Minerbi: «Il Vaticano e la marea islamica» /2

giovedì 6 giugno 2013


Pubblichiamo la seconda parte (su tre) di un'intervista a Sergio Minerbi, ex ambasciatore di Israele a Bruxelles e professore all’Università Ebraica di Gerusalemme.

Il Vaticano fu tra i primi Stati del mondo a riconoscere l’Olp palestinese, ma uno degli ultimi a riconoscere Israele. Come si arrivò al riconoscimento dello Stato ebraico?

Le cito solo un episodio molto significativo (nel 2000, 6 anni dopo il riconoscimento ufficiale, ndr): Giovanni Paolo II dovendo venire in Israele a marzo del 2000, in febbraio incontrò Arafat e firmò con lui un accordo. Grosso modo simile a quello stipulato con Israele qualche anno prima. E’ singolare che il Papa sentisse il bisogno di chiedere il permesso ad Arafat prima di andare a Gerusalemme. Una relazione pericolosissima: dà agli arabi quasi un diritto di veto che non dovrebbero avere. La Chiesa dovrebbe poter essere libera di fare quello che vuole in Terra Santa, senza il nulla osta di Arafat. Non credo si sia trattato di un errore: è un’intera linea politica sbagliata. In “Civiltà Cattolica”, in cui ogni articolo deve essere approvato dalla segreteria di Stato, troviamo addirittura parole di lode per gli Hezbollah. Ora: capisco avere una linea pro-araba. Ma se fra gli arabi vengono selezionati addirittura gli Hezbollah come esempio di amicizia, si fa una scelta controproducente.

Quali sono, secondo Lei, le origini del sostegno, o comunque, della volontà di dialogo a oltranza con l’Islam?

Le ragioni non le conosco, ma posso solo constatare che è così. L’uccisione del vescovo Luigi Padovese a Iskenderun, in Turchia, da parte del suo autista musulmano, è passata quasi del tutto sotto silenzio nella Chiesa. Lo stesso dicasi per i cristiani uccisi in Iraq dai fondamentalisti islamici. Per non parlare dei cristiani, non cattolici ma copti, in Egitto perseguitati e uccisi tutti i giorni. In una sola occasione un Papa ha rotto la linea del silenzio sull’Islam: Benedetto XVI, con le sue dichiarazioni di Ratisbona. Dopodiché, vista la reazione islamica, dalla segreteria di Stato, probabilmente gli deve essere giunto un messaggio di questo genere: “caro Papa, tu non parli più di Islam”. Non solo: “tu adesso vai in Turchia e nella tua visita sarà inclusa una chiesa oggi trasformata in moschea”. E lui così ha fatto. Che l’Islam sia pericoloso lo sanno tutti. Che uccida i cristiani anche. Che una supremazia islamica possa ledere gli interessi della Chiesa… questo, nella segreteria del Vaticano, non lo hanno ancora capito. E dunque va avanti un gioco molto pericoloso basato sull’inerzia della Chiesa, che crede di non poter fare nulla, a fronte di una strapotenza islamica che si manifesta tutti i giorni, anche in Europa. L’Islam fa paura, per la sua demografia galoppante e per i metodi violenti. Fa paura in Medio Oriente, oggi pure in Europa e domani anche negli Stati Uniti. Allora ci si può riunire attorno a un tavolo e chiedersi: che fare? Io direi: resistete! Denunciateli! Ma c’è una mancanza di fede, c’è uno scetticismo cattolico, negli alti gradi, ne riguardi delle possibilità della Chiesa. L’unico che dice le cose come stanno è Samir Khalil Samir. Secondo me ha capito l’Islam, non solo perché parla l’arabo, ma sa anche dove l’Islam vuole andare a parare. Un giorno in cui un Papa gli darà ascolto, succederanno grandi cose. Sempre che la Chiesa glielo permetta.

In Italia è morto Giulio Andreotti, ricordato come l’uomo dei compromessi (non solo con l’Islam). Secondo Lei quanto influì sulla politica del Vaticano?

Io mi rendo conto che il Vaticano non possa adottare una linea di politica estera all’israeliana, se non altro perché manca di esercito. Ma anche con le sue limitate possibilità, il Vaticano ha una tale potenza dichiarativa che una sola presa di posizione sarebbe recepita in tutto il mondo. Il Vaticano, evidentemente, ha perso fiducia di poter fare qualsiasi cosa in contrasto con la marea musulmana. E quindi non so dire se l’atteggiamento di Andreotti sia stato influenzato dal Vaticano o viceversa. E’ ininfluente, da un punto di vista storico. Adesso che Andreotti non c’è più, non cambierà niente.

(2/ continua)


di Stefano Magni