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    <page ID="8">L   uxury ital ian TV www.hantarex.eu S lim</page>
    <page ID="7">IISOCIETÀII Tassare il“junk food”è un insulto all’Occidente di MICHELE DI LOLLO  hi vive di carne, formaggio fu-so, bacon, ketchup, maionese, salsa piccante e coca-cola, rigoro-samente extralarge, non accetterà mai compromessi. Lo stato italiano tasserà il cibo spazzatura e i citta-dini liberi dei fast food sono pronti a insorgere. Lo annuncia il mini-stro Renato Balduzzi, difendendo una scelta che secondo lui andrà a tutelare la salute, ma che che suona più come l’ennesimo scacco alla li-bertà individuale. Ci dicono cosa mangiare e se continuano così un giorno fniranno per inserire il vin-colo costituzionale del jogging mat-tutino, con annessa aliquota. Non abbiamo bisogno di uno stato dot-tore che ci guidi anche nella dieta. La salute, almeno quella, deve re-stare affar nostro. Il junk food, il cibo spazzatura, ha radici profonde e una storia che riassume la nascita, l’espansione di un popolo e di un’era, quella ame-ricana. È l’emblema dello stato mi-nimo, del libertarismo, della forza motrice dell’economia reale lascia-ta libera di crescere. Se il farmaci-sta John Pemberton nel 1886 fosse stato braccato dalle agenzie fede-rali di Washington, molto proba-bilmente non avrebbe mai creato il mito della Coca-Cola. E se i fra-telli Richard e Mac McDonald avessero dovuto fare i conti con le barriere salutiste di qualche labo-ratorio di ricerca, non ci avrebbero mai offerto i dieci strati del Big Mac. L’industria del fast food nasce nel sud della California. Un ban-chetto di hot dog e hamburger che marcia su e giù per i marciapiedi di una piccola cittadina. È l’idea poco più ambiziosa di uno snack, uno spuntino “al volo”, la meren-da con gli amici. Questa è l’Ame-rica del secondo dopoguerra. La storia di questa rivoluzione riparte dove si erano fermati i personaggi del flm Pomodori verdi fritti alla fermata del treno. È la conquista della modernità dopo una vita di scommesse appese al Whistle Stop Cafè e alle insidie della grande de-C pressione. Questa è soprattutto la vita di Carl N. Karcher uno dei pionieri del fast food e, a ottantuno anni, l’ultimo dei suoi padri fon-datori ancora in vita. La sua carriera parte quasi per caso a metà degli anni quaranta. Karcher nasce nel 1917 in una fat-toria vicino a Upper Sandusky, Ohio. Suo padre è proprietario di una piccola azienda agricola, un tipo burbero, uno di quegli uomini che sulla costa chiamano bifolco, perché non ha imparato le buone maniere. Era solito ripetere ai quat-tro fgli: «La fortuna si guadagna lavorando sodo». Carl lo prende in parola e senza pensarci troppo abbandona la scuola dopo la terza media. Non è abituato a cercare scorciatoie, mezze verità e odia ba-rare a carte. Conosce bene la fatica. Lavora dalle dodici alle quattordici ore al giorno nella fattoria di fa-miglia. Sa che quello è il suo dove-re e al destino non chiede nulla. È il1937 quando uno zio gli chiede di raggiungerlo in Califor-nia. Ha vent’anni e quarantasei di piede. È grosso, un ragazzo forte che non ha mai fatto un passo lon-tano da casa. Arriva ad Anaheim dopo una settimana di viaggio e trova una cittadina immersa tra aranceti, piantagioni di limoni e casali in stile spagnolo. Per Carl quello è il paradiso. Qui incontra una giovane attraente, Margaret Heinz, che sposerà qualche anno più tardi. Insieme si trasferiscono a Los Angeles. Carl consegna il pa-ne al mattino presto per 24 dollari la settimana. Serve ristoranti, mer-cati e si stupisce per il gran numero di panini da hot dog che riesce a vendere. Compra così un banco su Firenze Avenue, chiedendo 331 dollari di prestito alla Bank of America. Dà come garanzia la pro-pria auto e convince sua moglie a dargli quindici dollari in contanti. «Sono fnalmente in affari per con-to mio», pensò dopo l’acquisto del carrettino. «Ora dipende tutto da me». Cinque mesi dopo gli Stati Uniti entrano in guerra. E per le le tasche di Karcher è un vero affare. Il banco si ferma spesso proprio di fronte la fabbrica della Goodyear che in quegli anni quadruplica pro-duzioni e occupati. Ben presto ha abbastanza soldi per comprare un secondo banco, che Margaret por-ta avanti praticamente da sola mentre la fglia dorme in macchina nelle vicinanze. Il sud della California in quegli anni crea un nuovo stile di vita che ruota intorno all’automobile. «Le persone sono così pigre», dichiarò Jesse G. Kirby, il fondatore della prima catena di drive-in in Ameri-ca. Il sistema è molto semplice: una cameriera in abiti provocanti che consegna le ordinazioni diretta-mente al tuo fnestrino. Il drive-in si adatta perfettamente alla cultura giovanile emergente. Donne, mo-tori e una nuova generazione pron-ta a esportare quel modo di vivere. Il 16 gennaio 1945, il giorno del suo ventottesimo compleanno, Carl ha già quattro punti vendita di hot dog e sta per aprire il suo primo drive-in. È il miracolo degli anni Cinquanta. L’economia del sud della California e di mezzo mondo schizza in alto, un benes-sere che sembra non fnire mai. La piccola Anaheim intanto cambia e diventa uno dei suburbs di Los An-geles. Qui la Walt Disney compra migliaia di ettari di aranceti e inizia a costruire ciò che passerà alla sto-ria come Disneyland. Poi Carl sente parlare di un ri-storante a una cinquantina di mi-glia fuori città. Vende hamburger per soli quindici centesimi. È il fu-turo, pensa. I fratelli Richard e Mac McDonald gestiscono da di-versi anni un drive-in di successo a San Bernardino, ma sono costan-temente alla ricerca di qualcosa di nuovo. Nasce McDonald’s. Elimi-nano quasi due terzi delle voci del menu, si sbarazzano di ogni ele-mento che implichi l’uso di cuc-chiaio, coltello o forchetta. Solo hamburger e cheeseburger, niente vetro per i bicchieri, niente piatti se non di plastica. Mettono in piedi un laboratorio professionale in cui la forza principale risulta il metodo di preparazione. I principi ispira-tori della catena di montaggio della fabbrica vengono applicati al fun-zionamento di una cucina. Tutti i panini vengono venduti con gli stessi condimenti: ketchup, senape, cipolle e due sottaceti. I fratelli McDonald si rivolgono ora alle fa-miglie operaie di San Bernardino. Finalmente tutti possono permet-tersi il ristorante. Dopo quella visita, Carl Kar-cher decide di aprire il suo primo fast food e il business esplode in tutto il paese. I costi di start up so-no bassi e chiunque sia disposto a lavorare sodo ha un’opportunità di successo. William Rosenberg apre un negozio di ciambelle a Quincy, Massachusetts, che avreb-be chiamato Dunkin’ Donuts. Glen Bell, un ex marine, mangia al McDonald’s e decide di copiarlo, cucinando però messicano. Il suo Il cosiddetto“cibo spazzatura”ha radici profonde e una storia che riassume la nascita e l’espansione dell’era americana. È l’emblema dello stato minimo e degli ideali libertarian, della forza motrice che riesce a sprigionare un’economima libera. Se John Pemberton nel 1886 fosse stato braccato dalle agenzie federali, non avrebbe mai creato il mito della Coca-Cola. E se i fratelli McDonald avessero dovuto fare i conti con i salutisti, i dieci, deliziosi, strati del BigMac sarebbero ancora un sogno primo Taco Bell apre nel 1962. Tra il 1968 e il 1974, il numero di ri-storanti McDonald’s triplica e Wall Street inizia a investire nella socie-tà. La competizione nel sud della California è feroce. Uno ad uno, i vecchi drive-in chiudono. Carl Kar-cher apre ristoranti su e giù per lo stato e nel 1976 controlla la più grande catena privata di fast food del paese. Il suo soprannome è Mr. Orange County. Gli anni Ottanta rappresentano il declino per la ca-tena Carl Jr. L’azienda viene quo-tata in borsa, ma i nuovi locali aperti in Texas non vanno bene. Il valore delle azioni crolla e una se-rie di operazioni imprudenti lo portarono al collasso. Karcher non si abbatte, condivide l’ottimismo del suo vecchio amico Ronald Rea-gan: «La mia flosofa di vita è non mollare mai. La parola impossibile non dovrebbe esistere. Abbiamo avviato una rivoluzione che non si fermerà mai». Il fast food è questo tempo che non si può fermare. E chi pensa che sia solo un panino e una bibita sbaglia di grosso. È un pezzo di noi, della nostra identità, un luogo che racconta tante storie e che par-la lingue diverse e che permette a ciascuno di riconoscere la propria. Sono la prova che la relatività di Einstein si applica oltre l’universo e arriva dritta all’anima. È il ricor-do dei tempi passati, degli incontri fatti per caso e rigorosamente di fretta, delle serate fuori dal cinema, mentre vi fermate a studiare le fac-ce del pubblico che esce dall’ultimo spettacolo. O quando passate quasi un’intera notte fuori alla ricerca di un cheeseburger qualsiasi, solo per tenere impegnato lo stomaco pri-ma di crollare sul letto. Ma il junk food, quello che defnite “spazza-tura”, è anche lavoro e benessere. Qualcosa per cui non servono anni di studio, ma una volontà di ferro. È l’hardcore del capitalismo reale. Cresce e si diffonde in ogni angolo del mondo semplicemente perché funziona, perché è utile ovunque: stadi, aeroporti, centri commerciali, università, scuole elementari, navi da crociera, treni, stazioni di ser-vizio. Non fa differenza. Il pasto veloce è l’America. La sua ascesa corre parallela ai grandi cambiamenti economici e sociali che ha affrontato l’Occidente negli ultimi settant’anni. È qui che le donne hanno trovato il primo im-piego per pagare le bollette e per mandare avanti la famiglia. Nel 1975, circa un terzo delle madri americane con fgli piccoli lavora come cuoca o cameriera in uno di questi locali, mentre milioni di gio-vani riescono a fnanziarsi gli studi proprio grazie al lavoro part-time offerto dalle grandi catene della ri-storazione. È una risorsa. Salari bassi che garantiscono grande mo-bilità al mercato del lavoro: i con-tratti spesso non superano i sei me-si. I dipendenti dei fast food sono ossigeno per l’economia. Sono so-prattutto adolescenti e non a caso la maggiore crescita del settore si è registrata con il boom demogra-fco degli anni Settanta. Oggi que-sto tipo di lavoro è diventato un rito di passaggio, un primo lavoro appena esci di casa e approdi al-l’università. Altro che spazzatura: è tassare il cibo spazzatura ad es-sere junk politics. L’OPINIONE delle Libertà MARTEDÌ 24 APRILE 2012 7</page>
