sabato 2 febbraio 2013
Con l’aumento degli aiuti militari iraniani alla Siria, subito dopo il raid aereo israeliano al confine siro-libanese, si teme un nuovo conflitto di grandi dimensioni. Se finora le preoccupazioni erano rivolte a problemi separati, la guerra civile siriana, il conflitto fra Israele e Hamas, la tensione nel Libano meridionale e il lungo braccio di ferro sul programma nucleare iraniano, ora pare che tutte queste vicende siano destinate a convergere.
Lo storico militare Victor Davis Hanson commenta questo momento difficile nel suo ultimo editoriale pubblicato dalla National Review e giunge alla conclusione che vi sia un unico filo conduttore per tutte le crisi odierne: l’immagine di debolezza proiettata dagli Usa. Quando il gatto manca, i topi ballano recita un vecchio adagio. Nel mondo pare proprio che stia accadendo la stessa cosa, ma in grande e con conseguenze drammatiche. «Nel corso della storia, abbiamo visto che la guerra può essere evitata o rimandata, o i suoi effetti mitigati, solitamente grazie all’equilibrio di potenza, alle alleanze e alla deterrenza, più che attraverso le organizzazioni sovranazionali. Ma mai la guerra viene del tutto eliminata». La causa dei conflitti, per lo storico militare, si trova più nella percezione dell’altro che non in cause materiali oggettive. «Spesso, il pretesto per iniziare una guerra non è nella mancanza di terra, di cibo o di carburante – scrive Davis Hanson – ma in sentimenti quali il terrore e l’onore e in quel che si percepisce come il proprio interesse».
Constatando l’addensarsi delle nubi nel Medio Oriente e in tutto il mondo islamico, Davis Hanson giunge alla conclusione che: «I dittatori del Medio Oriente e gli islamici si aspettano che gli Usa impartiscano lezioni di pace e facciano ben poca guerra». Questa percezione di debolezza è rafforzata dalle ultime mosse dell’amministrazione Obama: «Gli americani sono comprensibilmente stanchi delle guerre in Iraq e in Afghanistan. Ma non abbiamo lasciato neppure una forza di sorveglianza in Iraq e ci stiamo precipitando via dall’Afghanistan. E non abbiamo alcuna garanzia che i governi post-bellici di quei Paesi possano sopravvivere».
In Asia potrebbe aprirsi uno scenario ancora peggiore, considerando la potenza degli attori coinvolti. Giappone, Sud e Nord Corea, Cina, ma anche Vietnam, Filippine, Indonesia, sono tutte coinvolte in una frenetica corsa agli armamenti, alimentata da scontri (finora solo verbali) per il controllo di isolotti apparentemente insignificanti. E anche in questo settore del mondo, l’assenza degli Stati Uniti inizia a pesare in modo significativo.
Delegare il mantenimento della sicurezza agli alleati regionali, o all’Onu, si sta rivelando una pia illusione: «L’America può forse pensare che i nostri alleati più deboli, o qualche approccio diplomatico gentile, o qualche richiesta di scuse, qualche eufemismo o espressione di buone intenzioni possa evitare lo scoppio di tensioni che sembrano portare il mondo sull’orlo di un conflitto?»
di Giorgio Bastiani