attuali rapporti di forza al Congresso. Democratica, ex consigliere di Bill Clinton, la nuova presidente è stata appoggiata dal clan dell’ex inquilino della Casa Bianca, così come dall’ala più progressista dei Democratici, che, ragionando in termini puramente sessisti, voleva una donna alla guida della Fed, indipendentemente dalle sue idee e capacità.
Grazie a questi sostegni politici, è riuscita a scavalcare il candidato favorito di Obama, Larry Summers, ex consigliere economico dell’attuale presidente. Benché politica, questa scelta è considerata “felice” anche dai commentatori economici del Wall Street Journal. Meno nota di Summers, la Yellen vanta un’ottima carriera nel suo curriculum: economista, dirigente della Fed dagli anni ’90 (nell’era di Alan Greenspan), presidente della Federal Reserve Bank di San Francisco dal 2004 e poi vicepresidente della Fed dal 2010, cooptata da Ben Bernanke.
Si tratta dunque di una scelta all’insegna della continuità, considerando che la Yellen è il vero architetto di molte delle politiche di Bernanke. E dunque anche bipartisan, considerando che l’attuale presidente fu scelto, a suo tempo, da George W. Bush. Avendo maturato una grande esperienza ai vertici della banca centrale statunitense, è già possibile tracciare un bilancio del suo operato. È stata elogiata per aver suggerito a Greenspan le mosse fondamentali che furono alle spalle del boom degli anni ’90: tassi alti e lotta all’inflazione nel biennio 1994-’95 e poi una politica monetaria più espansiva dal 1996, in modo da favorire crescita e piena occupazione.
Viene considerata lungimirante per le sue critiche alle politiche dei mutui facili, che si rivelarono la causa prima dello scoppio della bolla immobiliare. Le sue previsioni del 2007, quando intravvedeva una crisi sistemica prolungata, si rivelarono, purtroppo, corrette. Sul piano della politica monetaria, ha dimostrato di voler contrastare l’inflazione. Propone che la Fed rispetti tassativamente un tetto del 2%, oltre al quale non può andare. La Yellen, dunque, non è un’ideologa nelle stanze del potere, ma una seria economista e tecnica. Da questo punto di vista possiamo dormire sonni tranquilli. Tuttavia, il suo orizzonte economico non va oltre alle teorie keynesiane di inflazione e occupazione.
Ed è questo che potrebbe rivelarsi il suo vero tallone d’Achille (oltre che una disgrazia per tutto il mercato finanziario). La prossima presidente, infatti, è convinta che la Fed, non solo possa, ma debba puntare a sostenere la crescita dell’economia, attraverso una politica di espansione monetaria, che incoraggi la circolazione di denaro e investimenti. È convinta che questa politica non crei effetti inflazionistici “eccessivi”, perché in “queste condizioni pietose” (parole sue) di bassa occupazione e basso livello dei consumi il rischio è contenuto. Più denaro in circolazione fa bene all’economia? Le politiche monetarie degli anni ’90 e primi anni 2000, in parte suggerite da lei stessa, si sono dimostrate una delle cause fondamentali della crisi.
Più soldi facili vogliono anche dire: più investimenti fragili, più truffe, più bolle pronte a scoppiare. Per responsabilizzare gli operatori economici, per indurli a usare quella massa monetaria in modo corretto, la Yellen si è sempre distinta per proporre l’introduzione di norme più rigide (e invadenti) nel mondo della finanza. Ma, finora, queste regole si sono rivelate una pia illusione. Prima di tutto per i classici dilemmi del controllo: chi controlla il controllore? Chi scrive le regole? Dilemmi tutt’altro che teorici: la Fed, così come il governo federale, in piena crisi del 2008, salvarono alcune banche ma non altre, creando ancor più incertezza nel mercato. Bernanke, anche su suggerimento della stessa Yellen, ha continuato a stampare moneta. La sua erede designata continuerà sulla stessa linea. Col rischio di veder scoppiare un’altra bolla, come avvenne cinque anni fa.
di Stefano Magni