    <page ID="6">a partita non è ancora chiusa, ma la lezione inflitta dai francesi al presiden-te uscente, produrrà ugualmente i suoi ef-fetti chiunque sia il vincitore. Un popolo appartenente all’Unione eu-ropea è finalmente stato interpellato diret-tamente – non con sondaggi – ed ha boc-ciato le scelte politiche che hanno caratterizzato l’ultimo tormentato periodo del vecchio continente: le scelte bellicose e gli impegni militari a rimorchio degli Sta-ti Uniti nel mondo, il ruolo di “brillante secondo” a rimorchio della Germania in Europa e la politica di colonialismo finan-ziario nei confronti dei partner europei meno avvertiti. Gli europei vogliono concentrarsi sul benes-sere dei cittadini e sulla lotta alla disoccupazio-ne, evitare l’uso delle ar-mi verso i paesi mediter-ranei che sono ormai parte di noi. Mario Monti, consulente uffi-ciale della prima ora di Sarkozy, non può non rendersi conto che la campana sta suonando anche per lui, come per la badessa dell’Ue Ange-la Merkel. In entrambi i casi ci troviamo di fronte a casi patologici di insicurezza personale che hanno preteso – come Berlusconi – di occupare entrambe le cariche apicali di go-verno e di partito, nella convinzione che l’intera Europa avrebbe creduto al loro L stesso autoinganno. Altri europei vorranno certamente far sentire la loro voce – spe-riamo anche l’Italia – e far conoscere la loro volontà di non continuare a subire passivamente delle politiche monetarie de-flazionistiche vantaggiose unicamente per un pugno di cinici speculatori incapaci di cogliere la realtà e preoccupati solo della propria immagine. (...) Le imprese devono ristrutturarsi perché sono loro che hanno assorbito il costo sociale che il governo ha saputo in-terpretare solo in termini di elemosine agli amici. Non sono persone malvagie, sono solo avulsi dalla realtà e in pieno delirio. Anche Hitler, del resto, era un ecologista vege-tariano e trattava amo-revolmente il suo cane. (...) La sconfitta del candidato dell’Ump “gollista” produrrà il trionfo delle idee di De Gaulle. Da noi, Pier Fer-dinando Casini ha deci-so di cavalcare la tigre con un tempismo che ri-corda quello di Occhet-to alla caduta del muro di Berlino e Passera an-nunzia che ha trovato, nelle nostre tasche cento miliardi per la crescita. Non è detto, per entrambi, che saranno loro a sfruttare la situazione, così come non fu Occhetto a mantenere la lea-dership degli ex-comunisti. ANTONIO DE MARTINI Corrieredellacollera.com  ierferdinando Casini ha annunciato la nascita imminente del Partito della na-zione. Un contenitore centrista pensato per andare oltre all’Udc ed aggregare dietro ad un solo simbolo anche Fli e Api. Quindi oltre allo stesso Terzo Polo ed insieme a tecnici, politici, sindacalisti intelligenti, imprenditori illuminati, per affrontare il dopo-Monti e le prossime politiche. I sindacalisti stupidi e gli imprenditori oscuri rimangano pure con il Pdl o il Pd. Battute a parte, Casini spera di imbarcare alcuni degli attuali ministri del governo Monti se non proprio Monti stesso. Altresì, oltre a Fini e Rutelli, il leader del-l’Udc tenta di allargarsi ad eventuali delusi o frondisti del Pdl e del Pd. (...) Casini, nello sta-gno della politica italiana sempre più comatosa, ha voluto prendersi il pro-prio spazio e dare un se-gno di vitalità, facendo però un annuncio in per-fetto stile berlusconiano e cioè in solitudine e sen-za concordare modi e tempi con gli alleati. Non si offenda il caro Pier se lo tacciamo di berlusco-nismo peraltro a scoppio ritardato, ma l’annuncio del Pdn non è poi tanto diverso dal predel-lino del Pdl. Infatti tanto i fniani quanto i rutelliani hanno accolto l’uscita del Partito della nazione con palese freddezza(...) È evi-dente come Fini e Rutelli non siano stati pri-ma consultati. Non è un inizio promettente per i tre galli che in teoria dovrebbero pros-P simamente convivere nel medesimo pollaio. La novità è più nella boutade dal sapore ber-lusconiano di Pierferdy che nell’idea in sé del Partito della nazione. Casini parla di que-sto ed azzera i vertici Udc da anni, ma fnora non è andato molto oltre al caro e vecchio scudocrociato. Staremo a vedere! Al momen-to ciò che è sicuro è l’odore di vecchio dei contenuti della politica casiniana. Casini si dice da tempo cattolico-liberale, ma spesso ha dimostrato e dimostra di essere solo de-mocristiano. Poteva Pier, una volta staccatosi da Berlusconi e Bossi, impegnarsi per quel Ppe italiano, popolare e liberale, alternativo alle sinistre, eppure ha preferito sistemarsi al centro con la vetusta politica dei due forni, contribuendo a rendere perpetui quei viziacci na-zionali che dalla Prima repubblica ai giorni nostri hanno sempre limitato ogni potenzialità dell’Ita-lia. Avrebbe poi potuto e dovuto Pier, ricostruire con Fini un moderno centrodestra distinto e di-stante dal Pdl-Lega, ma è divenuto invece la guar-dia del corpo di Mario Monti ed uno dei più im-pegnati difensori delle politiche recessive e del terrorismo fscale. Tante tattiche e stra-tegie, magari furbastre e però dannose pro-prio per quella nazione in nome della quale si vorrebbe costituire un nuovo partito. ROBERTO PENNA conservatori-liberali.ilcannocchiale.it Il Partito della nazione? Progetto nato vecchio Casini poteva impegnare l’Udc in un Ppe italiano, popolare e liberale, alternativo alle sinistre. Eppure ha preferito sistemarsi al centro con la solita, vetusta, “politica dei due forni” L’umiliazione di Sarkò e l’intelligenzadella storia Un popolo appartenente all’Unione europea è fnalmente stato interpellato direttamente (non con sondaggi) e ha bocciato le scelte politiche più recenti del vecchio continente Hashtag: di cosa si parla su Twitter a cura di SIMONE BRESSAN Settimana molto “politica” quella ap-pena trascorsa, e così a finire sotto la lente di ingrandimento dei twitta-tori seriali sono i leader di partito e le ipotesi di nascita di nuovi soggetti politici. A fare da contorno i proble-mi giudiziari (o presunti tali) di Silvio Berlusconi e Roberto Formigoni. Andiamo con ordine e partiamo da Pierferdinando Casini (@pierfer-dinando). Ha annunciato per la ventesima volta la nascita del Par-tito della Nazione e, a questo giro, pare faccia sul serio. L’azzeramento dei vertici del suo movimento ha però ricevuto reazioni non proprio positive tra gli utenti della rete. Change Italy (@change_italy) pone subito l’accento sulla presunta “no-vità”: «Dopo la Dc, il Ccd, l’Udc e l’Unione di Centro Pierferdinando Casini crea l’ennesimo Par tito». Diego Destro di Daw Blog (@daw_blog) teme il ritorno al pas-sato: «In pochi giorni addio Udc e ritorno della Dc. Ora Alfano e Ber-lusconi annunciano novità clamo-rose. Torna il Psi?» mentre Luca Sofri (@lucasofri) ricorda che l’idea del Partito della Nazione è datata almeno un anno e mezzo e chiosa: «C’è da dire che quando all’Udc decidono di fare una cosa, poi è un attimo». Casini fa la prima mossa e Ange-lino Alfano (@angealfa) corre su-bito ai ripari annunciando «la più grande novità politica della storia italiana». Pronta la rete raccoglie l’assist. «Geniale Alfano – attacca Fabrizio Rondolino (@frondolino) - annuncia la sua defenestrazione come la più grande novità politica dell’anno. Questo sì che è quid». Al solito acuto Marco Esposito (@bet-man): «Alfano annuncia nuovo Pdl senza contributi pubblici. Il Pd ora non può arroccarsi nella difesa del finanziamento pubblico, sarebbe suicidio» anche se per il network montezemoliano Italia Futura (@ita-liafutura) «oltre il marketing serve il prodotto» e critica «l’agitazione inconcludente dei partiti dell’area moderata». Tommaso Labate (@tommasolabate) chiude la partita buttandola sul ridere: «Alfano an-nucia “la più grande novità della po-litica italiana”. Un po’ come se la Commodore annunciasse l’uscita di un tablet». Le dichiarazioni di Alfano arrivano proprio mentre ritorna prepotente-mente sulla scena – politica e me-diatica – Silvio Berlusconi. La sua apparizione al processo Ruby e le sue giustificazioni sui travestimenti delle sue ospiti («gara di burle-sque») hanno offerto il destro per la creazione dell’hashtag #unalibi-persilvio. Ce ne sono davvero di ge-niali. Don Michele Da Rold (@don-micheledr) apre le danze: «Ero li