sabato 2 febbraio 2013
Il debito? Quale debito? Un nuovo negazionismo si sta affermando negli Stati Uniti. È la tesi di chi, a partire dal premio Nobel Paul Krugman, non vede alcun problema nell’aumento del debito pubblico. Questo dibattito teorico, ai confini del surreale, sta condizionando le decisioni del Congresso. Ieri, infatti, al Campidoglio, è stato deciso il rinvio al prossimo 18 maggio della scadenza del tetto del debito pubblico. In questo modo si darà tempo a Repubblicani e Democratici di trovare un accordo sulla riduzione del deficit ed evitare il rischio di un default dei pagamenti dello Stato, dagli stipendi pubblici alle pensioni. Il tetto del debito pubblico è attualmente fissato a 16.400 miliardi di dollari. Attualmente, il passivo ha superato i 16mila miliardi di dollari (circa 6mila in più rispetto al 2008, quando si insediò la prima amministrazione Obama). Eppure, invece di tagliare le spese, la discussione verte sul rinnovamento di una soglia politica, fissata dal Congresso, oltre la quale il debito non può più crescere. E, passata la quale, si va in default. Si tratta di una soglia arbitraria, che può essere spostata in avanti, o tenuta ferma. Apparentemente non sembra neppure che si stia parlando di qualcosa di reale. Nei giorni scorsi, ad esempio, era circolata sui media (a partire dal New York Times) la notizia di un progetto inconsueto del dipartimento del Tesoro: coniare una monetona di platino da 1000 miliardi di dollari e depositarla nella cassaforte della Banca di Stato. Questa mossa, da sola, secondo i suoi proponenti, avrebbe permesso di ridurre il debito per 1000 miliardi di dollari ed evitare la crisi. Il Tesoro ha smentito la notizia e ha elencato, invece, le misure che adotterebbe in caso di rischio di default. Stiamo parlando, come si può ben immaginare, di provvedimenti molto drastici, come il rinvio degli assegni della previdenza sociale, la riduzione dei salari pubblici, la sospensione di molti dei contratti con il Pentagono.
I deputati e i senatori statunitensi dovranno trovare un accordo entro e non oltre il 15 aprile, altrimenti saranno i loro stipendi ad essere sospesi (non siamo in Italia). Il problema è: su che basi trovare l’accordo? Per evitare il default, i Repubblicani (in maggioranza alla Camera) propongono di tagliare la spesa pubblica. Accettano di alzare il tetto del debito solo ed esclusivamente se ad ogni dollaro in più corrisponde 1 dollaro in meno nella spesa complessiva del settore pubblico. I Democratici, d’accordo con il presidente Obama, intendono, al contrario, evitare il default alzando il tetto del debito. Permettendo allo Stato di indebitarsi ancora di più. Ben oltre quei 16.400 miliardi di dollari fissati dalla legge attuale.
In questo dibattito politico, i media (sia europei che americani) fanno il tifo per i Democratici. Ovviamente, la preoccupazione per il default è universale: se gli Usa entrano in crisi, il mondo intero ne risentirà. I Repubblicani sono in una posizione difficile: essendo una minoranza dotata di potere di ricatto (in forza dei suoi numeri al Congresso) può risultare antipatica agli occhi della maggioranza. Obama, poi, continua ad essere il presidente più popolare del mondo, per lo meno agli occhi dei giornalisti. E dunque chi si oppone ai suoi progetti, come minimo, viene accusato di mancare di buon senso. Ma c’è un’altra ragione per cui la proposta repubblicana di tagliare la spesa non viene neppure presa sul serio. Mentre nessuno trova qualcosa da ridire sul progetto democratico di arrivare impunemente fino a oltre i 17mila miliardi di dollari di debito. E questa ragione è politica. In Italia siamo stati abituati ad altissimi livelli di indebitamento pubblico proprio negli anni in cui crescevamo di più. Negli ’80, infatti, il passivo cresceva, mentre i nostri portafogli si riempivano come non mai. Pochi collegano la ricchezza, gonfiata dalla spesa pubblica, di quel decennio, con la crisi scoppiata nei primissimi anni ’90. E, dalla metà degli anni ’90 in avanti, in Italia il debito pubblico non ha fatto altro che crescere, fino ad arrivare all’attuale record di 2mila miliardi. Negli Stati Uniti hanno vissuto un’esperienza simile, anche se non analoga. Sia Reagan che Bush si sono fortemente indebitati, aumentando la spesa pubblica (soprattutto per la difesa) e tenendo basse le tasse. Le due amministrazioni Clinton hanno sempre mantenuto una certa costanza nella tassazione (soprattutto a causa dell’opposizione repubblicana) e aumentato la spesa sociale. L’amministrazione Obama ha battuto tutti i record: mai si era visto uno Stato così indebitato.
Alla fine, però, queste politiche sono frutto di idee errate sull’economia. Idee, secondo cui, “il debito non è un problema”, come ha dichiarato proprio l’altro ieri il miliardario liberal Warren Buffett. Egli ritiene che, se rapportato al Pil, il debito attuale sia più basso rispetto a quello del secondo dopoguerra, un periodo di grande crescita. Paul Krugman, in questi stessi giorni, sostiene che: «Il nostro problema del debito, nel lungo termine, non è così grave come molti esperti pensano». Sia Buffett che Krugman ritengono che una combinazione di tasse, crescita economica (per ora solo prevista) ed eventuali tagli alla spesa pubblica, possano “stabilizzare” i conti. Ma, come commenta l’analista Michael Tanner (Cato Institute), si tratterebbe di stabilizzare il debito «…su un ammontare che è pari a tre quarti del valore di tutti i beni e i servizi prodotti in questo Paese ogni anno». I “negazionisti” del debito, secondo Tanner, non terrebbero neppure conto di tutto il suo ammontare. Perché non includono nei loro calcoli il debito intra-governativo, cioè quello che il governo federale ha contratto con la previdenza sociale, Medicare e i fondi governativi. Basterà la crescita economica per compensare il debito nel prossimo futuro? Secondo l’analisi degli economisti Carmen Reinhart e Kenneth Rogoff, i Paesi il cui debito è superiore al 90% del Pil, mediamente, hanno una crescita di 4 punti percentuali inferiore rispetto ai Paesi meno indebitati. Stando a questa prospettiva, gli Stati Uniti non compenseranno nulla: sarà la loro crescita a risentirne. Il problema, dunque, non è affatto immaginario. Ne va del futuro della prima potenza mondiale. E non si risolve certo alzando, sempre un po’ di più, l’asticella del limbo del debito pubblico.
di Stefano Magni