I greci rivogliono lo stato sociale

mercoledì 10 ottobre 2012


Il creditore è sempre odioso agli occhi del debitore. Questo vale per i singoli, a maggior ragione per le nazioni. Angela Merkel non è personalmente creditrice nei confronti della Grecia di Antonis Samaras. Ma agli occhi degli ateniesi rappresenta il volto dell’Europa che impone l’austerity. E dunque è trattata di conseguenza: ieri, ad Atene, nel corso della sua visita di Stato, sono stati necessari 7000 poliziotti per tenere a bada una folla inferocita di manifestanti. L’arrivo della cancelliera tedesca è stato salutato da slogan contro il “Quarto Reich”, lanci di molotov e mattoni da una parte, bombe stordenti e lacrimogeni dall’altra. Ieri pomeriggio gli arresti si contavano già nell’ordine delle decine.

Una sommossa in piena regola. Qual è l’oggetto del contendere? Secondo Jean Claude Juncker, presidente dell’Eurogruppo (i ministri delle Finanze dell’eurozona) il governo greco deve dimostrare di far sul serio le riforme, «entro, al massimo, il 18 ottobre». Dunque c’è solo una settimana di tempo per effettuare tagli alla spesa pubblica di 13 miliardi di euro. Sono appena necessari per dimostrare affidabilità contabile e per ricevere un prestito (concordato con la “troika”: Ue, Bce ed Fmi) di 31,5 miliardi di euro. Con quel prestito, la Grecia potrebbe restare ancora a galla. Altrimenti, come l’estate scorsa, farebbe bancarotta nel breve-brevissimo periodo. Secondo stime attendibili, vi sarebbero soldi in cassa fino a novembre. Poi… lo Stato non avrà più la possibilità di pagare salari e pensioni.

Vista così, in teoria, la popolazione greca dovrebbe ringraziare l’Ue per il prestito concesso. E dovrebbe accogliere a braccia aperte la Merkel, che comunque non rappresenta l’Ue, né la Bce, né il Fmi. Il greco medio, però, benché continui a ricevere salari e pensioni dallo Stato (sempre che abbia mantenuto il suo impiego), ha assistito, negli ultimi tre anni, ad un progressivo declino del suo tenore di vita. Gli impiegati pubblici lamentano una perdita di un terzo del loro stipendio, in media.

Quando hanno salari inferiori ai 1000 euro al mese, hanno difficoltà a mantenere la famiglia. L’antica pratica degli affidi dei bambini ai monasteri sta ritornando in auge. I suicidi registrano un’impennata tale che la Grecia ha battuto, in questo campo, tutti i Paesi nordici: l’aumento dei cittadini che decidono di farla finita è del 18% a livello nazionale e del 25% nella sola Atene. È un sistema di vita ad essere finito di colpo: fino a pochi anni fa gli ellenici erano convinti di poter essere mantenuti dallo Stato, dalla culla alla tomba. Un terzo della popolazione è assunta nel settore pubblico. Ben 600 categorie di lavoratori potevano andare in pensione a 55 anni. Le pensioni di reversibilità spettavano alle figlie non sposate (le “zitelle d’oro”) in mancanza del coniuge del pensionato defunto. A questo va aggiunta l’inefficienza di una burocrazia bizantina, che ha caricato il sistema di pensionati che in realtà erano già morti, falsi invalidi e finti lavoratori che percepivano uno stipendio pur stando a casa.

Adesso è venuta a mancare loro la rete di sicurezza su cui avevano sempre contato. Poco importa che il governo non la potesse più mantenere e truccasse i conti per far credere di rinnovarla all’infinito: il greco medio vuole quella rete, altrimenti si sente perso. E nel frattempo preferisce urlare contro il “Quarto Reich”.


di Giorgio Bastiani