circondato da suore ed ero felice, credevo di ottenere la redenzio-ne...poi è partita YMCA!». Rincara Matteo Grandi (@matteograndi): «Ho capito che erano suore finte solo quando si sono inginocchiate ma non hanno saputo recitare il Pa-pi Nostro». Per Sonia Tancredi (@soniatancredi) Berlusconi stava solo «valutando chi era il migliore dei chirurghi plastici a Milano» mentre per MichiamoVirgola (@lai-ka60) «Erano reduci da un pic nic, e volevano accertarsi che le ragaz-ze non avessero zecche attaccate alla pelle». Tutto bellissimo ma NonLeggerlo (@nonleggerlo) toglie ogni dubbio: «fantastici, ma meglio dell’originale non ci può essere niente». Altro big a finire nel vortice dei cin-guettii è Roberto Formigoni (@r_formigoni). La sua richiesta di solidarietà al popolo del centrode-stra lombardo («mandate un fax per sostenermi») fa storcere il naso a più di qualcuno. Stefano Menichini (@smenichini) scrive: «Un’altra pro-va che Formigoni mentiva: faceva i video da ragazzino 2.0, ora si ap-pella al popolo del fax» e Marco Massarotto (@marcomassarotto) parla di vero e proprio Digital Divide: «chi è contro Formigoni può inviare tweet a Formigoni chi è a favore può spedire dei fax». Insopportabile (@insopportabile) torna sulla vicen-da giudiziaria: «Sarebbe disdicevole se Formigoni fosse arrestato per un reato minore come la corruzione e non per le sue delinquenziali cami-cie». Beppe Severgnini (@beppe-severgnini) stronca le ultime dichia-razioni del Presidentissimo: «“Sono limpido come acqua di fonte”. “Ni-cole Minetti è una ragazza acqua e sapone”. Dopo la fase mistica, For-migoni entra nella fase idrica». Mar-co Castelnuovo (@chedisagio) si la-scia andare ad una considerazione di carattere più generale: «La mo-rale è una: Non si può stare seduti sulla stessa poltrona per più di dieci anni, figuriamoci venti. Vale per For-migoni, Bossi e altri». L’OPINIONE delle Libertà MARTEDÌ 24 APRILE 2012 6</page>
    <page ID="5">anno nei talk show televisivi egiziani a insultare i conduttori o gli altri candidati, appioppando loro origini ebraiche con documenti contraffatti che mostrano al pub-blico. Da quando il loro candidato alle presidenziali Sheik HazemAbu Ismail è stato escluso dalla commis-sione elettorale in mano all’esercito egiziano, proprio a causa della cit-tadinanza americana della madre, i Fratelli Musulmani non hanno più pudore di mostrare al mondo il proprio volto: aggressivo, fonda-mentalista, antisemita e mistifca-torio. Basta vedere un video illuminan-te di Memri, associazione no proft dedita a monitorare l’antisemitismo e il fondamentalismo islamico negli oltre cento mass media dei paesi arabi e islamici, per rendersene con-to. Nella fattispecie si tratta della comparsata di Gamal Saber, barbu-to e panciuto portavoce del candi-dato “segato” dalla commissione, che ogni volta che si presenta negli studi televisivi delle tv egiziane sfo-dera il solito numero da baraccone: tira fuori tre o quattro fogli di carta e prega il regista di zoommarci so-pra perché, a suo dire, sarebbero al prova inconfutabile che o la con-duttrice, o il candidato di un altro partito, sono di madre ebrea israe-liana. Il tutto in risposta al fatto che il loro candidato è invece stato escluso proprio perché dai docu-V menti di nascita risulterebbe la na-zionalità americana della madre. Cose che nell’immaginario antise-mita e antioccidentale dell’elettorato popolare egiziano, e segnatamente quello più infuenzato dall’ignoran-za e dal fanatismo islamico in cui pescano i “Ikhuan al muslimin”, basterebbero e avanzerebbero per regalare al candidato escluso la pa-tente di vittima e agli altri candidati, “appoggiati dai media di regime”, quello di carnefci. Peccato però che gli stessti video che circolano su in-ternet dimostrino come le cose non stiano affatto così. E se in un caso la conduttrice di uno dei due talk show monitorati lo fa notare allo spettatore e sbugiarda il barbuto e panciuto rappresentante dei “Fra-telli”, nell’ altro episodio lo stesso viene addirittura cacciato dallo stu-dio televisivo. Il primo clip è estratto da un di-battito tenutosi su al Mehwar tv il 17 aprile scorso. E, dopo avere ter-giversato sui documenti del candi-dato escluso, il portavoce passa al-l’attacco così: «Lei, signora Riham, è di origini ebraiche e domani por-terò anche un documento che atte-sta come lei abbia preso un milione di dollari da Israele». Ventiquattro ore dopo cambia tv (Sada al balad) ma si ripete il siparietto. Appena si passa a parlare delle ragioni che hanno determinato l’esclusione dal-le presidenziali del candidato dei Fratelli, riecco Gamal tirare fuori fogli in diretta che a suo dire atte-sterebbero l’origine ebraica della presentatrice. Ma si tratta di un fal-so, un chiaro fotomontaggio: una fotocopia di un documento intesta-to a tale Dina Ramiz ma con su ap-piccicata la foto della contradditrice in studio. E stavolta il numero da baraccone del portavoce degli Ikhuan fnisce con la cacciata dallo studio televisivo e la minaccia di querela da parte della signora Azza. Va comunque rilevato che in Egitto essere defniti di origini ebrai-che, a torto o a ragione, viene con-siderata un’offesa mortale. Così co-me avere una madre con un passaporto americano comporta l’esclusione dalla candidatura a pre-sidente della repubblica. DIMITRI BUFFA IIESTERIII Minacce dallaCorea delNord La ricreazione è già fnita di STEFANO MAGNI  e vivete nella Corea del Sud, è bene che siate preoccupati. Mol-to preoccupati. Perché la Cina sta di nuovo serrando i ranghi con la Corea del Nord e gli effetti si stanno vedendo subito: Pyongyang ha blin-dato le frontiere e minaccia azioni militari contro Seul. Prima di tutto è stata smentita la notizia, per altro non uffciale, del cambio di politica cinese nei con-fronti dei fuggitivi nordcoreani. Ver-ranno comunque rispediti in patria, dove sono destinati alla pena di morte o ai campi di concentramen-to. Lo ha detto, all’agenzia Asia News, Kim Yong Hwa, direttore dell’Associazione per i diritti umani dei rifugiati coreani: «Il governo ci-nese sta continuando come al solito nella sua durezza. L’unica eccezione riguarda donne coreane che siano sposate con uomini cinesi: data la carenza di donne in Cina per la po-litica del fglio unico, chiudono un occhio. In ogni caso, parlare di mi-glioramento della situazione è del tutto sbagliato». Inoltre, Kim Jong– un, il nuovo dittatore, ha tolto il controllo della frontiera cinese dalle mani dell’esercito, per assegnarlo all’ancora più dura polizia della Si-curezza Nazionale, l’equivalente nordcoreano del Kgb. La svolta bellicista nordcoreana si manifesta soprattutto nei rapporti S con la Corea del Sud. Secondo un comunicato uffciale dell’esercito, un’operazione speciale inizierà «pre-sto» e sarà in grado di «ridurre l’obiettivo in cenere». La retorica incendiaria dei comunisti nordco-reani non è una novità, ma si è in-tensifcata dopo il fallito lancio di un missile sperimentale, lo scorso 12 aprile e il conseguente irrigidi-mento delle relazioni con gli Usa e i vicini. Il venerdì scorso, il “popolo” ha addirittura invocato la morte del presidente sudcoreano. E anche qui, come nella questione dei profughi, la Corea del Nord può permettersi di estremizzare la sua politica perché sa di avere il sostegno della Cina. Venerdì scorso, proprio mentre Pyongyang lanciava parole di morte contro i suoi nemici del Sud, il di-plomatico di Pechino Dai Bingguo, rassicurava l’alleato che: «l’amicizia e la cooperazione fra Cina e Corea del Nord passeranno ad uno stadio superiore». Rimarranno delusi tutti coloro che si attendevano una mano dalla Cina per gettare acqua sul fuoco della crisi coreana. E soprattutto so-no ormai cadute le illusioni di una Corea del Nord in fase di cambia-mento dopo la morte di Kim Jong– il. I due peggiori incidenti militari fra Nord e Sud, l’affondamento del-la corvetta Cheonan e il bombarda-mento dell’isola di Yeopyeong, sono avvenuti proprio nella fase della suc-cessione. Gli ottimisti si erano pre-cipitati a pensare che fosse uno schermo di durezza militare neces-sario a “proteggere” la fase delicata di un passaggio di consegne. Visti a posteriori, però, sembrerebbero i sin-tomi della nuova politica estera di Kim Jong–un. «Dobbiamo evitare tutte le tentazioni di “testare” le in-tenzioni del nuovo leader o di “sco-prire” come possiamo trattare con lui – scrive l’analista americano Dan Blumenthal sulle colonne della Na-tional Review – Noi abbiamo sem-pre tentato di capire le intenzioni dei Kim per almeno due decenni. Ora non siamo in un periodo di in-certezza: siamo certi di quel che vuo-le la famiglia Kim. L’unica incertezza è su quando e come avverrà la pros-sima azione pericolosa». Sarà solo allarmismo da “neocon”? Birmania, l’Aventino di Aung San Suu Kyi K La Lega Nazionale per la Democrazia ha boicottato la sua prima sessione del Parlamento birmano, per non legittimare una co-stituzione ancora a misura dei militari Marine Le Pen e le altre destre Confni blindati per impedire la fuga dei nordcoreani. E minacce di azioni militari contro il Sud. Pyongyang alza la voce perché Pechino serra i ranghi con l’alleato Ecco gli integralisti islamici sbugiardati inmondovisione  rancia, fra i due candidati in ballottaggio, la Le Pen ci gode. E non ha torto: il suo 18% la esclude da qualsiasi ambizione