Ora Romney sfida Obama sugli esteri

mercoledì 10 ottobre 2012


Campagna elettorale negli Usa: siamo alla vigilia del prossimo dibattito televisivo. Questa volta, a sfidarsi, saranno i due vicepresidenti, il repubblicano Paul Ryan e il democratico Joe Biden.

Il deputato del Wisconsin si sta addestrando con il suo team per affrontare la prova delle telecamere e del confronto con il vicepresidente. Nella campagna elettorale di Bob Dole, contro Bill Clinton, era proprio il deputato Ryan il “preparatore tecnico” di Jack Kemp, allora candidato vicepresidente repubblicano. Può far tesoro di quella esperienza del 1996 (che fu un insuccesso) e correggere quegli errori, per poter battere un “numero due” democratico non certo noto per il suo carisma.

Romney, nel frattempo, sta affinando le armi per lo scontro televisivo finale, che sarà incentrato sulla politica estera. Sinora, questa branca delle decisioni della Casa Bianca, è stata ritenuta secondaria rispetto all’economia (che è e resta il problema numero 1). Lo sfidante repubblicano ha già fatto il suo tour mondiale ed è già stato fatto a pezzi dai media. È passata l’immagine di un politico goffo e incapace di relazioni diplomatiche. La sua critica a Obama per la gestione della crisi di Bengasi (l’uccisione dell’ambasciatore Christopher Stevens) è stata anch’essa definita e commentata come “poco presidenziale” perché “troppo partigiana”. Il risultato è che Barack Obama, nonostante tutti gli insuccessi in campo internazionale, è ancora visto come il più affidabile fra i due. Ma gli americani, sinora, non hanno mai sentito parlare Romney senza il filtro dei commenti giornalistici. Il prossimo dibattito presidenziale, dunque, sarà un’occasione più unica che rara di metterlo alla prova. Al Virginia Military Institute, ieri, lo sfidante ha sfornato un antipasto di quel che potrebbe dire la settimana prossima. I suoi argomenti? Oltre alla critica alla gestione della crisi in Libia («Questi assalti non possono essere spiegati solo come una reazione ad un deprecabile video che insulta l’Islam, come l’amministrazione ha cercato di farci credere»), Romney insisterà soprattutto sul Medio Oriente. Su cui ha anticipato il suo programma: ultimatum all’Iran (se non dovesse recedere dalle sue intenzioni nucleari), armi ai ribelli siriani, ma solo a quelli «che condividono i nostri valori». In questo modo, lo sfidante intende soffiare al presidente l’esclusiva del sostegno alla Primavera Araba, finora contestata, con gran scetticismo, da tutti i conservatori. 

L’importanza dei dibattiti televisivi nazionali viene rivalutata giorno dopo giorno. Il vantaggio di Barack Obama su Mitt Romney si è infatti eroso, a tempo record, in una sola settimana. Il sondaggio Gallup li dà alla pari: vuol dire che un margine di Obama che, in media, era fermo sui 3-4 punti percentuali, è stato colmato in pochi giorni per un solo faccia-a-faccia. Il sondaggio del Pew Research dà addirittura Romney in vantaggio di ben 4 punti. Ed è lecito ricordare che, sinora, i rilevamenti, per come sono effettuati, hanno dato una sovra-rappresentazione degli elettori registrati democratici, penalizzando gli indipendenti e indecisi. Nella realtà, dunque, è possibile che il vantaggio dello sfidante repubblicano sia addirittura superiore a quel che vediamo nelle statistiche.


di Stefano Magni