pre-sidenziale. Non sarà lei a conten-dere il trono a Nicolas Sarkozy, co-me invece fece suo padre quando poté competere con Jacques Chi-rac. Ma di sicuro è un segnale: pia-ce ai francesi, molto di più dell’al-tra alternativa radicale, vetero–comunista, proposta da Je-an Luc Mélenchon. Vuol dire che, se vogliono dare un voto di prote-sta contro il sistema, i cugini d’Ol-tralpe lo fanno scegliendo la destra più di destra, quella che parla con-tro l’Unione Europea e contro l’immigrazione (specie se islamica). E i francesi non sono soli nell’Eu-ropa occidentale. In Belgio non c’è stato alcun governo per 540 giorni perché le elezioni del 2007 hanno premiato gli indipendentisti famminghi dell’Nva, favorevoli alla devolution in Belgio, euroscettici (anche se non radicalmente anti–europeisti come i famminghi del Vlaams Be-lang) e più duro sull’immigrazione: chiede l’introduzione di regole più rigide (soprattutto sull’apprendi-mento della lingua famminga) per integrare i nuovi arrivati. In Olan-da le ultime elezioni sono state vin-te dai Liberali, ma contese dal Par-tito della Libertà di Geert Wilders. Sua è la principale crociata contro F l’islamizzazione in Europa. Una politica che, negli ultimi anni, si è estesa anche agli immigrati dell’Est, sospettati di sottrarre posti di la-voro agli olandesi. Anche il Partito della Libertà è decisamente euro-scettico. Nel Regno Unito, fnora, il ma-lumore degli euroscettici è stato assorbito dal Partito Conservatore, che mantiene una solida maggio-ranza. Se un dubbio c’è, nella base della destra, è che il premier David Cameron sia troppo incline a fare concessioni a Bruxelles. In Dani-marca, il Partito del Popolo ha su-bito un rifusso, ma resta sempre il terzo partito. Ed è fautore di una politica della “porta chiusa” all’im-migrazione, oltre che essere euro-scettico e contrario all’introduzione della valuta comune. Fra i Paesi scandinavi, il voto più esplicito è stato quello in Finlandia, dove so-no cresciuti rapidamente e a dismi-sura i Veri Finlandesi, nazionalisti, euroscettici, anti–immigrati. La crisi dell’euro genera un dif-fuso scetticismo, che si traduce in una mossa di arrocco. Gli elettorati europei puntano a formazioni più nazionali, ciascuno secondo la sua cultura, rigettando utopie interna-zionaliste e multiculturaliste. È questo il trend degli anni ’10 del nuovo millennio e bisogna tenerne conto. (s.m.) L’OPINIONE delle Libertà MARTEDÌ 24 APRILE 2012 5</page>
    <page ID="4">n ministero al collasso. Un cor-po, prima mutilato dal capric-cio politico dei tecnici al comando, poi lasciato fermo, a morire sotto la pressione del proprio peso. È il ministero degli Affari esteri di Giu-lio Terzi, il ministro ambasciatore che - com’è noto - non fa onore né ai ministri (neanche quelli tecnici), né ai diplomatici. Oramai isolato al Consiglio dei ministri, concet-tualmente messo sotto tutela dai re-sponsabili esteri dei partiti di mag-gioranza e, di fatto, esautorato da Monti e Moavero nella politica estera che conta (e da Riccardi per la Cooperazione), Terzi è ora peri-colosamente concentrato in casa sua, alla Farnesina, dove, di qui a poco, si prepara una vera e propria rivoluzione di uomini e di incarichi. Alla fne dell’anno, infatti, per ef-fetto della riforma messa a punto U dal segretario generale Massolo, ben tredici ambasciate e tre direzio-ni generali passeranno di mano e se - come è fn ora avvenuto - Terzi tratterà la questione delle nomine come un fatto personale (antiche cordate, simpatie interne, fgli e ni-poti, aree geografche di provenien-za) il disastro è assicurato. Saremo, anzi, alla soluzione fnale. Ci sareb-bero, se i protagonisti prendessero coscienza, ancora delle roccaforti di resistenza. Se è vero, come da egli stesso annunciato, che il segretario generale, Giampiero Massolo, ri-marrà al suo posto e non andrà, co-me si rumoreggiava, alla direzione generale di Confndustria. Se alla presidenza del Consiglio, come al Quirinale, i consiglieri diplomatici di Monti e Napolitano faranno au-torevolmente buona guardia (lo stesso vale per i partiti), forse Terzi limiterà i danni annunciati. Danni veri e irreversibili, perché tra le ambasciate ce ne sono dav-vero di importanti, tanto per le sorti delle nostre relazioni politiche che per quelle economiche. E poi, la di-rezione generale del personale e quella per la promozione del siste-ma Paese, che unisce cultura e im-presa, il vero motore della riforma Massolo. Decidendo di rimanere al suo posto, il segretario generale ha al momento stroncato sul nascere i sogni (e le guerre già preventiva-mente alimentate) di diversi aspi-ranti al massimo posto dell’ammi-nistrazione e, ovviamente, dello stes-so ministro Terzi, il quale, comun-que, proverà a rimuoverlo dall’incarico proponendogli, volta per volta, tutte le sedi che rimarran-no libere. Cosa vorrà fare Massolo del suo futuro professionale, natu-ralmente, non è dato saperlo, ma per ora questa sua scelta va senza dubbio salutata come un benedi-zione. Massolo, peró, non puó es-sere lasciato solo, altrimenti diven-terebbe ostaggio di Terzi (e di qualche rimasuglio di potere fulcia-no) e rimarrebbe uno sterile con-trappeso in un bilanciamento di po-teri che crea solo staticità. La stessa in cui il ministero stagna da sei mesi a questa parte, tra piccole guerre e ripicche intestine, ritardi cronici, in-capacità manifeste. E, soprattutto, mancanza di autentica e riconosciu-ta leadership. Se fosse poi vero quanto ventilato da qualcuno, ov-vero che Monti avrebbe in animo di riesumare un vecchio decreto di Fanfani per nominare in alcune sedi particolari, diplomatici fuori car-riera (come Gianni Letta alla Santa Sede, Moavero alla Ue), ciò sarebbe non solo lo specchio più crudele dei tempi (un ministro senza prestigio, né difese), ma soprattutto la fne in-gloriosa, di quella che, storicamente, è stata fnora la più prestigiosa clas-se dirigente pubblica italiana. GIOVANNI DEL LAGO IIPOLITICAII La stangata Imu raddoppia.Anzi, quadruplica di RUGGIERO CAPONE  l mattone non è più un bene di ri-fugio. Nel programma del profes-sor Monti si vorrebbe orientare gli italiani a non investire in case, so-prattutto a cercare di non legare più la propria vita lavorativa al rispar-mio per realizzare investimenti im-mobiliari. Invece della prima casa una coppia dovrebbe puntare alla fnanza creativa ed ai più occidentali investimenti mobiliari archiviando l’immobiliare? Per cambiare le abi-tudini degli italiani, che per l’80% sono proprietari di case, il governo ha rincarato le imposte sugli afftti, le imposte sulle case in senso lato, ed ha pensato ad un catasto patri-moniale rigorosamente aggiornabile per incremento di valore. In poche parole, per il catasto una casa potrà sempre e solo aumentare di valore. Ergo, gli aggiornamenti catastali non terrebbero mai conto del decremen-to di valore che ha colpito il settore immobiliare. Si tratta d’una guerra all’investimento immobiliare, per spingere il risparmiatore a privile-giare azioni e obbligazioni. Così la riforma del catasto prevede mecca-nismi di adeguamento periodico dei valori e delle rendite delle unità im-mobiliari urbane: meccanismo che alimenterebbe nel tempo dei valori falsati. Per esempio, i parametri di mercato che verrebbero catastal-mente utilizzati nel 2012, sarebbero quelli del 2011: determinando di fatto una defnizione del valore pa-trimoniale (e della rendita) sul pe-riodo che ha preceduto la stagna-I zione del mercato immobiliare. «La proposta di riforma del vigente ca-tasto è con la sostanziale riproposi-zione dell’anacronistico modello del 2006, già respinto dal Parlamento», rileva il presidente di Confedilizia, Corrado Sforza Fogliani. Nello sche-ma di proposta, secondo Confedi-lizia, «c’è un buco enorme: non è prevista la possibilità di impugnare nel merito le tariffe d’estimo, atti ge-nerali impugnabili quindi solo per motivi di legittimità, nonostante su di esse si basi l’attribuzione della gran massa delle rendite catastali». «Se il Governo intende deliberata-mente escludere il controllo di me-rito - nota Sforza Fogliani - che è quello che interessa e conta, sulle rendite delle case, lo dica aperta-mente. Ma abbiamo fducia che il Parlamento non potrà accettare di mettere un’altra pietra tombale sullo stato di diritto». Così solo una som-maria informazione, una poca at-tenta lettura dei provvedimenti, può farci dire che «ora ci sono due Imu». Sugli immobili pesano tasse statali, regionali, provinciali e co-munali: e l’Imu bis verrebbe appli-cato dai comuni per garantire risorse agli enti locali per la realizzazione di opere pubbliche. Paradossalmente in alcuni comuni potrebbero pesare 5 Imu, mentre su tutti gli altri solo 4. »L’ imposta di scopo è già vigente dal 2007 nel decreto fscale sono so-lo state introdotte modifche di co-ordinamento con la disciplina del-l’Imu», afferma una nota del ministero dell’Economia, interve-nendo sul tema delle novità norma-tive dell’imposta di scopo, da alcuni defnita Imu-bis. Ad applicarla al momento sarebbero solo 20 comu-ni, suscettibili di raddoppiarsi entro giugno. «L’imposta di scopo - spiega il ministero - è stata introdotta nel-l’ordinamento tributario italiano dalla Finanziaria del dicembre 2006 e sin dal 2007 i comuni italiani han-no avuto la facoltà di istituire questa imposta per contribuire al fnanzia-mento di specifche opere pubbliche. L’imposta si applicava sulla base del-la disciplina dell’Ici con un’aliquota massima dello 0,5 per mille e per un periodo massimo di 5 anni. Nel 2011, il decreto legislativo n. 23 sul federalismo municipale, all’articolo 6, ha confermato l’impianto norma-tivo del tributo demandando ad un provvedimento di attuazione la de-fnizione di regole per l’estensione a 10 anni del periodo massimo di ap-plicazione dell’imposta e per l’indi-viduazione di ulteriori opere da f-nanziare, eventualmente anche per intero, con il gettito. Il decreto fscale in corso di conversione - continua il ministero - ha apportato alcune modifche alla disciplina dell’impo-sta di scopo vigente dirette esclusi-vamente a coordinarla con quella della nuova Imu che ha sostituito l’Ici. Per effetto di queste modifche i comuni potranno scegliere di isti-tuire l’imposta. Ovvero, nel caso in cui l’avessero già introdotta, potran-no continuare ad applicarla ade-guandola all’Imu. Ad oggi risulta che solo 20 comuni hanno istituito l’imposta di scopo esercitando la fa-coltà». Volgarizzando le parole mi-nisteriali: i soldi per gli sgravi fscali o la riduzione delle aliquote non ci sono e non ci potranno mai essere. Allineare i valori catastali a quelli del mercato, serve solo ad incremen-tare il carico fscale sulla casa. Situa-zione davvero paradossale, che ha paralizzato il settore delle compra-vendite immobiliari, già sofferente per le elevate tasse sui trasferimenti delle case. Le elevate imposte sulle compravendite avevano già fatto dell’Italia il paese europeo con mag-gior rigidità del settore immobiliare. L’Imu ha completato la morte del-l’immobiliare. «In nessun altro Paese del mondo le prime case sono esenti da tasse. In fondo - dice il sottose-gretario Vieri Ceriani al Corsera -abbiamo seguito la ricetta che ci vie-ne suggerita da tutte le istituzioni internazionali, la fscal devolution: meno tasse su lavoro e capitale pro-duttivo, più imposte sui consumi e sul patrimonio». Parole senza senso. In nessun paese dell’Ue la tassa sulla casa è sproporzionata rispetto al reddito. In nessun paese dell’Ue s’in-viterebbero disoccupati e pensionati a vendersi la casa quando non pos-sono permettersi di pagare le tasse. A luglio il governo dovrebbe regi-strare enorme evasione sul versa-mento dell’acconto Imu. L’obiettivo del gettito previsto per il 2012 forse non verrà centrato, e una nuova e più pesante manovra sarà armata contro il contribuente. «Sull’Imu bis non servono recriminazioni, né pen-timenti, né promesse di non appli-carla - afferma Corrado Sforza Fo-gliani -. Serve una cosa sola, che si faccia marcia indietro correggendo-la, così che non entri in vigore nel-l’assurdo testo varato alla Camera: ricordo che deve infatti ancora pas-sare al Senato, e li si misureranno le vere intenzioni di governo e partiti politici. In una settimana si può co-modamente fare, perché in meno giorni si è fatto ben di più, si è fatta una manovra. Se la politica deve re-cuperare credibilità, politici e tecnici delle fnanze non possono continua-re ad imporre i loro immotivati niet. In un momento come questo, rom-pere la diga dell’austerità e conse-gnare ai comuni questa bomba ad orologeria è gravissimo. Se passasse l’Imu bis e la briglia sciolta per i co-muni - conclude Sforza Fogliani - chi potrebbe più credere agli appelli al rigore?». Nella Farnesina di Terzi parte la guerra delle nomine Liberata la Ievoli E i marò?Quasi Gli immobili sono gravati da ingenti tasse statali, regionali, provinciali e comunali L’Imu bis verrebbe applicata dai comuni per garantire risorse per le opere pubbliche  ue brutte storie di italiani e pirateria potrebbero arrivare a una felice conclusione. Non è an-cora fnita la storia dei due marò, Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, che restano incarcerati a Trivandrum, in India. Ma c’è un grande progresso: la Corte Supre-ma di New Delhi, ha accolto il ri-corso dell’Italia sulla giurisdizione. L’udienza è fssata all’8 maggio. Dunque, se tutto procede per il meglio, sembra prossimo il loro rientro in patria. A Roma subiran-no un processo per il sospetto du-plice omicidio del 15 febbraio scorso, di cui sono accusati mentre erano in servizio sulla petroliera Enrica Lexie, come scorta anti–pi-rateria. Processo sì, ma in patria e con procedure sicuramente più re-golari. Perché in India sono stati incarcerati senza prove certe a loro carico. La stampa indiana, che li ha sempre trattati da assassini, ieri ha persino defnito “eroico” il La-torre. Il motivo di tanta stima non è legato alla lunga vicenda proces-suale, ma ad un singolo episodio di cronaca: il nostro marò ha fer-mato, con le sue mani, un Suv che avrebbe certamente travolto un fo-toreporter indiano, fuori dal car-cere di Trivandrum. Sarà anche una coincidenza, ma sembra pro-prio che l’opinione pubblica india-na e i suoi media stiano cambian-do percezione, proprio mentre la D vicenda giudiziaria volge fnalmen-te al meglio per la nostra parte. L’altra brutta storia che si è conclusa, questa in modo defniti-vo, è la liberazione della petroliera italiana Enrico Ievoli, sequestrata dai pirati somali lo scorso 26 di-cembre. A bordo sono presenti 6 marinai italiani, fra cui il coman-dante Agostino Musumeci. Dopo quattro mesi sono stati tutti rila-sciati, nave e uomini. Il sequestro era avvenuto a meno di una setti-mana dalla liberazione della Ro-salia D’Amato e della Savina Cay-lyn, avvenute dietro riscatto. A proposito di riscatto, ci co-stano qualcosa anche queste libe-razioni? La Farnesina afferma di no, sia nel caso dei marò che in quello della Enrico Ievoli. Ma la stampa indiana, venerdì scorso, aveva parlato di un accordo fra il governo italiano e i familiari delle presunte vittime dei due marò, per il pagamento di un lauto risarci-mento. Sarà un caso che solo tre giorni dopo un ricorso, rimandato per tre mesi, venga accettato dalla magistratura indiana? Quanto alla Ievoli, speriamo solo di non legge-re, nei prossimi giorni, sul docu-mentatissimo Somalia Report, la notizia di un avvenuto pagamento ai pirati. Come era capitato dopo il dissequestro della Savina Cay-lyn. GIORGIO BASTIANI L’OPINIONE delle Libertà MARTEDÌ 24 APRILE 2012 4</page>
    <page ID="3">di FEDErIcO PUNzI  on devono ingannare le recen-ti dichiarazioni sui tagli alla spesa pubblica. Non c’è chiarezza sulla natura della spending review, né sui target di risparmio, né sul-l’utilizzo delle somme risparmiate. «Lo spazio per ridurre costi inutili c’è», assicura il ministro Passera, aggiungendo però che la revisione critica delle spese «vuol dire ridurle, ma anche aumentarle in certi cam-pi» come «futuro e innovazione, ricerca, sostegno alle aziende e alle esportazioni». Insomma, ridurre alcune voci, aumentarne altre: ma il saldo fnale? Dai dati contenuti nel Def appena varato la spesa cor-rente dei ministeri dovrebbe dimi-nuire di 13 miliardi di euro tra il 2012 e il 2013 (nemmeno l’1% del Pil), passando da 352 a 339 miliar-di. Il dubbio resta: è ciò che ci si aspetta dalle misure già prese, o è l’obiettivo che ci si pone con la spending review? Per il ministro Giarda negli ultimi anni la spesa pubblica al netto degli interessi è rimasta costante a 727 miliardi di euro, un livello «senza precedenti nella storia della repubblica», e an-che il suo peso sul Pil non è au-mentato. Ora si tratta di farla scen-dere «in senso assoluto». Ma «quando si tratterà di passare dai progetti ai fatti – avverte – occor-rerà una vera e propria task force». N Parole che fanno pensare all’ulte-riore rinvio, all’ennesima commis-sione. E solo alla vigilia della pre-sentazione del suo rapporto Giarda trova la forza per lamentare che sta lavorando «pressoché da solo e quasi a titolo personale». Come di-re: non aspettatevi grandi cose. La spending review, dunque, avrà il suo «cuore» nella «razionalizza-zione» della spesa, come sottoli-neato ieri dal ministro Patroni Grif-f, o si prefggerà l’obiettivo di incidere più in profondità? Queste le due linee che si starebbero dando battaglia all’interno del governo. Monti stesso vorrebbe porsi obiet-tivi molto più ambiziosi di quelli indicati da Giarda: 20-25 miliardi di risparmi strutturali, non solo 13. Ma ci sarebbero forti e prevedibili resistenze da parte di alcuni mini-steri, meno propensi a rivedere il costo dei propri apparati. Tra i mi-nistri fniti sotto accusa (esteri, di-fesa e giustizia), quello degli interni, Anna Maria Cancellieri, ha negato, dicendosi disponibile a ridurre del 10% i dipendenti civili («grazie a uno scivolo, senza traumi»), e pronta a parlarne con i sindacati. Intanto, ascoltati dalle commis-sioni di Bilancio sul Def, il presi-dente della Corte dei Conti Giam-paolino suggerisce di «aggredire» la spesa, «non solo nei suoi aspetti patologici quali sprechi e sperperi», anche perché la pressione fscale è ad un «livello massimo»; ma il vi-ceministro dell’economia Grilli av-verte che per decidere importanti tagli alla spesa occorre «condivi-sione politica con il Parlamento», e auspica che siano comunque ac-compagnati nel medio periodo da un «ribilanciamento». Peccato che nella delega fscale sembri accan-tonata l’idea di ridurre le tasse. Non c’è alcuna indicazione di un obiettivo, né un’intenzione. Nulla. Insomma, non è chiaro chi sia a re-mare a favore e chi contro i tagli, assistiamo ad un gioco di specchi e ad una serie di prese di posizione contraddittorie che sanno di bluff. iipoliticaii Antidoto alla crisi: tagliamo le feluche Caos sulla“spending review” Dal governo serve chiarezza Lo spauracchio dell’antipolitica fallirà di nuovo  ei maggio, si vota. La chiamata elettorale zittirà molti dei boatos allarmistici ed allarmanti. Poco im-porta se l’apocalisse annunciata sarà smentita per l’ennesima volta: as-sorbito il risultato, sarà ineluttabil-mente riproposta subito dopo. Si prenda il mito della scheda bianca. Il timore dell’astensionismo, questa minaccia agitata a mo’ di clava co-stituisce da decenni l’annunciata ri-volta dell’elettore qualunque contro l’asfssiante regime partitocratico, con contorno di movimenti nuovi e masanielli vari. L’elenco è lungo, dal Giannini della notte dei tempi ai Pa-nella e Faccio quand’erano giovani, dai Bossi e Leoni della Lega dei pri-mordi ai Segni tutti d’un pezzo. E poi la rete, il movimento dei sindaci, il melone, le pantere, i valori togati e miriadi di Manifesti Continui. Una volta sola, togati, mediators &amp; traders si fdarono degli elettori, fduciosi che di fronte a tante prove di disordine e corruzione dei partiti dominanti, li avrebbero distrutti nell’urna. Era il ’92, foccavano no-tizie da Mani Pulite, ma gli italiani, pur scandalizzati, votarono ancora il quasi trentennale governo delle coalizioni di centrosinistra. Di più, diedero più voti ai socialdemocratici extended version che agli onesti gap-pisti e piccisti. Da allora, nella sin-cerità dell’anima, nessuno crede alle indignazioni d’urna. Ora a imper-sonare l’Attila che dove passa, non cresce più la politica, arriva Grillo. Non è proprio una novità il comico parlante. Non lo è in politica, dove ci prova già da qualche legislatura. S E non lo è nemmeno da homo pu-blicus. Al pari di Fo e Gaber, ha esercitato per un ventennio nella tv generalista fno alla folgorazione sul-la via di Damasco. Grillo e Benigni spararono in tempi utili contro Cra-xi in diretta tv. Poi colsero ogni oc-casione utile per proseguire contro Berlusconi. Grato, il paese non man-cherà mai di dare loro spazio, enfasi, gloria, risolini sforzati e dovuti. Il 6 e 7 maggio però si vota nel-l’annuale rito democratico; si vota in 800 piccoli Comuni (sotto i 15000 abitanti e sotto i diecimila in Sicilia), in 148 grandi Comuni, in 25 capoluoghi provinciali ed in tre regionali. Si vota al nord a Genova, al centro a L’Aquila e al sud a Pa-lermo. E gli italiani voteranno, con il solito naso tappato, il solito latte alle ginocchia, la solita mano sugli occhi. È una vita che lo fanno o che minacciano di non farlo per poi ri-velarsi tra i popoli più pronti alla conta elettorale. Voteranno perché comunque gli amici sono amici, i compagni sono compagni, per fare muro ai barbari, per sognarsi bar-bari che scalano i muri, per dispetto comunque ai nemici o per fare dan-no agli amici; voteranno perché i 400mila politici eletti, sono parte di loro stessi, nel bene e nel male. Il Pdl, in campagna elettorale, la-menta il destino cinico e baro che lo costringe obtorto collo a sostenere Monti per le minacce europee: I suoi elettori lo voteranno convinti di vo-tare contro Monti. Il Pd, in campa-gna elettorale, si lamenterà di Ber-lusconi ed il suo elettorato, schifato, lo voterà perché non torni Berlusco-ni. L’Udc e i suoi nuovi insperati al-leati, post-fascisti, post-socialisti, post-radicali, si vantano d’essere il vero sostegno del governo europeo, del governo del presidente. Tutti i voti persi per questo sco-modo ma prestigioso ruolo, saranno recuperati con le schede sudiste con-vinte di votare contro i nordisti al governo di ieri e di oggi. La Lega che avrebbe potuto cogliere l’occa-sione di fare il pieno come nel ’96, come unico partito d’opposizione, pareggerà sotto una campagna me-diatico-giudiziaria che si scioglierà da sé dopo il voto. Molti, ovviamente, abbandone-ranno i partiti maggiori per cadere però in quelli minori che nel sistema dei vasi comunicanti della politica, li riconsegneranno al mittente. Dal Pd a Sel o Idv; da Sel a comunisti vari, da Idv al grande centro e Gril-lo; da Pdl a La Destra, Idv, grande centro, Lega; dal grande centro all’Mpa, al Pdl, all’Idv; dalla Lega a La Destra, Idv, grande centro, Gril-lo. Tanti, tanti voti non mancheran-no ai pensionati, grandi Sud, ed alle tante liste civiche, territoriali, per-sonali, di cui quella del sindaco ve-ronese Tosi è forse la più importan-te. In Grecia, invece, il voto politico del 6 maggio è a rischio. Ad Atene e dintorni nessuno si vuole candi-dare perché l’Europa ha stracciato anche l’ultimo velo della democra-zia, dopo che il direttorio europeo ha sconfessato l’ultimo governo elet-to ed il suo tentativo di indire un re-ferendum popolare sul piano di rien-tro fnanziario. Pasok e Nea Dimokratia che ottennero nel 2009 l’80% dei voti, ora insieme sono al 32,4%. Risultato che smentisce le veline di Bruxelles ed i sondaggi sul 76% dei greci fautori dell’euro. Se non hanno alternativa all’affttare i poliziotti come gladiatori, al ven-dersi isole e coste, al fare la fame per anni, i greci pensano: perché votare? La politica infatti, nell’accezione me-diterranea, è quella cosa che mette una toppa ai difetti strutturali della società. Potessero decidere del resta-re o meno nell’euro, le elezioni gre-che avrebbero altro sapore ed altro entusiasmo; ma questa opzione non è una scelta democraticamente per-corribile. Se fosse andata in porto la riforma federalista fscale, come la teorizzava Sacconi, ci sarebbe sta-ta un’analoga reazione nel nostro Sud. Se gli enti locali fossero stati tutti commissariati, in caso di cattiva gestione, senza che i deputati terri-toriali potessero intervenire e i fondi fossero stati elargiti col contagocce da parte dei territori più ricchi, per-ché andare a votare eletti privi di potere? Per queste ragioni Bruxelles spera in urne piene e la stampa seria ed affdabile evita di rappresentare i rischi di un’apocalisse democratica che invece sono tutti presenti. L’Eu-ropa, dopo aver combinato un di-sastro con la Turchia, ricacciata a leader sassanide del mondo islamico, sembra desiderarne un altro: un per-corso anti-Venizelos che spinga i gre-ci verso i turchi e ricrei un’anti-Eu-ropa alessandrina sudorientale. A ribadire il concetto, il voto del 6 maggio serbo, presidenziale, politico ed amministrativo, al quale non po-tranno partecipare i serbi del nord Kossovo per il veto di Bruxelles e del giovane stato paralbanese. L’en-nesima umiliazione infitta a Belgra-do, senza uno straccio di rispetto per le autonomie locali, sarà accet-tata dopo venti anni di bagnomaria fnanziario precipitato sul cripto sta-to canaglia balcanico e contribuirà alla destabilizzazione di un quarto d’Europa. Il caso italiano è, oggi, molto diverso. La tornata elettorale passerà nella giusta indignazione per il fallimento del governo e dei partiti che lo sostengono. I loro difetti però non li faranno rimuovere e rifutare e nemmeno, perché i loro elettori non ne hanno di meno. GIUsEPPE MELE Il 6 e 7 maggio si vota, ed in molti pronosticano un grande trionfo dell’astensionismo Ma non sarà così perchè l’italiano riconosce nel politico i suoi stessi difetti K Piero GIarDa  i dice che, per diventare un pae-se virtuoso, l’Italia deve tagliare i rami secchi ed improduttivi. So-prattutto della Pubblica ammini-strazione. Negli ultimi mesi sono stati fatti, nel bene o nel male, al-cuni passi in questa direzione. Si sono decurtate in maniera molto decisa le consulenze d’oro di Palaz-zo Chigi, elargite in maniera molto generosa ad ex dirigenti in pensio-ne. Si sono fatti tagli orizzontali in tutta la pubblica amministrazione e si sono aperti nuovi orizzonti di spending review, tali da consentire un forte contenimento della spesa pubblica anche nei prossimi anni. Insieme a questa grande opera di razionalizzazione (che in gran parte pesa sulla tasche dei contri-buenti sul fronte dell’aumento del gettito necessario a mettere a posto i conti), salta all’occhio il peso della nostra diplomazia nel resto del mondo. Un ruolo che negli anni è diventato sempre meno centrale nella partecipazione e nella solu-zione dei problemi di politica in-ternazionale. Non sono le voci a vario titolo “grilline” che lo grida-no, ma le voci uffciali dell’Istituto Affari Internazionali e l’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale, nel consueto annuario sulla politica estera italiana. Dallo studio l’Italia appare sbia-dita e poco incisiva nel panorama internazionale, in discesa nell’in-S tensità del rapporto con i partner europei. Insomma, una sorta di an-ziana signora che si ascolta per cor-tesia e non per interesse. Allora, visto che la situazione è questa, e visto che ci hanno “sber-tucciato” per l’evidente sottovalu-tazione della Primavera araba (in-tesa dalla nostra diplomazia, semplicisticamente come una na-turale forma di democratizzazione a tappe), perché non razionalizzare le tante sedi diplomatiche che man-teniamo in tutto il mondo? Perché dovremmo spendere miliardi di eu-ro per mantenere un “baraccone” di facciata che poco o nulla è con-siderato all’estero e nelle sedi inter-nazionali? Se non proprio chiudere le ambasciate, perché almeno non razionalizzare anche i costi della diplomazia nostrana? Forse con una stretta di cinghia anche per ambasciatori, consoli, ministri e se-gretari di Stato, la missione per cui sono chiamati a rappresentare l’Ita-lia ne gioverebbe nel merito. Insom-ma, forse sarebbe il caso di orga-nizzare meno incontri a base di champagne e cene di gala per con-centrarsi sul maggior impegno nello scandagliare costantemente gli ac-cadimenti internazionali che, anche se non direttamente, ci interessano ma che potrebbero avere un ricasco diretto sulla nostra vita politica e di comunità. FraNcEscO DI MajO L’OPINIONE delle Libertà martedì 24 aprile 2012 3</page>
    <page ID="2">IIPOLITICAII Uniti per l’Italia, la“cosa azzurra”prende forma di PIETRO SALVATORI  niti per l’Italia”. Dovrebbe chiamarsi così «la più grossa novità della politica italia-na», come l’ha defnita Angelino Alfano alla fne della scorsa setti-mana. Tra i dirigenti di via del-l’Umiltà si fa sempre più insistente la voce che Silvio Berlusconi avreb-be in mente di dare vita ad una grande lista civica. Un’operazione che avrebbe come orizzonte le prossime elezioni. Da un lato am-plierebbe la base elettorale degli azzurri, vistosamente preoccupati dell’erosione del proprio consenso, almeno a dar retta ai sondaggi. Dall’altro farebbe diretta concor-renza al Terzo polo, andando ad intercettare proprio quel fusso di voti al quale mira Pierferdinando Casini nell’organizzare il Partito della nazione. Il ruolo del Cavaliere in Uniti per l’Italia non dovrebbe essere quello del leader. Berlusconi pensa piuttosto a farsi dipingere come il padre nobile dell’operazione. Gli strateghi di Palazzo Grazioli la pre-fgurano come un’importante tap-pa nella costruzione dell’immagine del Berlusconi-statista. Coinvol-gere la parte migliore della società italiana nella ricostruzione del pae-se nel dopo tecnici, sarebbe il de-gno approdo dell’uomo che ha la-sciato Palazzo Chigi per il bene del paese. Una mossa che mira a tenere vi-ve, almeno sulla carta, le chanche dell’ex-premier per il Quirinale. Per questo ad essere coinvolte sa-ranno personalità del mondo del-l’imprenditoria e della fnanza, ma anche della società civile, a partire dal mondo del volontariato e del-l’associazionismo, laico e cattoli-co. Una squadra eterogenea, anco-ra da mettere a punto. A guidarla dovrebbe essere Luca Cordero di Montezemolo, a lungo considerato vicino ai centristi. Per convincere “U l’ex presidente di Confndustria, il Cavaliere avrebbe addirittura of-ferto al presidente della Ferrari l’appoggio alla sua candidatura co-me presidente del Consiglio. Una mossa che avrebbe irritato un po’ il segretario del Pdl, Alfano, costretto comunque a far buon vi-so a cattivo gioco. L’incertezza sul futuro sistema elettorale rende dif-fcili le previsioni sul vincitore delle prossime elezioni. Di certo, anche qualora si votasse con il Porcellum, un’eventuale affermazione del cen-trodestra sarebbe assai complicata. Alfano si sarebbe convinto a dedi-carsi alla riorganizzazione del par-tito anche dopo le elezioni, limi-tando il proprio coinvolgimento in un eventuale futuro governo esclu-sivamente in un ruolo politico. Co-me quello di vicepremier. Il Popolo della libertà non ver-rebbe dunque annullato per far po-sto a Uniti per l’Italia. Quello nato dal predellino rimarrebbe il mat-tone centrale della futura costru-zione del centrodestra. L’obiettivo dichiarato è renderlo solido al pun-to tale da sopravvivere al compli-cato momento che attraversano i partiti. In quest’ottica numerosi colon-nelli si schierano apertamente per disinnescare il documento presen-tato da Beppe Pisanu insieme ad altri ventisette senatori azzurri. Il capogruppo alla Camera, Fabrizio Cicchitto, ribadisce come «l’oriz-zonte strategico di Pisanu non è chiaro» e che occorre pensare al dopo Pdl «ma senza smantellarlo». E, intervistato dal Corriere della Sera, conferma come il futuro del centrodestra possa passare anche con un’intesa strategica con l’Udc, «ma con il Pdl come perno». Lo scopo è quello di costruire «un grande partito moderato e rifor-mista di centrodestra che coinvolga anche quelli che hanno una storia di destra». Che il rimescolamento delle carte dell’area azzurra non sarà so-lamente una questione cosmetica lo mette in chiaro anche Mariastel-la Gelmini: «Berlusconi e Alfano ci stanno lavorando da tempo. Non si tratterà di un maquillage».  Un cambiamento che fa ben sperare la truppa dei “novanta-quattristi”. Sono sempre di più, tra dirigenti e militanti, coloro che in-vocano per il centrodestra un ri-torno alle idee e ai temi che costi-tuirono la grande ventata di speranza allorché Berlusconi scese in campo. Sabato, ad Asti, ad ascoltare su queste istanze il sena-tore Antonio Martino e l’onorevole Giuseppe Moles, invitati dal Tea Party italiano, erano in cinquecen-to. Cinque volte di più rispetto agli intervenuti ad un comizio di Alfa-no che, sempre nella città piemon-tese, era intervenuto in mattinata per sostenere il candidato sindaco locale. Cinque i punti dai quali parto-no i novantaquattristi per il rilan-cio del partito: sviluppo economico e politiche occupazionali; meno stato e più mercato; riduzione della pressione fscale; giustizia giusta; libertà ed effcienza nel comparto istruzione. Temi cari all’elettorato berlusconiano e che con ogni pro-babilità saranno alla base del nuo-vo progetto. Anche perché, come ha anticipato Francesco Verderami sul Corriere, Berlusconi sta ragio-nando sui dati di un sondaggio che proprio Moles gli ha consegnato e che racconta di un popolo del Pdl molto interessato ad un ritorno al-le battaglie politiche delle origini. I particolari del sondaggio, realiz-zato dall’istituto di rilevazioni Spincon, saranno pubblicati inte-gralmente domani proprio su L’Opinione.  Rumors interni a via dell’Umil-tà osservano tuttavia che la data dell’annuncio della nuova creatura berlusconiana potrebbe slittare. Gli esperti dei partiti hanno aggiornato la riunione del tavolo su riforme e legge elettorale a dopo le ammini-strative. Eventuali sorprese nella consultazione per gli Enti locali po-trebbero spostare nuovamente gli equilibri fra le parti, costringendo i vertici pidiellini a correggere in corsa il progetto del Cavaliere. Qualche lieve preoccupazione po-trebbe destarla anche l’esistenza di un piccolo movimento denomina-to, per l’appunto, Uniti per l’Italia. Ma il simbolo, e soprattutto il no-me, non sembrano essere stati de-positati. Per il momento Alfano si limi-ta a lanciare precisi segnali di rin-novamento. L’altro ieri ha annun-ciato che il partito rinuncerà gradualmente al rimborso per le spese elettorali e si affiderà esclu-sivamente al contributo da parte dei privati. E sul tema ha convo-cato per oggi la direzione nazio-nale del partito. L’obiettivo è quel-lo di arrivare ad una proposta chiara da parte del Pdl. Un’attività che serve anche co-me manovra diversiva per offu-scare la portata innovativa del Partito della nazione, al quale il Pdl ancora non può rispondere con la presentazione del nuovo progetto. L’ordine di scuderia tra i dirigenti azzurri sembra chiaro: ignorare con i giornalisti il tema delle evoluzioni del Terzo polo, per far perdere a Casini titoli di giornali e centralità nel dibattito politico. Mossa che, almeno per il momento, sembra aver dato i propri frutti. Potrebbe avere questo nome «la più grossa rivoluzione della politica italiana», come l’ha defnita il segretario del Pdl pochi giorni fa: Sarebbe una lista civica da affancare al partito K Silvio BERLUSCONI L’operazione sarebbe condotta da Montezemolo, che verrebbe candidato premier.A Berlusconi il ruolo di padre nobile, mentre Alfano rimarrebbe al partito segue dalla prima Hollande-Sarkozy, disastro assicurato Il Pd di Pierluigi Bersani accende ceri af-finché Hollande la spunti con il suo pro-gramma vetero-socialista per poterlo adot-tare in blocco in un paese che però ha già pagato prezzi esorbitanti al vetero-socia-lismo da oltre sessant’anni. L’Udc di Pierferdinando Casini si trasfor-ma nel Partito della nazione ma conserva come unica e sola linea politica e program-matica quella del “Monti ha sempre ra-gione”. Come se fosse sul serio possibile far uscire l’Italia dal pantano della crisi continuando ad applicare la ricetta tedesca di un rigore che serve solo a garantire la tenuta della Germania a spese del resto dell’Europa. Ed anche il Pdl, all’interno del quale non mancano fermenti positivi nella direzione di una ricetta nuova ed autonoma per il futuro, appare poco consapevole della ne-cessità di fissare una linea che senza ottuse e sbagliate scopiazzature riaccenda la spe-ranza degli italiani per una nuova fase di stabilità e benessere. Serve, in sostanza, un progetto nazionale per il nostro paese. Chi sarà in grado di realizzarlo senza imitare Hollande o Sarkozy diventerà il protago-nista del dopo-Monti. ARTURO DIACONALE Moderato sarà lei! In un’epoca in cui è sempre più difficile affidarsi alle categorie destra-sinistra per interpretare la nostra realtà politica, lo è a maggior ragione definire una via di mez-zo tra di esse. Più che destra-sinistra la dicotomia “più Stato-meno Stato” sembra più idonea a identificare la visione distintiva delle di-verse proposte che si muovono nel pano-rama politico. E nella gestione di due fon-damentali variabili di finanza pubblica e politica economica, in Italia, storicamente, coloro che si definiscono “moderati” si so-no rivelati degli estremisti: estremisti della spesa pubblica e della tassazione. La sgradevole sensazione che ci assale di fronte all’abuso del termine “moderati”, al moltiplicarsi delle alchimie politiche per dar vita a sempre nuovi contenitori per riunirli sotto un unico tetto politico, e agli spazi mediatici che queste operazioni oc-cupano, è che si tratti di dissimulare uno spaventoso vuoto di contenuti ideali e pro-grammatici. Un termine dietro il quale si nasconde abilmente un ceto politico ma-lato di indecisione, immobilismo e oppor-tunismo. La centralità nello schieramento politico non ha così lo scopo di “moderare” le di-verse istanze, ma di mantenere per sé una rendita di posizione, e di potere, derivante dall’arte del compromesso “a prescinde-re”. Tale strumentalità nell’uso del termine “moderati” è accentuata da un’anomalia prettamente italiana. Nei sistemi politici occidentali, proporzionali o maggioritari, esistono i “moderati”, i centristi. Ma si tratta di aree e singole personalità che con-vivono all’interno delle grandi forze poli-tiche del Paese, una di centrodestra e una di centrosinistra; che ne moderano le pro-poste; che svolgono la funzione di spin-gerle a sfidarsi per la conquista del centro dell’elettorato, cioè degli elettori meno schierati e meno ideologici. L’ossessione dei nostri moderati, invece, è costituire un presidio partitico in cui il centro dell’elet-torato possa stabilmente riconoscersi, per godere di una specie di delega in bianco e restare sempre al governo. FEDERICO PUNZI Direttore Responsabile: ARTURO DIACONALE diaconale@opinione.it Condirettore: GIANPAOLO PILLITTERI Vice Direttore: ANDREA MANCIA Caposervizio: FRANCESCO BLASILLI AMICI DE L’OPINIONE soc. cop. Presidente ARTURO DIACONALE Vice Presidente GIANPAOLO PILLITTERI Impresa beneficiar ia per questa testata dei contr ibuti di cui al la legge n. 250/1990 e successive modifiche e integrazioni. IMPRESA ISCRITTA AL ROC N. 8094 Sede di Roma VIA DEL CORSO 117, 00186 ROMA TEL 06.6954901 / FAX 06.69549024 / redazione@opinione.it Redazione di Milano VIALE MONTE GRAPPA 8/A, 20124 MILANO TEL 02.6570040 / FAX 02.6570279 Amministrazione - Abbonamenti TEL 06.69549037 / amministrazione@opinione.it Ufficio Diffusione TEL 02.6570040 / FAX 02.6570279 / albertini@opinione.it Progetto Grafico: EMILIO GIOVIO Tipografia L’OPINIONE S.P.A. - VIA DEL CORSO 117, 00186 ROMA Centro Stampa edizioni teletrasmesse POLIGRAFICO SANNIO S.R.L. - ORICOLA (AQ) TEL 0863.997451 / 06.55261737 Distributore Nazionale PRESS-DI DISTRIBUZIONE STAMPA E MEDIA S.R.L. 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    <page ID="1">Direttore ARTURO DIACONALE Fondato nel 1847 - Anno XVII N.93 - Euro 1,00 DL353/2003 (conv. in L 27/02/04 n. 46) art.1 comma 1 - DCB - Roma / Tariffa ROC Poste Italiane Spa Spedizione in Abb. postale Martedì 24 Aprile 2012 delle Libertà Hollande-Sarkozy,per l’Italia il disastroè assicurato  hiunque vinca per noi rischia di essere un disastro. Perché se la spunta Hollande non avremo alcuna possibilità di frenare i de-magoghi della sinistra post-comu-nista che chiederanno di riportare l’età pensionabile a sessant’anni, di creare nuove e più robuste le-gioni di dipendenti pubblici e cer-cheranno di imbrogliare l’opinione pubblica sostenendo che facendo pagare le tasse ai ricchi con nuove patrimoniali oltre quella dell’Imu, sarà possibile fnanziare l’ennesima dilatazione dello stato burocrati-co-assistenziale. Ma se la spuntasse Sarkozy po-trebbe andare anche peggio. Per-C ché, forte della seconda investitura, il piccolo Napoleone dell’Eliseo potrebbe improvvisare qualsiasi sciocchezza, come ha fatto scate-nando una guerra di Libia solo per preparare la campagna elettorale all’insegna della propria “gran-deur”. E le sue arroganti mattane, tutte ispirate ad un ridicolo scio-vinismo d’altri tempi, come già è avvenuto in passato si rifettereb-bero negativamente sull’intera Eu-ropa e sul nostro paese. Bisogna, allora, considerare il voto francese, qualunque possa es-sere il suo esito, una iattura da fronteggiare e contenere ad ogni costo. Seguire per imitazione il ri-torno al passato di Hollande o le forsennatezze di Sarkozy sarebbe un disastro da scongiurare con tut-ti i mezzi possibili. Ma come compiere una opera-zione del genere in un paese mala-to di esteroflia e, soprattutto, abi-tuato ad imitare non sempre il meglio ma troppo spesso il peggio che viene dall’estero? Giuseppe Mazzini direbbe che l’Italia dovrebbe tornare “a fare da sé”. Il che non signifca ignorare ciò che avviene a Parigi o nel resto dell’Europa e nel mondo. Ma si-gnifca capire che non esiste una ricetta esterna per i nostri problemi ma è necessario elaborare una stra-da italiana per condurre l’Italia fuori da una crisi che ha dimensio-ni internazionali ma assume carat-teristiche particolari in ciascun pae-se. I partiti, soprattutto quelli che oggi preannunciano grandi cam-biamenti per recuperare un con-senso svanito nell’antipolitica e nel-la sfducia, dovrebbero rendersi conto della necessità di “fare da sé” nell’elaborare una proposta di uscita dalla crisi calata sulle esi-genze e le peculiarità del paese. Fino ad ora non è stato fatto nulla di tutto questo. Anzi, è stato fatto proprio l’esatto contrario. Continua a pagina 2 Moderatosaràlei!Fenomenologiadiunmalcostume  n appello al mondo politico e giornalistico: bandire il termine “moderati” dal dibattito politico. Uno degli orrori lessicali che la de-cadenza della politica italiana ha prodotto negli ultimi anni è proprio la parola “moderati”, con la quale ormai si indica la composita area del centro-centrodestra. Non c’è esponente politico o partito di quell’area – su tutti Udc e Pdl – che non proclami come obiettivo quello di «riunire i moderati». E non per-dono occasione per ribadirlo osses-sivamente. Anzi, è aperta una vera e propria lotta senza esclusione di colpi tra i partiti e i leader che am-biscono ad intestarsi la titolarità e U la guida dell’operazione. Probabilmente mai nella storia della dottrina politica una defnizio-ne fu così vuota di signifcato. Cosa si dovrebbe intendere per “modera-ti”? Forse moderati nei toni, quindi come sinonimo di pacati? Dal mo-mento che tesi estremiste e diame-tralmente opposte tra di loro si pos-sono sostenere con modi e toni pacatissimi, sarebbe surreale solo ipotizzare di riunire nella stessa casa politica tutti i pacati nei toni. Dun-que, si deve suppore che per mode-rati si intendano coloro che avan-zano proposte politiche “moderate”. Ma anche in questo senso andrebbe specifcato un termine di relazione: moderate rispetto a cosa? Cambia-menti moderati rispetto allo status quo? Proposte moderate rispetto a quelle degli altri soggetti presenti nell’arena politica? L’unica defnizione che sembra avere una logica è quella di “mode-rati” come una sorta di “via di mez-zo”, come sinonimo di “centristi”: coloro che si pongono politicamente al centro, equidistanti, rispetto a una destra e ad una sinistra, e tra qual-siasi istanza di cambiamento e lo status quo. Se è così, possiamo già arrivare a due conclusioni: in Italia il termine soffre di un evidente stra-bismo, perché viene usato per indi-care un’area che va dal centro al centrodestra, escludendo solo una ristrettissima area della destra. Inol-tre, soprattutto negli anni di crisi profonda che viviamo avrebbe poco senso sostenere che abbiamo biso-gno di cambiamenti “moderati”. Tutte le evidenze sembrano dimo-strare che al contrario il nostro Pae-se abbia bisogno di cambiamenti drastici, altro che moderati! Cosa pensano in proposito i nostri mo-derati? Continua a pagina 2 di FEDERICO PUNZI In Italia, la centralità nello schieramento politico non ha lo scopo di “moderare” le diverse istanze, ma di mantenere per sé una rendita di posizione e di potere, derivante dall’arte del compromesso “a prescindere” di ARTURO DIACONALE Se vince il socialista, la sinistra italiana tornerà ai soliti ritornelli vetero-comunisti. Se la spunta il marito di Carla Bruni, non possiamo escludere un’altra sciocchezza da piccolo Napoleone (tipo la guerra in Libia) Lo tsunami francese sulle Borse K Le incertezze politiche in Eu-ropa fanno crollare le Borse del vecchio continente. Il vantaggio di Hollande in vista del ballottaggio francese e, in mi-sura minore, il rischio di elezioni antici-pate in Olanda (ieri si è dimesso il premier Mark Rutte, dopo il flop del suo piano di austerity), provocano tensioni sui mercati finanziari. Milano perde il 3,8% e lo spread tra Btp e Bund torna sopra i 410 punti (vanno peggio i titoli spagnoli, a quota 436). L’allarme sulla crisi del debito, insomma, resta altis-simo, malgrado la decisione del G20 di rafforzare le risorse del Fondo moneta-rio internazionale con altri 430 miliardi di euro. Insieme a Milano, perdono ter-reno anche Francoforte (-3,0%), Parigi e Madrid (-2,5%). Apertura negativa per Wall Street. I titoli più puniti da questo “lunedì nero”, sono soprattutto quelli delle banche, sotto pressione a causa della loro esposizione sul debito. Sa-rebbe il caso che l’Europa iniziasse a la-vorare sullo sviluppo, oltre che sul rigore. Qualcuno lo faccia sapere ai “tecnici” e agli “euroburocrati”. Prima che sia troppo tardi.</page>
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